News > Il ritorno a casa

14/02/2017 08:30
Sant’Agostino e la misericordia 2/4


Prosegue l’itinerario tracciato da Le Confessioni: nella prima tappa, dopo uno sguardo generale all’opera, abbiamo seguito il Vescovo di Ippona nella presa di coscienza del suo cammino di allontanamento da Dio e di una libertà – che Agostino stesso definisce da evaso – vissuta lontano dalle strade di Dio.

Tale libertà naufragò, a un certo punto, in una totale disillusione giungendo alle soglie di un’assurda concezione di Dio che indusse Agostino a esclamare: «Dov’eri dunque allora, e quanto lontano da me? Io lontano da te vagavo escluso persino dalle ghiande dei porci che di ghiande pascevo… Ho creduto a quelle favole, per mia sventura; lungo quei gradini fui tratto sino agli abissi infernali, febbricitante, tormentato dall’arsura della verità, mentre, Dio mio, lo riconosco davanti a te, che avesti misericordia di me quando ancora non ti riconoscevo, mentre cercavo te non già con la facoltà conoscitiva della mente, per la quale volesti distinguermi dalle belve, ma col senso della carne. E tu eri più dentro in me della mia parte più interna e più alto della mia parte più alta» (Tu autem eras interior intimo meo et superior summo meo). L’esperienza della misericordia qui raccontata prende a prestito alcune espressioni della parabola del Padre misericordioso (Lc. 15, 11-32) che, peraltro, fa da cornice tematica all’intero racconto della conversione di Agostino. Le Confessioni, infatti, ne narrano la storia di allontanamento e di ritorno a casa, successivo all’esser rientrato in se stesso, una volta terminata la lettura dell’Hortensius: «Da te ci allontaniamo e a te torniamo senza muovere i piedi, senza attraversare spazio di luoghi; oppure bisogna intendere che il tuo figlio secondogenito, di cui parla la parabola, dovette procacciarsi davvero un cavallo, un carro, una nave, o s’involò con ali visibili, o percorse la strada col moto delle gambe per dissipare da prodigo, vivendo in un paese lontano, ciò che alla partenza gli avevi dato, padre amabile per i tuoi doni, più amabile al suo desolato ritorno? No, gli bastò vivere nella sregolatezza della passione, perché questo è davvero un vivere tenebroso, ed è vivere lontano dal tuo volto».

Nel quarto libro Agostino riprende la lamentela circa la falsa conoscenza di Dio e di sé, acquisita tramite il dualismo manicheo, ricordando ancora come la misericordia divina l’abbia salvato: «A che mi giovava ciò (aver letto tanti libri), se, Signore Dio e verità, pensavo che tu fossi un corpo luminoso e immenso, e io un frammento di quel corpo? Smisurata perversione! Eppure era il mio stato e non arrossisco, Dio mio, di confessarti gli atti della tua misericordia verso di me e invocarti, come non arrossii allora di professare davanti agli uomini le mie bestemmie latrando contro di te... Il nostro bene vive sempre accanto a te, e nell’avversione (aversi sumus) a te è la nostra perversione (perversi sumus). Volgiamoci tosto indietro (revertamur), Signore, per non essere sconvolti... e non temiamo di non trovare al nostro ritorno il nido da cui siamo precipitati. La nostra casa non precipita durante la nostra assenza: è la tua eternità». Da retore finissimo Agostino rielabora la lontananza e il ritorno al “nido” o alla “casa” giocando con i verbi “aversi sumus, perversi sumus, revertamur” che traducono bene quanto lui, come il figliol prodigo, hanno vissuto e cioè la conversione intesa appunto come “ritorno a casa”.

In MISERICORDIA IO VOGLIO, di Graziano Maria Malgeri
dal n. 2/2016 della Rivista Porziuncola

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