News > La Croce: perché Signore?

31/03/2017 08:29
Via per conoscere il volto del Padre


Se ripensiamo alla nostra vita, ci accorgiamo che Dio si è sempre lasciato incontrare in modo profondo quando eravamo sulla croce: una malattia, un rapporto incrinato, il non-senso di quello che facevamo, ecc…

Il giorno del Battesimo i nostri genitori e i padrini hanno tracciato sulla nostra fronte il segno della croce, che è il segno del cristiano, il marchio della proprietà di Dio. Se anche oggi il Signore ti sta segnando allo stesso modo, non avere paura, perché pone su di te il suo sigillo, sta confermando che tu sei Sua proprietà, che gli appartieni.

Qual è il senso della vita, se non quello di conoscere Dio? Di «conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti», direbbe Paolo (Fil 3,10-11). Ma non si conosce Dio leggendo libri o informandosi su riviste specializzate, quasi ci fosse chiesto di apprendere la chimica o imparare a suonare il pianoforte! Si conosce Dio solo nella misura in cui ne fai esperienza. Già nel Libro dell’Esodo, ad ogni nuovo prodigio nei confronti degli Egiziani, Dio ripete a Mosè queste parole: «così il Faraone saprà che Io sono».

Ecco per quale motivo Dio permette che tu faccia esperienza della croce: perché devi incontrare il volto del Padre, devi sperimentare che Dio provvede, devi sapere che Lui è Io sono e che tu non sei. Nessuno di noi è. Solo Dio è «Colui che era, che è e che viene», Colui che agisce, Colui che fa essere. Noi abbiamo un nome, perché Lui ci ha chiamato per nome, perché ci ha dato di essere. Se non ci lasciamo inchiodare nelle nostre incapacità e impossibilità, se non ci lasciamo incontrare da Dio nella sofferenza, non sapremo mai se è il Vivente, se è il Dio-con-noi o piuttosto un’invenzione della nostra mente.

È necessario accettare la propria realtà d’impotenza. Quando tutto va bene – e ci sono periodi in cui tutto va bene! – senza quasi pensarci, tendiamo in qualche modo ad occupare il posto del Padreterno. Se in quel momento arriva la sofferenza, questa ci aiuta a ridimensionarci, a relativizzarci a scrivere che Dio è, non noi!

La storia del popolo d’Israele è maestra: pensiamo agli Ebrei in fuga dall’Egitto. Sembrava che ormai gli obiettivi fossero raggiunti, che la salvezza fosse a portata di mano… Ma non era così: davanti il mare che non si può attraversare e alle spalle l’esercito del Faraone che avanza. Israele è nell’impossibilità totale: ed è Dio ad aprire un varco nel mare, per offrire una salvezza insperata e inimmaginabile.







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