News > Niccolò Betti e la scienza aeronautica

17/02/2017 10:43
Un frate pesarese che si cimentò nel progettare una vera macchina volante


Il desiderio di librarsi in cielo, liberi come gli uccelli, fa parte da sempre della storia dell’uomo. Potremmo a lungo indulgere alla ricerca di esempi eclatanti e trovarne conferma nei testi letterari di ogni tempo, ma quello che intendiamo fare è, restringendo un po’ il campo, dir qualcosa su come tale passione colse anche l’animo di qualche religioso.

Si pensi solo alle “leggende aviatorie” riferite ad Alberto Magno e a Ruggero Bacone, che nei suoi Segreti dell’arte e della natura avanzò chiaramente l’ipotesi: “che si possono fare congegni per volare in modo che un uomo seduto nel centro della macchina aziona un congegno per mezzo del quale delle ali costruite artificialmente battano l’aria, come se si trattasse di un uccello che vola”.

In pieno Seicento, proprio nel secolo in cui sotto la spinta della scienza galileiana si stava lentamente formando la moderna immagine scientifica del mondo, il celebre gesuita Francesco Lana Terzi, filosofo e scienziato dal multiforme ingegno, pubblica il singolare Prodromo ovvero saggio di alcune invenzioni nuove, nel quale presenta l’ardito progetto di una nave volante.

Certamente meno noto, nonostante non mancasse di acume e originalità di pensiero, è il p. Niccolò Betti, frate francescano vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento, che, animato dalla stessa passione del dotto Lana Terzi, scrisse nel 1801 un intero trattato dedicato al volo, rimasto purtroppo inedito, a cui dette il titolo di Pterometria, ossia descrizione di una macchina capace al volo, colla quale potrà l’uomo facilmente e comodamente volare.

L’opera, frutto dell’accostamento di mirabili intuizioni teoriche e originali soluzioni pratiche, intende descrivere sia i principi fisici fondamentali che governano il volo, sia le soluzioni tecniche per superare gli ostacoli che impedivano all’uomo di librarsi in cielo. Suggestive sono le tavole che accompagnano il testo scritto e descrivono nel dettaglio i particolari tecnici della macchina ideata da padre Betti.

L’autore era del resto perfettamente consapevole dello stupore e delle possibili perplessità che le sue teorie avrebbero suscitato nei suoi contemporanei, tanto da ritenere apertamente il suo scritto un “libro unico al mondo” e, prudentemente, “materia da non pubblicarsi”.

Il manoscritto autografo, contraddistinto con il n. 58, è custodito oggi nel Fondo Federici della Biblioteca Federiciana del Comune di Fano. Nel 2011 è stata realizzata una bella stampa anastatica dell’opera a cura di p. Silvano Bracci.

P. Nicolò Betti nacque ad Orciano, paese dell’entroterra pesarese, nel 1757. Della sua infanzia si conosce ben poco, se non che vestì l’abito dei Frati Minori dell’Osservanza nel 1773 ed emise la professione religiosa il 1° ottobre del 1774. Non si hanno informazioni precise riguardo i suoi primi studi; appare comunque improbabile una giovanile attività di ricerca scientifica sui temi riguardanti il volo, dato l’impegno primario dell’ordinaria formazione filosofica e teologica. Sembra però sensato supporre che l’idea francescana della natura e la gioia profonda di sentirsi parte del creato abbiano avuto una parte importante nel dirigere l’interesse del frate marchigiano.

Gualtiero Santini, in un articolo pubblicato nel 1963 nella Rivista Aereonatica, così si espresse riguardo al Nostro: “L’esperienza serena e raccolta del chiostro lo agevolò nello studio e nella meditazione e ne stimolò anche le tendenze, sì da permettergli di assiduamente dedicarsi allo studio – a lui prediletto – della ‘formula più pesante dell’aria’, in un’epoca in cui presagire le sbalorditive realizzazioni attuali era confinato nel regno dei sogni, dell’irreale, della fantasia”.

P. Betti, in sintonia perfetta con il pensiero francescano e bonaventuriano, è affascinato dal mondo e dalle sue creature, in quanto tutte dell’Altissimo portano significatione; in particolare egli scrive chiaramente nel trattato: “il volo degli uccelli è stato fra tutte le meraviglie della natura l’oggetto, che più di ogni altro ha fissato il mio sguardo…”. E ancora: “L’uomo, quell’essere mirabile in cui Dio con tanta copia ha profuso tesori della sua sapienza, quell’eccelsa creatura in cui Dio ha stampato l’immagine del suo volto, quel nobile uomo… destinato da Dio a dominatore supremo sulle altre creature… questo grande essere nobile, eccelso, divino, non può innalzare le pupille al cielo senza restare mortificato”.

In SCIENZA COL SAIO, di Paolo Capitanucci
dal n. 2/2016 della Rivista Porziuncola







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