Infermeria Provinciale > Francesco d’Assisi e il fratello infermo

Estratti dalle Fonti Francescane


Se un frate cadrà ammalato, ovunque si trovi, gli altri frati non lo lascino senza avere prima incaricato un frate, o più se sarà necessario, che lo servano come vorrebbero essere serviti essi stessi; però in caso di estrema necessità, lo possono affidare a qualche persona che debba assisterlo nella sua infermità.
(FF 34, Rnb X)

Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità. Se a volte la bontà dei secolari gli mandava qualche corroborante per la sua salute, lo regalava agli altri ammalati, mentre ne aveva bisogno più di tutti. Faceva proprie le loro sofferenze e li consolava con parole di compassione, quando non poteva recare loro soccorso.
Mangiava perfino nei giorni di digiuno,perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un frate ammalato. Tuttavia ammoniva i sofferenti a sopportare pazientemente le privazioni e a non gridare allo scandalo, se non erano soddisfatti in tutto.
Per cui in una Regola fece scrivere così: «Prego tutti i miei frati infermi, che nelle loro infermità non si adirino né si turbino contro Dio o contro i fratelli. Non chiedano con insistenza le medicine, né desiderino troppo di risanare il corpo, che è nemico dell'anima e destinato a morire presto. Di ogni cosa sappiano rendere grazie a Dio, in modo da essere quali li vuole il Signore. Perché quelli che Dio ha preordinati alla vita eterna, li ammaestra col pungolo dei flagelli e delle malattie. Ha detto infatti:"lo quelli che amo, li correggo e li castigo"».
Una volta venne a conoscenza che un frate ammalato aveva desiderio di mangiare un po' d'uva. Lo accompagnò in una vigna, e sedutosi sotto una vite, per infondergli coraggio, cominciò egli stesso a mangiarne per primo.
(FF 761-762, 2Cel CXXXIII)

Si chinava, con meravigliosa tenerezza e compassione, verso chiunque fosse afflitto da qualche sofferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità nella dolce pietà del cuore, la considerava come una sofferenza di Cristo stesso.
Aveva innato il sentimento della clemenza, che, la pietà di Cristo, infusa dall'alto, moltiplicava. Sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati, e quando non poteva offrire l'aiuto, offriva il suo affetto.
(FF 1142, LegMag VIII.5) 

Parlava con i suoi frati immedesimandosi nella loro situazione, non come un giudice quindi, bensì come un padre comprensivo con i suoi figli e come un medico compassionevole con i propri malati. Sapeva essere infermo con gli infermi, afflitto con gli afflitti. Tuttavia quando era il caso castigava quelli che commettevano delle infrazioni, infliggeva le meritate punizioni ai recidivi e ai riottosi.
(FF 1470, 3Comp XIV)







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