News > Il male della società

13/11/2017 09:15
Esiste una “ricetta” per il bene di tutti e di ciascuno?


Non c’è bisogno di dimostrare ad alcuno che e quanto questa nostra società sia malata, al punto da poter dettagliare alcuni nuclei di morte che minano la coesione e la sussistenza della sua identità. Basterebbe mettersi ad ascoltare seriamente e con una buona dose di pazienza i politici, i maître à penser, i sacerdoti di varie religioni, etc, per ricavarne una svariata serie di diagnosi e relative terapie. Ci sono state ideologie di tutte le latitudini che hanno confezionato pacchetti di soluzioni da calare sulle “masse” con una discreta dose di violenza, sicure di curare ogni sorta di male. Ma la rigidità di ogni ideologia, concepita a tavolino, assomiglia molto al mito antico del gigante Procuste, il quale aveva la sua casa lungo una strada molto frequentata e in casa un letto: il “letto di Procuste”, sul quale il gigante stendeva i viandanti che dovevano essere perfettamente conformi alle misure del letto. A un ospite troppo alto Procuste tagliava le gambe con un’ascia, un ospite troppo basso veniva sottoposto a una vigorosa trazione per essere adattato esattamente alla lunghezza del letto. Perfetta immagine di ogni ideologia. Il senso di questo mito indica la tendenza a ridurre le persone a un solo modello, un solo modo di pensare e di agire.

Ma sappiamo tutti come sono andate a finire le ideologie, specie quelle del ‘900 e quanto male abbiano fatto a milioni di persone, con la presunzione, corroborata da violenza, di risolvere tutti i problemi e ingiustizie, diventando esse stesse le prime cause di violenza.

Ammainate le bandiere ideologiche, i politici di oggi, l’un contro l’altro armati, non passa giorno senza che ci sciorinino ricette risolutive di ogni malattia. Ricette talmente diverse tra loro, che denotano una assoluta incapacità di diagnosi diretta sulla realtà del nostro Paese e dell’Europa in cui siamo. Pur non sapendo di scienza medica, sembra incomprensibile che ad una malattia, certamente da studiare, corrisponda una congerie di diagnosi talmente diverse tra di loro, opposte spesso. E ad ogni diagnosi poi corrisponde una terapia, ognuna totalmente contraria all’altra, che, se applicate ad un malato, invece di curarlo lo porterebbero alla tomba.

I mali e i relativi sintomi della nostra società sono reali e, con una seria applicazione, conoscibili. Per cui anche la relativa terapia dovrebbe essere facilmente, anche se faticosamente, confezionata e applicata per il bene di tutti. I mali sono quelli e sbagliare diagnosi significherebbe applicare una terapia errata, con la conseguenza di peggiorare la malattia. Discorso troppo semplicistico? Senz’altro. Ma perché complicare ulteriormente la già complicata situazione politica e sociale, quando con la volontà di vero bene per la gente, tutti insieme, si potrebbe uscire dall’impasse in cui siamo da troppi anni? Tutti ci vogliono convincere di cercare il benessere dei cittadini, l’amore alla nostra terra, alla nostra cultura, ma l’impressione che si ricava dalle proposte dei partiti è che ognuno cerchi piuttosto il bene del proprio “particulare”. La litigiosità crescente dei politici, giunta a livelli insopportabili, fa piuttosto pensare a motivazioni personali e quindi false. Perché poi dovrebbero litigare tra di loro, quando siamo noi cittadini che li abbiamo votati. Dovrebbero insultare gli elettori e non gli eletti all’amministrazione della cosa pubblica. È utopico chiedere che uomini e donne, competenti e amanti del bene comune, si riuniscano attorno al capezzale del nostro Paese, si accordino sui mali reali e formulino una politica efficace che dia risposta ai reali bisogni dei cittadini, famiglie, giovani, poveri, disoccupati, e oggi anche immigrati in cerca di dignità? Chiamatela pure “politica delle larghe intese”, o alla tedesca “grosse koalition”, purché con intelligenza politica e una certa dose di pragmatismo si “governi”, cioè si afferri il timone e si conduca il Paese a una stabilità e alla sicurezza del vivere dignitoso per tutti. Il bene comune prima ancora ci vuole uniti, seppure nelle differenze che sono ricchezze, se riconducibili a una sintesi vitale. È quanto insegnava don Lorenzo Milani ai suoi ragazzi a Barbiana: “Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è egoismo” (Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa).

Fr. Giancarlo Rosati (8 novembre 2017)







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