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venerdì, 27 aprile 2018
Il muro tracciato di rosso racconta un episodio della vita di san Francesco 09 Gen 2018

Raptus ad mensam

Non saran molti, penso, anche tra gli affezionati alle Fonti Francescane (FF), che ricordino quel raptus ad mensam di san Francesco a San Damiano, che, quasi un secolo fa, il p. Benvenuto Bughetti pubblicò come textus novus (Analecta de S. Francisco Assisiensi, in AFH XX, 1927, pp. 106-7).

Tra gli episodi di Francesco a San. Damiano – tutti stupendi e straordinari – questo del suo rapimento alla povera mensa dei frati, dopo un intenso conversare di Dio in mattinata con santa Chiara e un seguito sorprendente con frate Angelo (da Rieti), non ha trovato posto tra le FF, neppure come citazione. È rimasto confinato invece in un Codice (C. 9. 28-78) della Biblioteca Nazionale di Firenze, ma proveniente dall’abbazia benedettina fiorentina della Congregazione di S. Giustina, di origine tuttavia francescana. Bughetti, nelle note critiche, ne pone la datazione alla prima metà del Trecento (saec. XIV ante medium); ben prima dunque del De conformitate di Bartolomeo da Pisa. Lo ritiene ascendente a quella raccolta del 1246 che faceva capo a frate Leone. Ma il testo si dev’essere perso per la via che lo doveva portare al Celano per la sua seconda Vita; eppure, per altra strada, giunse e fu accolto dal Pisano. Ne do il testo nella versione italiana da me curata.

Un rapimento di San Francesco a mensa a San Damiano

Racconta frate Leonardo (d’Assisi) che, stando una volta S. Francesco nel luogo di S. Maria degli Angeli, chiamò a sè frate Angelo e gli disse: – Andiamo a trovare sorella Chiara. – Andiamo, gli rispose. E, prolungandosi il colloquio fino all’ora di pranzo, san Francesco si fermò lì a mangiare. E c’era- no alcuni frati alla mensa con lui. Aveva appena mangiato quattro bocconcelli di pane, che levò la faccia al cielo, restando a lungo così, tutto attonito. Ritornato poi in sè, gridò a tutta voce: “Laudato sia el Segnore”. E, d’impeto, si levò su dalla mensa e si gettò lungo a terra, subito rapito in estasi. Ma frate Angelo non lo lasciò un istante, rimanendogli sempre accanto. Stette così [san Francesco] per i1 tempo che uno può mettere per andare da San Damiano a S. Maria e ritornare, il tempo cioè di fare a piedi (due volte) la distanza di tre miglia.

Ritornato [san Francesco] in sè, frate Angelo prese ad atteggiarsi come per fargli riprensione, al fine di tirargli fuori qualcosa. E gli disse: – Fratello, tu vuoi che io ti avverta e corregga quando certe cose non sono convenienti. Ebbene, ti dico che dovresti scegliere tempi e momenti più adatti per tali cose: ci sono infatti tanti altri momenti, e non quelli quando stai a mangiare con i frati.

Gli rispose allora il beato Francesco: – Io non potetti fare altrimenti. Ma insistendo frate Angelo a voler proprio sapere, alla fine gli disse il beato Francesco: – Ti comando per obbedienza di non parlarne a nessuno, finchè io viva. Mentre ero a mensa, mi ha parlato in spirito il Signore e mi ha detto: – Francesco, ti prometto la vita eterna: te ne assicuro in modo tale da garantirti che tu l’hai già e che non puoi nè potrai perderla –. Onde ne ebbi tanto gaudio da non potermi contenere.

E invero stette otto giorni che, per la letizia, non riusciva a dir neppure le Ore canoniche. Ma, in continua lode, diceva: – Laudato sia il Segnore.

La sinòpia ritrovata

Che il testo – veramente nuovo e suggestivo – sia rimasto dimenticato e, diciamo così, fuori via, non stupisce troppo, dato il travaglio che subirono le Fonti in quel torno di tempo. Ma c’è un fatto che suscita davvero meraviglia e che qui vorrei sottolineare a forte rilievo. Ed è che a San Damiano, nella piccola chiesa, restaurando, nel 1991, gli affreschi attigui ad opera dell’équipe di Sergio Fusetti, sulla parete destra entrando (che è poi nientemeno che il muro esterno della domus fratrum ove i frati mangiavano) – dopo la breve sequenza di affreschi d’un tardo giottesco locale del 1315, illustranti in loco gli episodi della conversione di Francesco – ecco venire pian piano alla luce, dai saggi sotto l’intonaco antico, le tracce d’una sinòpia piuttosto stinta e tutta- via in parte leggibile. Ci accese un vivo interesse. P. Marino Bigaroni, accorso, ce ne diede il bandolo subito al vederla e, il giorno dopo, ci portò la fotocopia dell’articolo del Bughetti: Raptus S. Francisci ad mensam. Una testimonianza dunque che ha un suo valore; un testo che trova riscontro pittorico in una sinòpia presso il luogo dove l’episodio del testo si è compiuto; una conferma d’una tradizione non solo scritta, ma anche rappresentata. Le misure della sinòpia hanno la stessa proporzione degli altri affreschi adiacenti (183 x 146 cm).

L’aderenza al testo è inequivoca. La scena coglie il momento d’inizio dell’estasi di Francesco. Attorno alla mensa, con sopra tozzetti di pane e bicchiere, stan seduti, come sorpresi, tre o forse quattro frati che paiono relazionarsi: due a sinistra, un altro al lato opposto, a destra (sotto il capitello in pietra, certamente posteriore), ma ne resta solo la mano sulla mensa; e in mezzo, all’angolo, un quarto frate di cui si vede parte del volto, che potrebb’essere san Francesco: lo sguardo attratto verso due linee di luce che lo raggiungono dall’alto, da sinistra; in atto, parrebbe, d’alzarsi; e gli occhi presi da trasalimento.

Questioni aperte

Si pongono delle domande, certamente.

La prima: sul quando un epi- sodio, così nettamente distinto dagli altri episodi a San Damiano, potrebb’essere avvenuto nella vita di Francesco. Contestualizzato com’è nella dinamica di quell’andare e tornare a piedi per tre miglia, bisognerebbe escludere gli anni dal 1224 in poi, quando per le stimmate, Francesco non se la cavava più a camminare. E ipotizzare invece gli anni dopo il ritorno dall’Oriente, tra 1221 e 25?

La seconda: se il testo è della prima metà del Trecento, di che anno può essere questa sinòpia a San Damiano? Prima o dopo il De Conformitate di Bartolomeo, quando 1’episodio si rese noto al Capitolo Gene- rale d’Assisi del 1399? La mia opinione condivide quella di un autorevole esperto di storia dell’arte come Elvio Lunghi di Assisi: “La sinòpia è eseguita sullo stesso arriccio preparatorio degli attigui affreschi; per i quali p. Leone Bracaloni propose 1’esecuzione tra il 1305 e il 1315, quando furono ultima- te la Torre del Popolo e le mura urbiche, riprese qui nel primo degli affreschi giotteschi. Di conseguenza la stessa cronologia e apparentemente lo stesso autore possono essere proposti anche per il perduto affresco della sinòpia”.

Molto importante! Questo vorrebbe dire che la sinòpia di San Damiano sarebbe anteriore al testo del Codice fiorentino della prima metà del Trecento, tramite la viva tradizione locale, ben prima del 1246!

E ancora: come mai tale sinòpia (e ce n’è altre a San Damiano) non è stata tradotta in affresco? E di nuovo Elvio Lunghi ha una risposta: “È verosimile che l’intonaco dipinto sopra la sinòpia cadesse a terra, in seguito all’apertura della attigua Cappella del Crocifisso (1585), salvandosi solo la sinòpia”.

E di più: come mai quella sinòpia così importante, che rischia ormai di spegnersi e scomparire, non è stata ancora tecnicamente “fissata” da assicurarne al meglio la conservazione? È quello che ripeto da anni!

Un’ultima notazione: nel 2003, l’allora frate guardiano di San Damiano, p. Claudio Durighetto, ebbe la felice idea di suggerire al pittore Piero Casentini di farne una sua copia/interpretazione; copia che donò poi a San Damiano, conservata ora al refettorio dei frati. Tre frati solo, alla mensa: Francesco in estasi, e due nello stupore. Casentini, a dir vero, voleva metterci, alla mensa, anche santa Chiara. Contrari i frati, vi aggiunse, con fantasia gentile, un simbolo allusivo: tre giglioli bianchi nel vaso, al centro, e un gigliolo nella tenerezza della mano di Francesco. Bello: un riflesso puro della presenza di Chiara.

Ma ora urge salvaguardare quam primum la testimonianza trecentesca della sinopia. Dice della prima certificatio salutis che a San Damiano riempì Francesco per otto giorni di giubilo incontenibile: “Laudato sia il Segnore”. Che esploderà poi, nell’inverno 1225, in ab- braccio di fraternità universale: “Laudato si’… cum tucte le tue creature”.

In VECCHIE COSE NUOVE, a cura di Giulio Mancini
dal n. 1/2017 della Rivista Porziuncola



Giulio Mancini Piero Casentini Rivista Porziuncola San Francesco Sinopia

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