GIOVEDÌ della XI sett. del T.O. S. LUIGI GONZAGA, religioso – MEMORIA (bianco)
giovedì, 21 giugno 2018
Intervista a p. Rino Morelli cappellano del supercarcere di Terni 07 Nov 2016

Caino? Anche lui è nostro fratello

In MISERICORDIA IO VOGLIO,
di Adriano F. Bertero
dal n. 1/2016 della Rivista Porziuncola

Abbiamo incontrato padre Rino Morelli a Stroncone; ci ha accolto nello storico convento francescano dove si conservano le spoglie del beato Antonio Vici, un vigoroso frate che visse tra il XIII e il XIV secolo. E anche padre Rino, frate francescano come lui, con tenacia e pazienza svolge ormai da vent’anni il servizio di Cappellano al Carcere di Terni. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Padre Rino com’è cominciata la tua avventura al Carcere di Terni-Sabbione? E come si svolge il tuo servizio di ogni giorno?

Era il 22 settembre 1996. Il Ministro provinciale mi chiese di prendere servizio e io, che non avevo alcuna esperienza in ambito carcerario (a quel tempo ero in parrocchia ad Umbertide) feci qualche resistenza ma poi l’obbedienza e la disponibilità a raccogliere questa nuova sfida mi hanno portato qui.

La mia giornata in carcere si svolge dalle 8.30 alle 14.30 circa. La maggior parte del tempo la trascorro insieme ai carcerati che sono circa 550, quasi tutti uomini, per metà italiani e altrettanti stranieri (tunisini, albanesi, algerini, marocchini e rumeni); ma molto tempo lo dedico anche al personale, composto da circa 250 agenti di polizia penitenziaria e 30 persone tra amministrativi ed educatori.

Visita alle celle per l’ascolto dei detenuti che ne hanno fatto richiesta; celebrazione dei sacramenti nelle diverse sezioni del carcere; catechesi per piccoli gruppi di detenuti e poi attività caritative per detenuti e loro familiari. In tanti anni di ministero hai incontrato tante persone: qualcuna in particolare si è presentata per te come occasione di misericordia?

Le situazioni incontrate sono moltissime ed è sempre difficile estrarne una sola. Alcuni anni fa venne aperta una nuova sezione con dei detenuti politici di estrema sinistra. Andando in quella sezione nessuno dei detenuti mi rivolgeva il saluto, nessuno. E io ritornavo e salutavo, ritornavo e salutavo senza perdermi d’animo. Dopo qualche mese qualcuno mi rivolse la parola; ora, dopo tanta pazienza e fiducia ho ricevuto in dono la possibilità di incontrare quelle persone, parlare e ragionare con loro. La misericordia per me si è rivelata nella pazienza che ho potuto esercitare nei loro confronti e nella fiducia che è sempre possibile l’incontro con l’altro.

Nel mese di dicembre (2015, ndr) Papa Francesco e i Vescovi delle Diocesi hanno aperto le Porte della Misericordia. Sappiamo che anche il carcere di Terni ha partecipato a questo evento: puoi raccontarci in che modo?

Sì, è stata un’esperienza molto toccante e preziosa. Domenica 13 dicembre, insieme alla Direttrice del carcere, dott.ssa Pellegrini, tre detenuti, alcuni agenti e un gruppetto di volontari, ci siamo recati in Cattedrale per l’Apertura della Porta santa, giungendo a piedi dal carcere. La preghiera, il cammino per le strade della città, la presenza in mezzo alla comunità cristiana, sono stati gli strumenti con cui abbiamo rappresentato, tutti coloro che sono detenuti in carcere o vi prestano servizio.

Misericordia e giustizia: come conciliare queste due esigenze che sono umane e cristiane allo stesso tempo?

Mai una senza l’altra. Giustizia senza misericordia porta a disperazione e a perderci sono i più fragili; misericordia senza giustizia porta alla furbizia e a perderci, ancora una volta, sono i più deboli. Come pure non si possono disgiungere i “carnefici” dalle “vittime”, pensare agli uni e dimenticare gli altri, provvedere a coloro che hanno danneggiato e non occuparsi di quelli che il danno l’hanno subito. Qualcuno dice che bisognerebbe chiudere le porte delle celle e gettare la chiave in fondo al mare: sbagliato, inutile e non è nemmeno cristiano. Coloro che si sono macchiati di crimini orrendi (stragi di innocenti, assassinii di familiari, violenze e abusi sui minori) rivelano un contesto sociale malato, non sono solo persone irretite dal male. Si è misericordiosi esercitando la giustizia e, viceversa, si è giusti operando con misericordia.

Al Carcere di Terni c’è il 41bis, il più stretto regime di carcerazione, riservato ai gravissimi reati di criminalità organizzata come le varie mafie. Come parli della misericordia in quelle celle, a queste persone che, a prescindere dalle loro colpe, sono e restano figli di Dio?

Non c’è solo il 41bis; c’è anche la sezione di alta sicurezza, per reati contri i minori. Sono diverse le sezioni dove il detenuto fa esperienza dell’isolamento, della solitudine e della riduzione molto palpabile delle libertà personali. In questi anni ho visto due fenomeni: la potenza liberatrice della Parola di Dio e la forza sanante della collaborazione del detenuto. Per il detenuto che ostinatamente non collabora, che non si rende consapevole dei reati che gli sono imputati, che tenacemente sostiene la sua innocenza, il percorso verso la libertà sarà lentissimo e tutto in salita e dagli esiti incerti, purtroppo.

Chi, al contrario, si apre all’incontro, alla relazione, all’ascolto della Parola di Dio, lentamente ma irrefrenabilmente, viene tratto in salvo. L’incontro di Giuliano (il nostro amico che rende la sua testimonianza sulle colonne della rivista), con la Parola di Dio e i sacramenti lo ha portato ad un percorso di introspezione, di dissociazione dal male e di ristrutturazione che, il giorno che ha ritrovato la libertà fisica, lo ha predisposto a mettere ordine nella sua vita, a vivere diversamente le situazioni per cui ha trovato, anni prima, la via del carcere.

Nella lettera per il Giubileo che Papa Francesco ha indirizzato a mons. Fisichella (Presidente del Pontificio Consiglio per le nuova evangelizzazione), ha indicato una via concreta per ottenere l’indulgenza giubilare in carcere: “ogni volta che [i detenuti] passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre”, questo gesto può “significare per loro il passaggio della Porta Santa”. Cosa ne pensi di questa iniziativa?

Tale possibilità rivela la sensibilità pastorale di Papa Francesco: egli desidera che tutti abbiano la possibilità di ricominciare, di ripristinare il flusso di grazia che dal Cielo scende instancabilmente sulla terra. Non solo però la porta della propria cella, ma anche la porta delle cappelle del carcere (qui a Terni ne abbiamo due). La porta della cella al pari del letto di degenza per il malato. E il periodo detentivo, a volte breve, altre lunghissimo, altre ancora con la data di fine pena mai, può diventare un cammino di espiazione, di purificazione, di offerta.

Le persone che vengono carcerate molto spesso protestano la loro innocenza; per quella che è la tua esperienza, pensi che sia possibile che tra la popolazione carceraria (in questo momento attorno a 50/55000 detenuti), ci sia qualcuno che vi risieda per errore?

Sì, qualcuno c’è, purtroppo. Purtroppo qualcuno c’è e probabilmente non c’è esperienza più orribile. Costoro sono la fotocopia vivente di Gesù Cristo: tra Lui e loro non ci sono differenze e rimane, per me credente, l’unica risposta possibile.

Padre Rino, hai una parola per noi che da fuori le sbarre guardiamo alle carceri come ad un pianeta estraneo alla nostra quotidianità?

Caino è nostro fratello! Le ragioni per cui queste persone (molti cristiani e molti musulmani), siano costrette al carcere possiamo saperle o anche no. Possiamo pregiudizialmente ritenere che se sono in carcere un motivo ci sarà: e per la maggior parte una qualche colpevolezza soggettiva esiste per davvero. Ma rimane vero che ognuna di queste persone va approcciata, accolta e ascoltata non come un mostro ma come persona a cui è possibile ricominciare. 



Carcere Misericordia Rino Morelli Testimonianza

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