News > Vivere e morire da figli di Dio

04/10/2016 18:36
Ufficio vigiliare a San Damiano


San Damiano è celebre nel mondo per il colloquio d’amore col Crocifisso che segnò per sempre la vita del giovane Francesco: qui il giovane assisate decise di consacrarsi a Dio, e intraprese la prima missione che il suo Signore gli aveva affidato, la riparazione di una piccola chiesa di campagna: sono gli umilissimi inizi di un’avventura della fede che ha cambiato il mondo.

Forse è meno risaputo che a San Damiano Francesco ritornerà circa 20 anni dopo, in un contesto esistenziale completamente mutato. Intorno al 1225 il Poverello è ormai celebre, avendo fondato un nuovo Ordine religioso che già conta migliaia di frati in tutta Europa, in Africa, in Medio Oriente, e annovera come santi 5 frati martiri in Marocco. Circondato dalla sua fama di santità, Francesco è ben noto tanto tra il popolo, quanto presso il Papa e la sua corte. Nonostante la relativamente giovane età (ha circa 43 anni), Francesco sa di essere prossimo a morire: gravemente malato, quasi completamente cieco, stigmatizzato, necessita della continua assistenza di alcuni fidati compagni, che lo trasportano coll’ausilio di un asino. In queste circostanze, Francesco trascorre 50 giorni a San Damiano, ospite della comunità delle Povere dame che, raccolte intorno a Chiara, hanno posto qui la loro dimora dal 1211. In una notte terribilmente tormentata, Francesco grida a Dio il suo dolore, e riceve il dono di una nuova esperienza mistica: la certezza della salvezza eterna, l’anticipo del Paradiso. E per questo motivo, la mattina seguente compone il notissimo Cantico delle creature, testo e musica, fino alla parte dedicata a “sora nostra madre terra”. Nei mesi successivi, poco prima di morire, Francesco aggiungerà le ultime due strofe, quella relativa a “coloro che perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribolatione”, e l’ultima, in cui loda il Signore “per sora nostra morte corporale”.

Il Cantico ci dice dunque come Francesco ha affrontato la morte: non con angoscia, con rimorsi, con rimpianti; ma nella gratitudine; una gratitudine incredibile, addirittura traboccante, che, sulla scorta dei grandi sami di lode che chiudono il salterio, sente il bisogno di trascinare tutte le creature nel canto di lode. Che bello sarebbe arrivare così al nostro ultimo giorno su questa terra! Che sia domani o tra cent’anni, che importa? Sarò pronto a morire quando, avendo sperimentato la misericordia di Dio, potrò guardare il mio passato con questo sguardo di gratitudine… perché potrò dire con Paolo: “tutto concorre alla salvezza di coloro che amano Dio”!

Ma non è soltanto questo il legame esistente tra San Damiano e la morte di Francesco. Sappiamo infatti che subito dopo la sua morte, la sera del 3 ottobre 1226, il corpo fu portato processionalmente in città, per esservi sepolto, inizialmente nella chiesa di S. Giorgio; e la processione fermò a San Damiano, per permettere alle Povere dame di dare l’estremo saluto al serafico Padre, di cui Chiara si dichiarava pianticella.

Custodi di queste preziose e vive memorie, i frati di San Damiano hanno la tradizione di raccogliersi in preghiera la sera del 3 ottobre. Quest’anno a presiedere l’Ufficio vigiliare è stato mons. Guido Gallese, vescovo di Alessandria.

Mons. Gallese ha esordito sottolineando che il segreto di Francesco è aver messo ordine nella propria vita, anzi aver riconosciuto il giusto ordine delle cose, mettendo al primo posto Dio. Dio, il primato di Dio: da questo derivano tutti gli altri aspetti dell’esperienza di san Francesco, dall’amore per la povertà alla squisita sensibilità nelle relazioni fraterne, dalla devozione ai sacerdoti e ai prelati della Chiesa cattolica al rifiuto della violenza in favore del dialogo… Aspetti che ancora oggi affascinano milioni di persone di tutte le religioni, ma che non si possono adeguatamente comprendere al di fuori del primato che Francesco riconosce a richiede per Dio, come abbiamo ascoltato nella II lettura dell’Ufficio, tratta dal celebre capitolo XXIII della Regola non bollata (FF 68-71). Il primato di Dio si esprime nella preghiera, soprattutto di lode: “Beato chi abita la tua casa, sempre canta le tue lodi”, abbiamo pregato col Salmista. E’ la lode a Dio che poi si trasforma in azione: “beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio”. In assenza di tale primato, le nostre azioni sono “tarlate”, perché soltanto umane, segnate dal limite e dal peccato.

Al contrario, l’azione, anzi la vita intera di Francesco è intrisa di Spirito Santo, e perciò inseparabilmente unita a Cristo, fino alla totale conformazione a lui: è l’insegnamento che ci ha offerto Paolo nella I lettura dell’Ufficio, tratta dal cap. 8 della Lettera ai Romani.

Infine, mons. Gallese si è soffermato un poco sul vangelo matteano delle beatitudini, evidenziando come solo l’azione dello Spirito possa permetterci di gustare la consonanza dell’altissima parola di Gesù con le esigenze più profonde e autentiche del nostro cuore. Si tratta di una trasformazione del gusto, come quella che Francesco racconta nel suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo.” (FF 110).

Questa esperienza di Dio è la sorgente della missione; di questa esperienza di misericordia possiamo, con Francesco, essere testimoni nel mondo.







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