News > Il pianto delle Povere Dame

04/10/2014 17:11
La sera del 3 ottobre a San Damiano


Con le parole riportate in fondo a questo articolo, il Celanese, primo biografo di san Francesco, racconta l’estremo saluto delle “sacre vergini e donne povere” di San Damiano, santa Chiara e le sue consorelle, ai resti mortali del Padre serafico; parole che sono risuonate ieri sera proprio a San Damiano, nella veglia di preghiera presieduta da S. Ecc. mons. M. Crociata, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno. La veglia è iniziata nella piazzetta del santuario con un breve saluto del Guardiano, p. Rosario Gugliotta, che ha additato nelle stimmate di Francesco una luce di speranza: conformarsi a Cristo è possibile! La sequela di Gesù non è un’utopia, un irraggiungibile e frustrante traguardo: è una possibilità reale; è possibile vivere di Cristo, e morire in Lui; è possibile la pienezza di gioia che Francesco trovò nel vivere e morire in Cristo. Abbiamo quindi ascoltato il racconto del transito di san Francesco tratto dalla Leggenda maggiore di San Bonaventura, e abbiamo pregato nello spirito di Francesco, riprendendo le parole che qui rivolse al Crocifisso nel 1206: Alto e glorioso Dio.

Ci siamo poi portati processionalmente nella chiesa, dove abbiamo celebrato l’Ufficio delle Letture della solennità di San Francesco. Le antifone dei salmi rievocano il sogno di Spoleto (1 ant: Torna alla tua terra, Francesco: non devi seguire il servo, ma il Signore!), il mandato del Crocifisso di San Damiano (2 ant: Francesco, va’ e ripara la mia Chiesa!), la rivelazione della Porziuncola (3 ant: L’Altissimo stesso mi rivelò di dover vivere secondo la forma del santo Vangelo). La prima lettura è tratta da Rm 8, e propone la contemplazione ammirata dell’opera dello Spirito Santo, che abita in noi, ci rende figli adottivi e ci abilita a gridare “Abbà, Padre!”; ci fa appartenere a Cristo, e ci conforma a Lui intercedendo per noi secondo il disegno eterno del Padre; ci conduce alla vita e alla pace.

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato il racconto del pianto delle povere dame redatto dal Celanese. Nella breve omelia mons. Crociata ha quindi ripreso i temi della salmodia e delle letture, osservando come la morte di Francesco sfidi il nostro abituale atteggiamento nei confronti della morte, un atteggiamento di pudore o addirittura di rimozione. Ancor più la sfida si appalesa quando si pensi alle numerose difficoltà e sofferenze fisiche e morali che travagliarono gli ultimi anni del Poverello, ma non gli impedirono di cantare le lodi di Dio anche in punto di morte. E’ la fede che fa la differenza: Francesco permette allo Spirito di agire su di lui per conformarlo a Cristo; la morte diventa allora lo spalancarsi delle porte della vita eterna, e l’agonia è il travaglio del parto dell’uomo nuovo: “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi […] tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 18.22-23). E’ la fede che permette a Francesco di coinvolgere nella sua lode cosmica “sora nostra morte corporale”, in quel Cantico delle creature che proprio qui compose nel 1225, un anno prima della morte.

Dopo il canto del Te Deum e la benedizione, p. Rosario ha invitato i fedeli a baciare l’icona di san Francesco (copia tratta dalla celebre tavola del maestro di san Francesco conservata alla Porziuncola), per esprimere il proprio desiderio di lasciarsi conformare a Cristo povero e crocifisso, attraverso le prove e le tribolazioni della vita, come Francesco stimmatizzato: “Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli che ‘l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati”.

 “Sono passati molti anni da quella notte beata, ma la luce di quella notte non si è spenta. Francesco è ancora oggi una stella che risplende per tutti gli uomini e per tutti i popoli. Ma in lui, come in tutti i santi, è la luce di Cristo che rifulge per noi e rischiara l’oscurità delle nostre paure”: così recita un passaggio della veglia. A noi e a tanti pellegrini, raccoltisi in un’atmosfera di commossa devozione, il privilegio di fare memoria sotto le volte vetuste di San Damano, mute testimoni dell’irrompere della grazia di Dio nelle vicende degli uomini.

 

1Cel 88; 116-8; FF 473; 523-5

“L'anno 1226, indizione XV, il 4 di ottobre, in giorno di domenica, in Assisi, sua città natale, presso Santa Maria della Porziuncola, dove egli aveva fondato l'Ordine dei frati minori, il beatissimo padre nostro Francesco, a vent'anni dalla sua piena adesione a Cristo, seguendo la vita e gli esempi degli apostoli, si libera dal carcere della carne, e portando a compimento la sua opera, se ne va felicemente nel soggiorno dei beati. […] I suoi frati e figli insieme alle folle accorse dai paesi vicini per avere la gioia di partecipare ai solenni funerali, passarono l'intera notte in cui Francesco morì, pregando e salmodiando; ed era tale la dolcezza dei canti e lo splendore delle luci da far pensare ad una veglia di angeli.

All'indomani all'alba arrivarono i cittadini di Assisi con tutto il clero e, prelevando il sacro corpo, lo trasportarono onorevolmente in città tra inni e canti e squilli di trombe. Celebrando insieme la solennità di quelle esequie, tutti si erano muniti di rami d'ulivo e di altri alberi e procedevano cantando a piena voce preghiere e lodi al Signore nello splendore di innumerevoli ceri. I figli portavano il loro Padre, il gregge seguiva il suo pastore, che li aveva preceduti incontro al Pastore universale.

Quando giunsero al luogo dove egli aveva fondato l'Ordine religioso delle sacre vergini e Donne Povere, deposero il sacro corpo nella chiesa di San Damiano, dove dimoravano quelle sue figlie dilette ch'egli aveva conquistate al Signore e fu aperta la piccola grata attraverso la quale le ancelle di Cristo sogliono ricevere nei tempi stabiliti l'Eucarestia. Fu aperto anche il feretro, che conteneva quel tesoro di celesti virtù, portato ora da pochi, lui che era solito portare molti durante la sua vita . Ed ecco, donna Chiara, che era veramente chiara per ricchezza di meriti, prima madre di tutte le altre, perché era stata la prima pianticella di quella religiosa famiglia, viene con le figlie a vedere il Padre che più non parla con loro e non ritornerà più tra loro, perché se ne va altrove.

E guardandolo, piangendo e gemendo, con voce accorata, espressero così il loro cordoglio trepidante e devoto: «O Padre, che cosa faremo ora noi, misere? Perché ci abbandoni desolate? A chi ci affidi, così desolate? Perché non ci hai dato la gioia di precederti nel Regno dei beati e invece ci lasci qui nel dolore? Come potremo vivere nel nostro monastero, ora che più non verrai, come un tempo a visitarci? Con te se ne va per noi, sepolte al mondo, ogni nostro conforto! Chi ci soccorrerà in questa povertà di beni spirituali e materiali? O padre dei poveri, amante della povertà, chi ci aiuterà nelle tentazioni? Tu lo potevi, perché ne avevi provate e superate tante! Chi ci sosterrà nel momento delle tribolazioni, o tu che sei stato il nostro aiuto nelle molte tribolazioni che già sperimentammo? O amarissimo distacco, tremenda partenza; o morte inesorabile che uccidi migliaia di figli e di figlie, privandoli del loro santissimo padre, mentre ti affretti a strapparci per sempre colui per merito del quale il nostro buon volere, se pure ne abbiamo, raggiunse la sua migliore fioritura!».

Ma il verginale pudore poneva un freno al pianto, né sembrava conveniente piangere a dirotto su colui, il cui transito aveva richiamato schiere di angeli e allietava tutti gli eletti del cielo! Così, sospese tra l'afflizione e la gioia insieme, baciavano quelle splendide mani, ornate dalle stimmate raggianti come gemme preziose. E dopo che ebbero rimosso il sacro corpo, fu richiusa quella porta che non s'aprirà mai più a sì grande ferita. O quanto più grande il dolore di tutti alla vista dell'accorato e filiale lamento di quelle vergini! Quanti, soprattutto, i gemiti dei figli in pianto! Tutti partecipavano al dolore di ognuno di loro, così che non c'era nessuno che riuscisse a trattenere le lacrime, al vedere quegli angeli di pace piangere così desolatamente (Cfr Is 33,7).

Giunti finalmente in città, con gioiosa esultanza tumularono il venerabile corpo in un luogo già sacro, ma ora più sacro, perché santificato dalla presenza delle spoglie di Francesco. Qui egli, a gloria dell'onnipotente e sommo Iddio, continua a illuminare il mondo con i miracoli, come prima l'aveva illuminato con la sua santa predicazione. Siano rese grazie a Dio. Amen”.







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