News > Messa in Coena Domini... tra Basilica e Infermeria!

18/04/2014 10:09
Il Giovedì Santo alla Porziuncola


Avete mai sentito parlare della “Basilica Superiore” di Santa Maria degli Angeli?

… è una domanda-trabocchetto, perché si tratta di un’espressione gergale con cui alcuni frati della comunità della Porziuncola definiscono la cappella della nostra infermeria provinciale, situata al secondo piano del convento, a pochi metri in linea d’aria dalla Basilica vera e propria.

A completare le solenni celebrazioni basilicali del Triduo Pasquale, sono proprio i nostri frati anziani e malati dell’infermeria i quali, strettamente associati al mistero della Passione del Signore, vivono i riti di questi giorni nella loro cappella, dedicata alla Beata Vergine Maria Regina. Non c’è la grandezza della Basilica riempita da migliaia di fedeli, seppur gremita da frati, operatori, giovani, suore e conoscenti è apparsa l’Infermeria a chi ha desiderato unirsi in preghiera. Gli orari sono un po’ diversi rispetto a quelli consueti: oggi si celebra alle 16:30. In più c’è l’offerta delle fatiche di un’età preziosissima (come ha spesso ricordato papa Benedetto nell’ultimo anno di pontificato) quanto delicata e fragile, a causa di più di qualche acciacco. Così, quella della nostra infermeria è una fraternità che può davvero intercedere, completando la preghiera mediante l’offerta quotidiana della malattia e della fatica.

Ecco, allora, che una breve visita all’infermeria, in questo Giovedì Santo, può illuminare il mistero di questo giorno. Quinta stanza a sinistra: questa notte c’è un fratello speciale! I frati, infatti, hanno allestito sul letto il tabernacolo della riposizione. Sulle lenzuola ben stirate, fiori e spighe di grano, sul comodino una lampada accesa. C’è il Signore Gesù, che non lascia mai queste stanze, presente soprattutto nei fratelli più deboli, ma stasera visibile nel Santissimo Sacramento dell’altare. La bellezza dell’incarnazione risplende in questa notte, come in tutte le notti della nostra vita: l’Altissimo viene a condividere il mistero della sofferenza umana, dandole senso nuovo e definitivo.

La Cena del Signore, che celebriamo stasera, dà luce e significato a tutto ciò che celebreremo durante il Santo Triduo, anche all’assurdità della Passione e della morte. “Questo è il mio corpo … Questo è il mio sangue”. Gesù SOFFRE perché s’OFFRE. Un piccolo apostrofo, talvolta, fa la differenza nei crocevia della nostra esistenza. Come ci ha detto alle Lodi mattutine p. Marco Freddi, riprendendo Eb 4,16: Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affidando al Signore tutto: gioie e dolori”. Ognuno di noi avrà certamente qualcosa da affidare e da offrire e sarà in forte comunione con i propri cari malati, magari su un letto d’ospedale. Lasciamo che siano i gesti e le parole di Gesù, questa sera, ad illuminare ogni nostro calvario e – ha detto ancora p. Marco – “lasciamoci dire da Dio chi è Dio”.

È bello guardare la lavanda dei piedi e vedere, come in filigrana, i frati chini sui letti dei confratelli infermi. Ringraziamo questi nostri confratelli e coloro che ci aiutano per il servizio e la cura che offrono e, insieme a loro, diciamo grazie a tutte le persone che si prendono cura degli ammalati e degli anziani. “L’avete fatto a me”! – dice il Signore che, stasera, ci ripete il Comandamento Nuovo dell’amore.

Se guardi attentamente ciò che accade all’altare durante la consacrazione e odi risuonare le parole del Signore, puoi vedere anche l’offerta dei nostri infermi e di quanti, nel mondo, offrono le loro fatiche uniti alla Passione del Signore. Come insegnato dal Signore e ribadito dalla Chiesa (es. Giovanni Paolo II, Salvifici doloris) la sofferenza umana ha un alto valore co-redentivo.

Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo.

Sono parole di Papa Francesco citate da Bruno Ottavi, il quale conclude l’omelia parlandoci della Pasqua come passaggio: il passaggio del Signore che ha visitato il suo Popolo per liberarlo, il passaggio di Israele attraverso la desolazione del deserto verso la libertà e la Terra promessa, il passaggio di Gesù attraverso la morte verso la Vita … “E per noi? Che significa fare Pasqua, alla luce di questo mistero d’Amore? Siamo chiamati a un passaggio di conversione: la Pasqua mette in luce la necessità della nostra conversione come passaggio verso la libertà e la gioia vera. […] Si tratta di convertire la nostra vita al Signore della gioia. Allora i riti che celebriamo non resteranno solo riti, ma saranno segno visibile della gloria di Dio nella nostra vita. E potremo esclamare: È la Pasqua del Signore!”.







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