News > La tua misericordia mi aleggiava intorno fedele

08/02/2017 09:00
Sant’Agostino e la misericordia 1/4


Accompagnati da Sant’Agostino, iniziamo un percorso in quattro tappe. Attraverso la progressiva esperienza della misercordia di Dio nella vita di questo testimone della fede, vogliamo anche noi attingervi il nutrimento per il nostro cammino.

Nella vita e nel pensiero di sant’Agostino, la misericordia di Dio costituisce senza dubbio la nota dominante; essa pervade le sue opere, fra le quali spicca quella più famosa, in tredici libri, intitolata le Confessioni.

Le Confessioni non sono propriamente un’autobiografia, sebbene i primi nove libri «abbiano per oggetto lui», che parla di se stesso in rigoroso ordine cronologico, dalla nascita al ritorno in Africa, dopo la sua conversione, mentre gli altri quattro sono di contenuto filosofico ed esegetico. Si tratta, piuttosto, di un’opera che traccia l’evoluzione interiore e spirituale di Agostino, a partire dai fatti della sua vita, segnata sì dai peccati, ma anche sommersa dalla misericordia del Padre che lui vuole “confessare” coinvolgendo il lettore nel suo stesso cantico di lode. Nel farlo, Agostino parla sempre coram Deo spalancandogli il suo cuore pentito e umiliato, ma anche pieno di gratitudine e fiducia nella sua misericordia; e lo fa servendosi ampiamente di parole ed espressioni tratte dai salmi e dagli altri libri della Bibbia.

Proviamo a ripercorrere i passaggi salienti dell’intera opera cercando di mostrare come proprio la misericordia di Dio ne costituisca il filo rosso, essendo il leit motiv della sua vita. Innanzitutto, l’opera muove dal desiderio di Agostino non più di conoscere prima se stesso per poi conoscere Dio, ma dalla domanda rivolta al Signore: «Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, perché tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e minacci, se non ubbidisco, gravi sventure, quasi fosse una sventura lieve l’assenza stessa di amore per te? Oh, dimmi, per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Dì all’anima mia: la salvezza tua io sono. Dillo, che io l’oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, Signore. Aprile e dì all’anima mia: la salvezza tua io sono. Rincorrendo questa voce io ti raggiungerò e tu non celarmi il tuo volto». Per molto tempo il giovane Agostino aveva tentato di ascendere fino a Dio seguendo la via insegnata dai filosofi neoplatonici, ma a un certo punto si era accorto che Dio non è solo l’Essere in sé da loro postulato, quanto piuttosto un Dio personale, che ha creato il mondo per amore e che nella sua misericordia lo sostiene e lo salva, chinandosi sull’uomo peccatore, caduto sotto il peso dei suoi mali. Scrive a proposito in un sermone di Natale: «cecidit homo miserabiliter, descendit Deus misericorditer»: «l’uomo è caduto (nel peccato) in modo miserabile, Dio si è chinato (verso di lui) con misericordia»). Una vera perla, in cui l’abilità retorica dell’Ipponense si sposa con la sua conoscenza profonda, spirituale delle Sacre Scritture, restituendocele adorne di una bellezza disarmante.

Nel secondo libro delle Confessioni l’autore delinea il suo ritratto di adolescente, preda delle passioni che lo allontanano da Dio imbrattandolo con i peccati, finché non sperimenta il perdono del Padre e confessa: «Attribuisco alla tua grazia e alla tua misericordia il dileguarsi come ghiaccio dei miei peccati; attribuisco alla tua grazia anche tutto il male che non ho commesso», quella grazia di cui Agostino fu cantore impareggiabile, antidoto potente contro l’umana superbia tanto che, sempre nel sermone di Natale sopra citato, leggiamo: «cecidit homo per superbiam, descendit Deus cum gratia» («l’uomo è caduto a motivo della superbia, Dio discese (verso di lui) mediante la grazia»).

Nel terzo libro Agostino rievoca la sua vita a Cartagine, dove si era recato per completare gli studi di retorica; ricorda la sua passione per gli spettacoli teatrali, “la voragine dei suoi amori peccaminosi” nella quale fu risucchiato, avvolto da un piacere che il suo «Dio misericordioso» non rese amaro; scrive dell’entusiasmante lettura dell’Hortensius di Cicerone, seguita da quella assai deludente della Bibbia, e soprattutto ricorda la sciagurata adesione al manicheismo, che gli aveva fatto credere di poter giungere alla conoscenza della verità senza doversi sottomettere all’autorità della Chiesa, la quale impone di credere prima di comprendere. Dovendo descrivere questo stato di ricerca intellettuale che lo portò a sperimentare gli inganni della ragione terribilmente affascinanti, Agostino ricorda: «La tua misericordia mi aleggiava intorno fedele, di lontano. In quante iniquità non mi sono corrotto fino alla putredine! Ti lasciai per seguire una curiosità sacrilega, che doveva precipitarmi nell’abisso infido e nel culto ingannevole dei demòni, cui immolavo in sacrificio i miei misfatti. E tu frattanto non cessavi di flagellarmi. Non osai persino, nelle affollate cerimonie delle tue festività, fra le pareti della tua chiesa, concepire voglie impure e brigare per cogliere frutti mortali? Perciò mi hai fustigato duramente. Ma i tuoi castighi erano nulla rispetto alla mia colpa, o sconfinata misericordia mia, Dio mio, rifugio mio dai terribili pericoli fra cui vagai presuntuoso, a testa alta, staccandomi sempre più da te, invaghito delle mie, non delle tue strade, invaghito della mia libertà di evaso».

In MISERICORDIA IO VOGLIO, di Graziano Maria Malgeri
dal n. 2/2016 della Rivista Porziuncola

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