II DOMENICA DI QUARESIMA (viola)
domenica, 25 febbraio 2018
Terza tappa per imparare ad attendere la salvezza di Dio 09 Mag

Pazienza: abecedario dello spirito

Siamo arrivati alla terza ed ultima tappa di questo itinerario sul lessico cristiano. Dopo aver meditato sul senso del pellegrinaggio cristiano come metafora del cammino di fede e sulla gratuità come misura dell'amore, vediamo adesso l'ultima parola che traccia il nostro cammino: la pazienza.

Non c’è pazienza senza fede. Pazienza cioè perseveranza e makrothymia, ovvero la capacità di guardare e sentire in grande, cioè arte di accogliere e vivere l’incompiutezza. La Scrittura attesta che la «pazienza» è anzitutto una prerogativa divina: secondo Esodo 34,6 Dio è makrothymos, «longanime», «magnanimo», «paziente» (in ebraico l’espressione equivalente suona letteralmente: «lento all’ira»). Il Dio legato in alleanza al popolo dalla «dura cervice» non può che essere costitutivamente paziente. Questa pazienza è stata manifestata compiutamente nell’invio del Figlio Gesù Cristo e nella sua morte per i peccatori, ed è ancora ciò che regge il tempo presente: «Il Signore non ritarda nell’adempire la promessa [...], ma usa pazienza (makrothymei) verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano a conversione» (2 Pietro 3,9). La pazienza del Dio biblico si esprime al meglio nel fatto che Egli è il Dio che parla: parlando, dona il tempo all’uomo per una risposta, e quindi attende che questa arrivi alla conversione. La pazienza di Dio trova la sua espressione più pregnante nella passione e croce di Cristo: lì la dissimmetria fra il Dio che pazienta e l’umanità peccatrice si amplia a dismisura nella passione di amore e di sofferenza di Dio nel Figlio Gesù Cristo crocifisso.

Per il cristiano la pazienza è dunque coestensiva alla fede: ed è sia perseveranza, cioè fede che dura nel tempo, che makrothymia, «capacità di guardare e sentire in grande», cioè arte di accogliere e vivere l’incompiutezza. Questo secondo aspetto dice come la pazienza sia necessariamente umile. La pazienza è la virtù di una chiesa che attende il Signore, che vive responsabilmente il “non ancora” senza anticipare la fine e senza ergere se stessa a fine del disegno di Dio. Essa rigetta l’impazienza dell’ideologia e percorre la via faticosa dell’ascolto, dell’obbedienza e dell’attesa nei confronti degli altri e di Dio per costruire la comunione possibile, storica e limitata, con gli altri e con Dio. La pazienza è attenzione al tempo dell’altro, nella piena coscienza che il tempo lo si vive al plurale, con gli altri, facendone un evento di relazione, di incontro, di amore.

Oggi, nell’epoca stregata dal fascino del «tempo senza vincoli» – in cui la libertà viene spesso immaginata come l’assenza di legami, di vincoli, come possibilità di operare dei ricominciamenti assoluti dall’oggi al domani, che riportino a un incontaminato punto di partenza, azzerando o rimuovendo tutto ciò in cui prima si viveva, e anzitutto le relazioni e gli impegni assunti – può apparire così fuori luogo, e al tempo stesso così urgente e necessario, il discorso sulla pazienza: sì, per il cristiano, essa è centrale quanto l’amore, quanto il Cristo stesso.

Pazientare, cioè l’assumere come determinante nella propria esistenza il tempo dell’altro (di Dio e dell’altro uomo), è infatti opera dell’amore. «L’amore pazienta» (makrothymei), dice Paolo (1Cor 13,4). E la misura e il criterio della pazienza del credente non possono risiedere, in ultima istanza, che nella «pazienza di Cristo»(2Ts 3,5). Ecco perché spesso la pazienza è stata definita dai Padri della chiesa come la summa virtus (c f r. Tertulliano, De patientia 1,7): essa è essenziale alla fede, alla speranza e alla carità. Innestata nella fede in Cristo, la pazienza diviene «forza nei confronti di se stessi» (Tommaso d’Aquino), capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, diviene perseveranza, capacità di rimanere e durare nel tempo senza snaturare la propria verità, e diviene anche capacità di sup-portare gli altri, di sostenere gli altri e la loro storia. Nulla di eroico in questa operazione spirituale, ma solo la fede di essere a propria volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce.

In questa difficile opera il credente è sorretto da una promessa: «Chi persevera fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22; 24, 13).

In ABCEDARIO DELLO SPIRITO, a cura della Redazione
dal n. 3/2016 della Rivista Porziuncola



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