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15/11/2016 10:55
Da un episodio di cronaca nera: l’inizio della storia della carità

M. Rupnik, Buon Samaritano, mosaico, Cappella del Santissimo nella cattedrale Almudena di Madrid
M. Rupnik, Buon Samaritano, mosaico, Cappella del Santissimo nella cattedrale Almudena di Madrid

Quando pensiamo alle opere di misericordia vengono alla nostra mente subito quelle più immediatamente legate alle parole di Gesù nel cap. 25 del vangelo di Matteo («Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… »), e magari dimentichiamo quelle chiamate dalla tradizione “opere di misericordia spirituale”. Gesù ha però esercitato una speciale misericordia che emerge in modo particolare dalla pagina del vangelo di Luca che contiene una parabola molto nota.

La parabola del buon Samaritano, tramandataci solo dal terzo Vangelo (Lc 10,25-37), si trova quasi all’inizio di quel viaggio che porterà Gesù a Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua. Si tratta di un vero e proprio pellegrinaggio, durante il quale il Signore racconterà molte parabole e farà diversi incontri. Tra questi, quello che fornisce la cornice per la parabola stessa. Questa infatti non deve essere isolata dal contesto, ovvero dal dialogo che la precede e che segue anche la sua conclusione, dialogo che ha luogo tra Gesù e un dottore della Legge. Questi, come avveniva normalmente tra esperti della Parola di Dio, mette alla prova Gesù sottoponendogli una questione importante: come poter ereditare la vita eterna.

Ed è proprio nella risposta di Gesù che si trova quella prima forma di misericordia che riguarda non tanto la carità che poi verrà esercitata dal Samaritano (nella forma del soccorso che questi darà all’uomo incappato nei briganti): si tratta di una misericordia che ha a che fare con la relazione. Gesù infatti risponde con una “contro” domanda, interpellando l’intelligenza del suo interlocutore e lasciandogli un grande spazio di fiducia: «Che cosa sta scritto nella legge? Come leggi?». Se avesse voluto, Gesù avrebbe potuto fare come tante volte capita quando si ha la risposta pronta e non si lascia spazio al dialogo, fornendo subito una “soluzione”. Ma è qui che il dottore della Legge deve essersi sentito accolto, se tra l’altro, poi, alla sua risposta centrata sull’amore per Dio e per il prossimo, Gesù replicherà lodandolo: «Hai risposto bene». Oltre a questo primo esercizio di misericordia relazionale, Gesù ne compie un altro subito dopo. L’esperto della Legge infatti si rivolge a Gesù sollevando una questione teologica ma anche con conseguenze pratiche, questione che si agitava ancor prima dell’era cristiana e che riguardava il modo di interpretare il comando di amare il prossimo, di cui nel libro del Levitico (19,18b). In questo libro, ad esempio, il “prossimo” veniva visto nelle persone dei «figli del tuo stesso popolo», ovvero il popolo ebraico, ma in altre parti della Legge, come Levitico 19,34, il “prossimo” era anche lo straniero che risiedeva nella Terra d’Israele. Non sembra invece che vi sia nella Legge un esplicito comando riguardante l’amore per i membri degli altri popoli. Addirittura, i membri di un gruppo giudaico che doveva avere una base presso il Mar Morto, gli Esseni, leggevano il precetto di amare il prossimo solo in relazione ai componenti della loro setta. È dunque a questo punto, e per rispondere all’obiezione del suo interlocutore, che forse voleva conoscere fino a che punto arrivava Gesù, che Gesù racconta la parabola.

Le sette azioni del Buon Samaritano

Il tema della misericordia è presente, come si vede subito, nella parabola stessa, proprio nel punto in cui il Samaritano, diversamente da coloro che l’hanno preceduto sulla stessa strada, non solo “vede” – come già gli altri (Lc 10,31.32) – quell’uomo bisognoso aggredito dai briganti, ma ha anche compassione di lui (v. 33). Ed è proprio con questo verbo che inizia quella sequenza di sette azioni con le quali si descrivono le misericordie compiute dal Samaritano a favore del malcapitato: oltre al “commuoversi nelle viscere”, egli gli si avvicina, gli fascia le ferite, versandovi sopra olio e vino, lo carica sulla cavalcatura di cui disponeva, lo porta ad una locanda e si prende cura di lui. Sette modi di esercitare la misericordia verso un bisognoso, e che soprattutto sono messi in atto da chi meno ci si aspetterebbe. La prima cosa che emerge dalla parabola, infatti, oltre alla compassione del Samaritano, è che questi era considerato come un eretico, un escluso dalla salvezza, e, anzi, Gesù stesso aveva proibito ai suoi discepoli di annunciare loro il vangelo del Regno (cfr. Mt 10,5). Ma è proprio lui, e non, come ci si aspetterebbe, il sacerdote o il levita, a soccorrere il bisognoso.

Non si deve esagerare con quella modalità di interpretazione della parabola che ricorre all’allegoria, quasi si dovessero trovare corrispondenze simboliche a ogni dettaglio del racconto. Così avevano fatto padri come Agostino o interpreti come Origene, identificando, ad es., il sacerdote con la Legge, e il levita coi Profeti, oppure l’olio con la speranza e il vino con l’esortazione ad agire con fervore di spirito, o, ancora, la locanda con la Chiesa e l’albergatore, come credeva Agostino, con l’apostolo Paolo.

È Gesù il Buon Samaritano

Certo, si può arrivare a dire – con un bel prefazio della Messa – che Gesù è il buon Samaritano (che «ancora oggi viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza…»; Prefazio VIII comune, Messale Romano), e accettare quindi, come spiegato da Benedetto XVI nel suo volume su Gesù di Nazaret, che grazie alla potenzialità intrinseca del testo della parabola essa possa essere compresa in senso cristologico, in relazione a Gesù, e dunque che l’uomo mezzo morto ai bordi della strada non sia altro che «Adamo, l’uomo in genere, che nel corso della sua storia si trova alienato, martoriato, abusato».

Queste spiegazioni possono attualizzare la parabola, ma non ne colgono il significato originario, lo scopo, cioè, per il quale Gesù deve averla narrata e che, come abbiamo detto, si deve cercare nel dialogo con il dottore della Legge. La parabola serve infatti a far entrare l’interlocutore di Gesù talmente tanto dentro il racconto, al punto che questi si possa immedesimare non con il buon Samaritano, ma con chi è caduto nelle mani dei briganti. Come ha scritto il più importante studioso italiano delle parabole, quella del buon Samaritano «non fa leva sulla sua buona azione, bensì sul bisogno che il ferito ha di lui» (Vittorio Fusco).

Il dottore della Legge, in conclusione, è invitato da Gesù a riconoscere che quando ci si trova nel bisogno il “prossimo” – che non chiede solo di essere amato, ma che ama davvero – può prendere anche i panni del nemico, del Samaritano che meno ci si aspetterebbe capace di amore. Anche Gesù ha agito in questo modo con il suo interlocutore, o, forse anche “avversario”; ha usato verso il dottore della Legge una speciale misericordia che non è meno importante di quelle più eclatanti che sono state messe in atto dal buon Samaritano. La misericordia nel modo di lasciar essere l’altro, di ascoltare la sua opinione, di dire le cose nel modo giusto e rispettoso. La misericordia che si deve usare nelle relazioni.

In MISERICORDIA IO VOGLIO, di Giulio Michelini
dal n. 1/2016 della Rivista Porziuncola







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