II DOMENICA DI QUARESIMA (viola)
domenica, 25 febbraio 2018
È una bambina, il filo dall’alto, l’ancora della nostra vita 01 Mar

Senza Speranza non si può vivere

Papa Benedetto XVI, nel 2007, ci ha fatto dono di una bellissima Enciclica sulla Speranza. L’utilità di un documento pontificio, oltre il suo contenuto altissimo, sta anche nel fatto che concentra su un punto l’attenzione di tutti i credenti, stimolando su di esso la riflessione.

Una piccola applicazione spirituale e pratica: nella speranza – scrive l’autore della Lettera con una bellissima immagine destinata a divenire classica nell’iconografia cristiana – “noi abbiamo come un’àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore” (Eb 6,17-20).

Il fondamento di questa speranza è proprio il fatto che “negli ultimi tempi Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Se ci ha dato il Figlio, dice san Paolo, “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). Ecco perché “la speranza non delude” (Rom 5,5): il dono del Figlio è pegno e garanzia di tutto il resto e, in primo luogo, della vita eterna. Se il Figlio è “l’erede di tutto” (Eb 1,2), noi siamo i suoi “coeredi” (Rm 8,17).

I vignaioli iniqui della parabola, vedendo arrivare il figlio, dicono tra sé: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità” (Mt 21,38). Nella sua onnipotenza misericordiosa, Dio Padre ha volto in bene questo disegno criminoso. Gli uomini hanno ucciso il Figlio e hanno avuto davvero l’eredità! Grazie a quella morte, sono diventati “eredi di Dio e coeredi di Cristo”.

Noi creature umane abbiamo bisogno di speranza per vivere, come dell’ossigeno per respirare. Si dice che finché c’è vita c’è speranza; ma è vero anche il rovescio: che finché c’è speranza c’è vita. La speranza è stata per molto tempo, ed è tutt’ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera. Si parla spesso della fede, più spesso ancora della carità, ma assai poco della speranza.

Il poeta Charles Péguy ha ragione quando paragona le tre virtù teologali a tre sorelle: due adulte e una bambina piccina. Vanno per strada tenendosi per mano (le tre virtù teologali sono inseparabili tra di loro!), le due grandi ai lati, la bambina al centro. Tutti, vedendole, sono convinti che sono le due grandi – la fede e la carità – a trascinare la bambina speranza al centro. Si sbagliano: è la bambina speranza che trascina le altre due; se si ferma essa, si ferma tutto. Lo vediamo anche sul piano umano e sociale. La paura del futuro prende il posto della speranza.

La speranza teologale è il “filo dall’alto” che sostiene dal centro tutte le speranze umane. “Il filo dall’alto” è il titolo di una parabola dello scrittore danese Johannes Joergensen. Parla del ragno che si cala dal ramo di un albero lungo un filo che lui stesso produce. Posandosi sulla siepe, tesse la sua rete, capolavoro di simmetria e di funzionalità. Essa è tesa ai lati da altrettanti fili, ma tutto è retto al centro da quel filo da cui è sceso. Se si tronca uno dei fili laterali, il ragno interviene, lo ripara e tutto è a posto, ma se si tronca il filo dall’alto tutto si affloscia e il ragno scompare, sapendo che non c’è più nulla da fare. È un’immagine di quello che avviene quando si tronca il filo dall’alto che è la speranza teologale. Solo essa può “ancorare” le speranze umane alla speranza “che non delude”.

Nella Bibbia assistiamo a dei veri e propri sussulti di speranza. Uno di essi si trova nella terza Lamentazione: “Io – dice il profeta – sono la persona che ha provato la miseria e la pena… Ho detto: è sparita la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore”. Ma ecco il sussulto di speranza che capovolge tutto. A un certo punto, l’orante dice a se stesso: “Ma le misericordie del Signore non sono finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signore non rigetta mai, ma se affligge avrà anche pietà. Forse c’è ancora speranza” (cf Lam 3,1-29). Dall’istante in cui il profeta decide di tornare a sperare, il tono del discorso cambia completamente: la lamentazione si trasforma in supplica fiduciosa: “Il Signore non rigetta mai. Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia” (Lam 3,32). Noi abbiamo un motivo molto più forte per avere questo sussulto di speranza: Dio ci ha dato suo Figlio: come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? A volte giova gridare a se stessi: “Ma Dio c’è e tanto basta!”.

Un servizio prezioso che la Chiesa italiana può fare, in questo momento al Paese, è quello di aiutarlo ad avere un sussulto di speranza.

C’è un olio di letizia che è lo Spirito Santo. Di questa terapia abbiamo bisogno per guarire dalla malattia più perniciosa di tutte: la disperazione, lo scoraggiamento, la perdita di fiducia in sé, nella vita e perfino nella Chiesa. “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rm 15,13): così scriveva l’Apostolo ai Romani del suo tempo e ripete a quelli di oggi.

Non si abbonda nella speranza senza la virtù dello Spirito Santo. C’è un canto spiritual afro-americano, dove non si fa che ripetere continuamente queste poche parole: “C’è un balsamo in Gilead che guarisce le anime ferite”. Gilead, o Galaad, è una località famosa nell’Antico Testamento per i suoi profumi e unguenti. Il canto prosegue dicendo: “A volte mi sento scoraggiato e penso che tutto sia inutile, ma viene lo Spirito Santo e ridà vita alla mia anima”. Gilead è per noi la Chiesa e il balsamo che guarisce è lo Spirito Santo. Egli è la scia di profumo che Gesù si è lasciato dietro, passando su questa terra. La speranza è miracolosa: quando rinasce in un cuore, tutto è diverso anche se nulla è cambiato.

“Anche i giovani faticano e si stancano, si legge in Isaia, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,30-31). Dove rinasce la speranza rinasce anzitutto la gioia. L’Apostolo dice che i credenti sono spe salvi, “salvati nella speranza” e che perciò devono essere “lieti nella speranza” (Rm 12,12).

Non gente che spera di essere felice, ma gente che è felice di sperare; felice già ora, per il semplice fatto di sperare.



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