News > E’ Natale a San Damiano

02/01/2016 17:04
Ricca mostra di presepi


Nella notte di Natale del 1223, a Greccio, nella “Valle santa”, il Poverello volle “fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello” (1Cel XXX - FF 468). Da allora, la spiritualità francescana ha continuato a fissare lo sguardo sul mistero dell’Incarnazione, con una speciale devozione per il Natale del Signore. Nell’omelia del Natale 2011, il papa Benedetto XVI osservava:

“Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale “la festa delle feste” – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con “ineffabile premura” (2Cel 199: FF 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore”.

Ancora oggi, è una tradizione nei conventi francescani allestire più presepi, nei diversi ambienti della vita comunitaria, e in particolare delle chiese. Anche San Damiano è fedele a questa tradizione francescana, che qui si arricchisce degli echi dell’esperienza clariana. Appartiene infatti alla spiritualità della prima comunità delle “povere dame” una profonda devozione per Gesù Bambino. Le monache compagne di S. Chiara testimoniano nel processo di canonizzazione diverse visioni aventi per oggetto un “mammolo”, cioè un bambinetto, “bellissimo, tanto che la bellezza sua non si poteva esprimere” (cfr. Processo di canonizzazione 9,4 – FF 3062). Tali visioni si verificano in due specifici contesti. Il primo è quello della predicazione: mentre fra Filippo d’Atri predica alle monache, sora Agnese vede vicino a Chiara un mammolo bellissimo, che pareva di tre anni (cfr. PC 10,8 - FF 3076). Il secondo è quello dell’Eucarestia. Una volta, mentre Chiara si accingeva a ricevere il Corpo di Cristo, sora Francesca vide sopra di lei “uno splendore molto grande, e le parve che il corpo del Signore fosse un mammolo piccolo e molto bello” (cfr. PC 9,10 – FF 3068). Il significato teologico di queste visioni è evidente: Cristo è realmente presente quando la sua parola è predicata e ascoltata, e in modo eminente nell’Eucarestia.

A questo proposito non si può poi non menzionare l’episodio del 1240 che ha segnato l’iconografia clariana, quello della messa in fuga dei saraceni che in una delle loro scorribande erano entrati nel chiostro del monastero di San Damiano, gettando nel panico la comunità delle povere dame. Chiara pregò dinanzi alla “cassa d’argento racchiusa nell’avorio ove si conservava con grande devozione il corpo del Santissimo. Al che, dopo essersi prostrata tutta in preghiera al Signore Cristo suo tra le lacrime, disse: «Ti fa piacere, o Signore, che le tue ancelle inermi, che ho allevato nel tuo amore, ora siano consegnate nelle mani dei pagani? Signore, ti prego, custodisci queste tue serve che ora io non posso più custodire». All’improvviso alle sue orecchie risuonò una voce come di bambino, propiziatoria di una nuova grazia: «Io vi custodirò sempre»” (cfr. Vita di S. Chiara 21-2 - FF 3201-2).

Ancora oggi, nell’oratorio di S. Chiara, la piccola nicchia in cui era posto il tabernacolo reca un affresco che rappresenta una piccola teca di colore marrone su cui è in piedi un bambinello biancovestito, aureolato e benedicente: un chiaro riferimento alle voce di bambino che Chiara udì dal tabernacolo.

Infine, il grande dormitorio è muto testimone di un altro episodio squisitamente natalizio:

Come lei [Chiara] si ricordava del suo Cristo, così anche Cristo la visitava nelle sue infermità.
In quell'ora del Natale, quando il mondo giubila con gli angeli per il Bambino appena nato, tutte le Donne si avviano per il Mattutino al luogo della preghiera, lasciando sola la Madre gravata dalle infermità. E, avendo cominciato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice: «Signore Iddio, eccomi lasciata qui sola per Te!». Ed ecco, all'improvviso, cominciò a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa di San Francesco. Udiva i frati salmeggiare nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva perfino il suono degli strumenti. Il luogo non era affatto così vicino da consentire umanamente la percezione di quei suoni: o quella celebrazione solenne fu resa divinamente sonora fino a raggiungerla, oppure il suo udito fu rafforzato oltre ogni umana possibilità.
Anzi, cosa che supera questo prodigio di udito, ella fu degna di vedere perfino il presepio del Signore.
Quando, al mattino, le figlie andarono da lei, la beata Chiara disse: «Benedetto il Signore Gesù Cristo, che non mi ha lasciata sola, quando voi mi avete abbandonata! Ho proprio udito, per grazia di Cristo, tutte quelle cerimonie che sono state celebrate questa notte nella chiesa di Santo Francesco» (Vita di S. Chiara 29 – FF 3211-2).

E’ probabile che questo racconto abbia contribuito alla decisione del papa Pio XII di proclamare Chiara patrona della televisione del 1958. Questo episodio della vita di Chiara ci aiuta anche a ricordare tante persone che in questi giorni vivono il Natale nella solitudine e nella malattia, e diventa invito a farci loro prossimi con gesti concreti di attenzione e di tenerezza.







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