SABATO della I sett. di Quaresima FERIA (viola)
sabato, 24 febbraio 2018
Matrimonio, famiglia e comunità ecclesiale 08 Feb

La vocazione e la missione della famiglia

Riportiamo il secondo contributo tratto dall’intervento di S.E. Mons. Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia, sul tema “La famiglia, prima comunità cristiana, scuola di vita e di fede dei giovani”. Leggi la prima parte dell’intervento.

La vocazione e la missione della famiglia

Nonostante che la cultura contemporanea cerchi di indebolire la famiglia come luogo saldo, dobbiamo comunque rilevare il bisogno che tutti hanno di famiglia. È un bisogno iscritto nelle profondità dell’essere umano, come del resto appare già nelle prime pagine della Bibbia. Ed è bene tornare a rileggerle. Nelle due narrazioni della creazione dell’uomo e della donna appare con evidenza che l’immagine e la somiglianza di Dio comprendono l’indispensabile legame tra l’uomo e la donna. È nella loro alleanza che si rivela l’essere umano fatto appunto ad immagine e somiglianza di Dio: “E Dio creò l’Adam a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1,27). E alla loro alleanza Dio affidò due grandi compiti: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Gn 1,28). In Adamo ed Eva, pertanto, si raccoglie l’intera umanità, l’intera famiglia umana, di cui le singole famiglie sono una delle articolazioni.

La parola della creazione – ricchissima di tesori – è ancora troppo trascurata e dimenticata, eppure offre ampiezze e profondità nuove. È un grande lavoro che aspetta di essere compiuto. Ed è entusiasmante: Dio affida il mondo e le generazioni all’uomo e alla donna congiuntamente. Quello che accade tra loro decide tutto. Quando i due progenitori si lasciarono prendere dal delirio di onnipotenza, e quindi di fare a meno di Dio, rovinarono tutto. È un racconto che fa intravedere le tragedie conseguenti al rifiuto della benedizione di Dio sul legame generativo tra l’uomo e la donna.

In ogni caso, seguendo l’antico racconto biblico, Dio non abbandona l’uomo e la donna al loro destino e ribadisce la forza di quel legame generativo dell’inizio. Quando dice al serpente ingannatore: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe” (Gn 3, 15a), Dio pone la donna come una barriera protettiva, di inimicizia verso male: è una benedizione a cui essa può ricorrere – se vuole – in ogni generazione. Vuol dire che la Donna porta una segreta e speciale benedizione, per la difesa della sua creatura dal Maligno! Come la Donna dell’Apocalisse, che corre a nasconderlo dal Drago. E Dio la protegge (cfr. Ap 12, 6). E la protezione di Dio, nei confronti dell’uomo e della donna, non viene comunque mai meno per entrambi. Prima di far uscire i peccatori dal mondo-giardino, Dio “fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì” (cfr. Gn 3, 21). Anche nelle dolorose conseguenze del nostro peccato, Dio fa attenzione che non rimaniamo nudi e abbandonati al nostro destino!

L’uomo e la donna non sono sati creati per rinchiudersi ciascuno in se stesso e neppure nel rinchiudersi tra loro due. Essi sono stati creati per operare assieme affinché custodiscano il creato (la casa comune) e la riempiano di generazioni. In questo ampio orizzonte si colloca la profezia dell’alleanza tra l’uomo e la donna. Un’alleanza che deve essere vissuta nella famiglia naturale, nella Chiesa e nella stessa famiglia umana. E non dobbiamo dimenticare che anche il celibe è parte della dimensione “famigliare” della Chiesa e dell’umanità (Gesù non contrappone il celibato alla coniugalità. E il cristianesimo ha sempre resistito – a dispetto di molti equivoci della sua stessa storia – alla esaltazione del primo svalutando la seconda). La comunità cristiana comunque è più grande della famiglia: essa riesce a far vivere e sperare nella benedizione di legami veramente famigliari, anche coloro che in quei legami faticano a vivere e a sperare: compresi i soli, gli abbandonati, i messi da parte e i rifiutati, e tutti coloro che non hanno potuto condividere e generare una vita.

Il matrimonio, la famiglia e la comunità ecclesiale

Vorrei ora accennare al rapporto tra il sacramento nuziale, la famiglia e la comunità ecclesiale. Amoris Laetitia in certo modo riallinea in maniera più chiara questa triplice scansione e manifesto la lacuna che c’è nel pensiero teologico a tale proposito. Mentre è abbondante la letteratura morale e canonistica sul matrimonio, scarseggia la teologia sulla famiglia come se quest’ultima fosse una conseguenza pratica dell’unione coniugale. Deve essere sviluppato ben di più il legame intrinseco fra il sacramento del matrimonio e la famiglia, sino a poter dire con chiarezza che l’uomo e la donna non si uniscono in matrimonio semplicemente per loro stessi, bensì per l’edificazione di una famiglia intesa come luogo di generazione umana, di educazione filiale, di legame sociale e di fraternità ecclesiale. Insomma, il matrimonio è per la famiglia, non viceversa: il sacramento sigilla il reciproco e indispensabile rapporto dell’uomo e della donna. La destinazione sociale e la vocazione comunitaria del matrimonio, che nella famiglia trova il suo simbolo compiuto e il suo nucleo propulsivo, sono assunte all’interno della fede cristiana e della stessa forma ecclesiale, sulla base del disegno comunitario di Dio a riguardo della creatura umana.

Il fatto che il legame matrimoniale costituisca un sacramento della nuova alleanza, va compreso in continuità con l’originaria destinazione generativa e comunitaria dell’alleanza creaturale. Nel sacramento del matrimonio, l’alleanza originaria dell’uomo e della donna, è redenta e inserita nell’economia della salvezza cristiana. Il fatto che esista un intrinseco ordinamento del sacramento del matrimonio verso la famiglia e della famiglia verso la comunità ecclesiale, non è una semplice conseguenza pratica dell’amore totale e fedele “dei due”, quasi che il significato essenziale del matrimonio (e quindi del sacramento) si condensasse e si esaurisse in primo luogo nel legame d’amore assoluto della coppia. In verità, la destinazione ai vincoli famigliari e alla comunità ecclesiale è piuttosto da ricondurre alla natura intrinseca del legame matrimoniale secondo il disegno creatore, che nell’economia salvifica cristiana viene inserito – come parte attiva – nel più fondamentale legame di Cristo con “i molti” per i quali è destinato l’amore di Dio ed è versato il sangue redentore.

In questa più ampia e concreta connessione si potrà ancor meglio comprendere il senso genuinamente “ecclesiale” della formula paolina sul “mistero grande”, riscoperta dalla recente teologia del matrimonio (Ef 5, 15).

Famiglie e comunità “in missione”

Nell’orizzonte evangelico appare chiaro il primato assoluto del legame con Gesù su tutti gli altri legami, quelli famigliari compresi. I coniugi pongono l’amore di Gesù come fondamento del loro amore. È questo il senso dello “sposarsi nel Signore”. Nell’orizzonte della sequela, pertanto, i legami famigliari vengono irrobustiti e trasformati: sono cioè resi più saldi, più creativi, e più universali perché senza più confini. La forza del Vangelo fa “uscire di casa” e abilita a creare paternità e maternità più ampie, per accogliere come fratelli e sorelle gli altri discepoli di Gesù. A chi gli disse che fuori della casa c’erano la madre e i fratelli che lo aspettavano, Gesù rispose: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 35). La comunità ecclesiale è la “familia Dei”.

Le famiglie che vivono la sequela di Gesù, pertanto, non sono isolate e chiuse in sé stesse. Esse attingono l’energia dell’amore dall’altare: ascoltando assieme le Scritture e nutrendosi dell’unico pane e dell’unico calice. Per questo è urgente un più chiaro legame tra famiglia e comunità partendo proprio dalla “comunità dell’altare”. La pastorale di base dovrebbe sviluppare molto di più, in chiave “famigliare”, la ricchezza di questo legame che “fa la Chiesa”. Dall’unico altare della Domenica ci si disperde poi negli altari delle case, delle strade e delle piazze per comunicare a tutti il Vangelo del Regno e guarendo malattie e infermità. Una Chiesa secondo il Vangelo non può che avere la forma di una casa accogliente, ospitale, larga, senza confini. E questo avverrà realizzandola in una “forma domestica”.

È l’utopia di un nuovo modo di vivere, non chiuso in sé stesso ma aperto a tutti e particolarmente ai poveri. In un tale orizzonte diviene chiara la responsabilità di accogliere coloro che non hanno famiglia, le persone sole e deboli perché facciano parte della più larga famiglia di Dio. Ed è in questo orizzonte che si deve porre anche il tema dei divorziati risposati o di quelle famiglie imperfette e in fieri. Verso costoro deve affrettarsi il nostro passo, irrobustirsi il nostro ascolto, intensificarsi la nostra compagnia. C’è una responsabilità particolare dei “movimenti ecclesiali” che già vivono una interrelazione tra famiglia e comunità. È la responsabilità di aiutare la Chiesa a colmare il divario tra famiglie e comunità cristiane. Potremmo dire che normalmente le famiglie sono troppo poco ecclesiali perché facilmente si rinchiudono in sé stesse, e le comunità cristiane sono poco famigliari perché appesantite dalla burocratizzazione, o ingrigite dal funzionalismo.



Famiglia Matrimonio Missione Vincenzo Paglia Vocazione

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