Cultura e Preghiera > Download > Fonti Francescane > Biografie > I FIORETTI DI SAN FRANCESCO > Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino

I FIORETTI DI SAN FRANCESCO, CAPITOLO XXIX: FF 1863


Come il demonio in forma di Crocifisso
apparve più volte a frate Ruffino,
dicendogli che perdea il bene che facea,
però ch’egli non era degli eletti di vita eterna.
Di che santo Francesco
per rivelazione di Dio il seppe,
e fece riconoscere a frate Ruffino
il suo errore ch’egli avea creduto.

Frate Ruffino , uno de’più nobili uomini d’Ascesi, compagno di santo Francesco, uomo di grande santità, fu uno tempo fortissimamente combattuto e tentato nell’anima dallo demonio della predestinazione, di che egli stava tutto malinconioso e tristo; imperò ch ’l dimonio gli metteva pure in cuore ch’egli era dannato, e non era delli predestinati a vita eterna, e che sì perdeva ciò ch’egli faceva nell’Ordine.

E durando questa tentazione più e più dì ed egli per vergogna non rivelandolo a santo Francesco, nientedimeno egli non lasciava l’orazioni e le astinenze usate; di che il nimico gli cominciò aggiugnere tristizia sopra tristizia; oltra alla battaglia dentro, di fuori combattendolo anche con false apparizioni. Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli: «O frate Ruffino, perché t’affliggi in penitenza e in orazione, con ciò sia cosa che tu non sia delli predestinati a vita eterna? E credimi, chè io so cui io ho eletto e predestinato, e non credere al figliuolo di Pietro Bernardoni, s’egli ti dicesse il contrario, e anche non lo domandare di cotesta materia, però che né egli né altri il sa, se non io che sono figliuolo di Dio; e però credimi per certo che tu se’del numero delli dannati; e ’l figliuolo di Pietro Bernardoni, tuo padre, e anche il padre suo sono dannati, e chiunque il seguita è ingannato».

E dette queste parole, frate Ruffino comincia a essere sì ottenebrato dal principe delle tenebre, che già perdeva ogni fede e amore ch’egli avea avuto a santo Francesco, e non si curava di dirgliene nulla. Ma quello ch’al padre santo non disse frate Ruffino, rivelò lo Spirito Santo. Onde veggendo in ispirito santo Francesco tanto pericolo del detto frate, mandò frate Masseo per lui, al quale frate Ruffino rispuose rimbrottando: «Che ho io a fare con frate Francesco?». E allora frate Masseo tutto ripieno di sapienza divina, conoscendo la fallanza del dimonio, disse: «O frate Ruffino, non sai tu che frate Francesco è come uno agnolo di Dio, il quale ha illuminate tante anime nel mondo e dal quale noi abbiamo avuto la grazia di Dio? Ond’io voglio ch’a ogni partito tu venga con meco a lui, imperò ch’io ti veggio chiaramente essere ingannato dal dimonio».

E detto questo, frate Ruffino si mosse e andò a santo Francesco. E veggendolo dalla lunga santo Francesco venire, cominciò a gridare: «O frate Ruffino cattivello, a cui hai tu creduto?». E giugnendo a lui frate Ruffino, egli sì gli disse per ordine tutta la tentazione ch’egli avea avuta dal demonio dentro e di fuori, e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il demonio e non Cristo, e che per nessuno modo ei dovea acconsentire alle suggestioni: «ma quando il demonio ti dicesse più: Tu se’dannato, sì gli rispondi: Apri la bocca; mo’vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch’egli è il demonio e non Cristo, chè dato tu gli arai tale risposta, immantanente fuggirà. Anche a questo cotale dovevi tu ancora conoscere ch’egli era il demonio, imperò che t’indurò il cuore a ogni bene; la qual cosa è proprio suo ufficio: ma Cristo benedetto non indura mai il cuore dell’uomo fedele, anzi l’ammorbida, secondo che dice per la bocca del profeta: Io vi torrò il cuore di pietra e darovvi il cuore di carne (Ez 36,26)».

Allora frate Ruffino, veggendo, che frate Francesco gli diceva per ordine tutto ’l modo della sua tentazione, compunto per le sue parole, cominciò a lagrimare fortissimamente e adorare santo Francesco e umilemente riconoscere la colpa sua in avergli celato la sua tentazione. E così rimase tutto consolato e confortato per gli ammonimenti del padre santo e tutto mutato in meglio. Poi finalmente gli disse santo Francesco: «Va’, fìgliuolo, e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata, e sappi per certo che questa tentazione ti sarà grande utilità e consolazione, e in breve il proverai». Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con molte lagrime in orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo l’apparenza di fuori, e dicegli: «O frate Ruffino, non t’ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni, e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, però che tu se’dannato? Che ti giova affligerti mentre che tu se’vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato?». E subitamente frate Ruffino risponde: «Apri la bocca; mo’vi ti caco». Di che il demonio isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di monte Subasio ch’era in alto, che per grande spazio bastò il rovinìo delle pietre che caddono giuso, ed era sì grande il percuotere che faceano insieme nel rotolare, che sfavillavano fuoco orribile per la valle, e al romore terribile ch’elle faceano, santo Francesco con li compagni con grande ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora vi si vede quella ruina grandissima di pietre.

Allora frate Ruffino manifestamente s’avvide che colui era stato il demonio, il quale l’avea ingannato. E tornato a santo Francesco anche da capo, si gitta in terra e riconosce la colpa sua. Santo Francesco il riconforta con dolci parole e mandanelo tutto consolato alla cella. Nella quale standos’egli in orazione divotissimamente, Cristo benedetto gli apparve, e tutta l’anima sua gli riscaldò del divino amore, e disse: «Bene facesti, figliuolo, che credesti a frate Francesco, però che colui che ti aveva contristato era il demonio: ma io sono Cristo tuo maestro, e per rendertene ben certo io ti do questo segnale, che mentre che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna né malinconia». E detto questo, si partì Cristo, lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di spirito ed allevazione di mente, che ’l dì e la notte era assorto e ratto in Dio.

E d’allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtà della sua salute, che tutto diventò mutato in altro uomo, e sarebbesi stato il dì e la notte in orazione a contemplare le cose divine s’altri l’avesse lasciato stare. Onde dicea santo Francesco di lui, che frate Ruffino era in questa vita canonizzato da Cristo, e che, fuori che dinanzi da lui, egli non dubiterebbe di dire santo Ruffino, benché fusse ancora vivo in terra.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

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