News > Il “Triduo Pasquale” di San Francesco d’Assisi

07/04/2015 09:45
Negli eventi di San Damiano


Tra le mura vetuste di San Damiano, la memoria di Francesco e Chiara addita costantemente il mistero pasquale, mistero di rivelazione e di redenzione, che la Chiesa, corpo mistico di Cristo, rivive nelle celebrazioni del triduo pasquale, culmine dell’anno liturgico.

Qui, a San Damiano, intorno al 1205, il Crocifisso Risorto parla al giovane Francesco, in cerca di luce sulla sua vocazione: “Francesco va’, e ripara la mia casa!”. “Da quel momentoannota la Leggenda dei tre compagni  il suo cuore fu ferito, e si struggeva al ricordo della passione del Signore. Finchè visse portò sempre nel suo cuore le stimmate del Signore Gesù, come si manifestò chiaramente più tardi, quando quelle stimmate si riprodussero nel suo corpo, mirabilmente impresse e fatte conoscere in tutta evidenza” (FF 1412). Contemplando il Crocifisso di San Damiano, Francesco intuisce l’amore di Dio: “Cristo mi ha amato, e ha consegnato se stesso per me!” (cfr. Gal 2,20). Innamorato di Cristo, inizia a meditare con sempre più partecipazione la passione del suo Signore: “Piango la passione del mio Signore, e per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo!” (FF 1413). Un amore che incendierà la sua anima e la sua vita, come attestano i suoi scritti (tra cui l’Ufficio della Passione), fino alla preghiera che prelude al dono delle stimmate, alla Verna nel 1224: “O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione; la seconda si è ch’io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori” (FF 1919). Sarà il grande Venerdì santo di Francesco.

Qui, a San Damiano, il giovane Francesco si trasferisce a vivere, ospite del povero sacerdote don Pietro, per restaurare la chiesa, in  obbedienza alla parola rivoltagli dal Crocifisso. Parlando di questi primi anni della sua conversione, Francesco scriverà nel suo testamento: “Il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine, che se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi dei sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi solo amministrano agli altri” (FF 112-113). Fin dagli inizi, Francesco comprende la dimensione ecclesiale e sacramentale della salvezza: è nella Chiesa, Sposa di Cristo, e massimamente nei Sacramenti celebrati dai ministri ordinati, che Cristo è presente e operante. Nel Giovedì santo la Chiesa celebra l’istituzione dell’Eucaristia e del ministero ordinato, e il comandamento dell’amore, che Gesù esprime nella lavanda dei piedi. Francesco coglie anche il significato di questo gesto, ripetendolo al servizio dei lebbrosi (FF 1045). Il Poverello porta nel cuore le parole e i gesti del giovedì santo, al punto che poco prima di morire, “si fece recare dei pani e li benedisse. Siccome a causa della sua infermità non aveva la forza di spezzarli, li fece spezzare da un frate in molte particelle, e ne diede una particella a ciascuno, raccomandando che venisse consumato interamente. Come il Signore il giovedì santo volle cenare con gli apostoli prima della sua passione, così parve a quei frati che anche il beato Francesco, prima di morire abbia voluto benedire loro e in loro benedire tutti gli altri, e mangiare quel pane benedetto quasi in compagnia di tutti gli assenti” (FF 1567).

Infine, è a San Damiano che, nel 1225, stimmatizzato, malato e prossimo alla morte, Francesco “tormentato da tante afflizioni […] diceva: “Signore, vieni in mio aiuto, guarda alle mie infermità, affinchè io sappia sopportarle pazientemente”. E subito gli fu detto in spirito: “Dimmi, fratello: se qualcuno, in cambio di queste tue tribolazioni e infermità, ti desse un tesoro così grande e prezioso che, se tutta la terra fosse oro puro e tutte le pietre fossero pietre preziose e tutta l’acqua fosse balsamo, tu riterresti tutte queste cose come un nulla al suo confronto, non ne saresti felice? […] Dunque, sii lieto e felice nelle tue malattie e tribolazioni, e d’ora in poi vivi nella sicurezza, come se tu fossi già nel mio Regno” (FF 1799). Il mattino seguente chiamò i suoi compagni, e compose il Cantico delle creature. Il Cantico è la lode di colui che, sepolto con Cristo nel battesimo, in Cristo è stato anche risuscitato per la fede nella potenza di Dio (cfr. Col 2,12). E’ la gioia della Risurrezione di Gesù che illumina il Sabato santo dell’attesa.

Nel 1225, quando compone il Cantico, Francesco trascorre cinquanta giorni a San Damiano, ospite delle Povere Dame, guidate da S. Chiara. Qui la Santa, incendiata dal medesimo amore al Cristo crocifisso consumò la sua esistenza, dal 1211 al 1253, nella preghiera e nell’umile servizio. Raccontano le consorelle che nei giorni del triduo pasquale Chiara si immergeva così profondamente nella contemplazione , che “pareva essere inchiodata con Cristo e resa del tutto insensibile” (FF 3217); e così Chiara raccomandava ad Agnese di Praga: “Abbraccia, vergine povera, Cristo povero. Vedi che egli si è fatto per te spregevole, e seguilo, fatta per lui spregevole in questo mondo. Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo più volte flagellato, morente tra le angosce stesse della croce: guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo” (FF 2879).

Francesco e Chiara ci guidino in questa Pasqua a scrutare sempre meglio “la profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!”.







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