MARTEDI della XX sett. del T.O. S. BERNARDO, abate e dottore – MEMORIA (bianco)
martedì, 20 agosto 2019
Alla scoperta dell’eremo del sacro Speco 22 Feb 2017

Cana Francescana

Nel periodo in cui era presso l’eremo di S. Urbano, il beato Francesco, gravemente ammalato, con labbra aride, domandò un pò di vino; gli risposero che non ce n’era. Chiese allora che gli portassero dell’acqua e quando gliela ebbero portata la benedisse con un segno di croce. Subito l’acqua perse il proprio sapore e ne acquistò un altro. Diventò ottimo vino quella che prima era acqua pura, e ciò che non poté la povertà, lo provvide la santità. Dopo averlo bevuto, quell’uomo di Dio si ristabilì molto in fretta. E come la miracolosa conversione dell’acqua in vino fu la causa della guarigione, così la miracolosa guarigione testimoniava quella conversione» (Trattato dei miracoli, FF 839).

Con queste parole Tommaso da Celano, il primo biografo di san Francesco, descrive un episodio miracoloso che sarà poi riportato anche nella Leggenda dei tre compagni e nella Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoregio; un episodio di cui successivamente il francescano Bartolomeo da Pisa (sec. XIV) dirà: «Qui il francescanesimo ebbe dunque la sua Cana».

È l’unico episodio delle Fonti Francescane che parla esplicitamente della presenza del Poverello all’eremo di Sant’Urbano, oggi più noto come Sacro Speco di Narni.

San Francesco era sempre in cerca di luoghi solitari, ideali per la preghiera (San Bonaventura, Leggenda Maggiore, FF 1034). Il Sacro Speco, a pochi chilometri dal villaggio medievale di S. Urbano e da Narni, è uno di questi. Le origini dell’eremitaggio risalgono intorno all’anno 1000: il locus dipendeva dai benedettini di S. Benedetto in Fundis di Stroncone, e comprendeva le varie grotte sotto il risalto roccioso e l’oratorio di San Silvestro con l’attigua cisterna. Lassù, tra gli elci, è il cuore di questo Santuario: lo Speco del Santo, l’oratorio e la celletta con il letto dove egli giacque infermo. Speco (dal latino specus) significa “fenditura della roccia”. Francesco amava particolarmente le grotte e le spaccature delle rocce, perché gli ricordavano la crocifissione del Signore, quando, secondo il Vangelo di Matteo, la terra tremò e le rocce si spezzarono. Ritirarsi in preghiera in quelle fenditure simboleggiava per lui il rifugiarsi fiducioso nelle piaghe di Cristo.

«Pur chiamato dal Signore ad annunziare alla gente il vangelo di salvezza, il nostro Santo non aveva mai rinunciato al desiderio di dedicarsi alla pura unione con Dio, all’ammirazione e lode della sua magnificenza e bontà, alla commossa considerazione della sua immensa carità rivelata nell’umiltà e passione di Cristo. Lo Speco era un posto rispondente a un tale desiderio: balcone aperto sulla vastità e bellezza del creato, fenditura nella roccia dove Francesco si nascondeva come nelle piaghe di Gesù, alla cui morte “la terra tremò, le rocce si spezzarono» (Mt 27,51)” (p. U. Occhialini, Lo Speco di san Francesco – Guida del santuario, S. Maria degli Angeli (PG): Ed. Porziuncola, p. 10).

Possiamo conoscere il tipo di vita che Francesco e i suoi compagni conducevano negli eremi dalle parole stesse di Francesco, che ha scritto una “regola” per i frati che volevano dedicarsi più intensamente alla vita contemplativa (v. box).

Allo Speco Francesco si ammalò, e il santuario include anche l’oratorio e la celletta con il letto dove Francesco giacque infermo. «I frati, per curarlo e garantirgli un riparo, gli prepararono una celletta di pietre e un letto di legno. Si tratta di una commovente eccezione, poiché – in genere – i suoi luoghi preferiti erano la nuda terra e la roccia. La premura dei suoi frati finì, questa volta, per averla vinta sulla sua penitenza. Lungo la parete – custodito in una teca di vetro – è il letto in cui il Santo giaceva ammalato. Una semplice barella di assi di castagno, legati l’un l’altro da chiodi di legno. Affinchè non si tormentasse per l’impossibilità di scendere con gli altri compagni nella chiesetta di San Silvestro, sull’orlo del dirupo gli costruirono anche un piccolo oratorio. Dalla colonna di roccia che domina il ripiano, una notte, quando il Santo piegato fin nell’anima dalla sofferenza desiderò un po’ di conforto spirituale, gli giunse improvviso il suono di una cetra angelica». (p. G. Mancini, Lo Speco di san Francesco – Guida del santuario, S. Maria degli Angeli (PG): Ed. Porziuncola, p. 44)

Dopo san Francesco, i frati continuarono ad abitare questi luoghi e agli inizi del Quattrocento, sotto l’impulso dell’Osservanza, costruirono, un poco più in basso, gli attuali edifici conventuali: una chiesa cinquecentesca (ampiamente rimaneggiata nei secoli successivi) e il delizioso chiostrino con il pozzo, su cui si aprono al pian terreno il refettorietto (detto di san Bernardino) e l’oratorio di san Silvestro, e si affacciano al primo piano le stanze del conventino. Apostolo dell’Osservanza, san Bernardino da Siena (1380-1444) considerò lo Speco come suo luogo naturale e ne fece un insigne centro dell’umiltà e della povertà francescana; proprio in luoghi come questo voleva educare la gioventù per rinnovare l’Ordine serafico. Oltre a san Francesco e a san Bernardino, qui sono vissuti il beato Giovanni Bonvisi da Lucca (che vi fu guardiano nel 1442) e il beato Pietro da Rieti (che, dopo lunghi anni di penitente contemplazione, vi morì nel 1464). Dal 1532, i frati condussero allo Speco una vita di più stretta osservanza, con un nuovo e originale abbozzo di Regola per i romitori.

Chiuso nel 1916, venne riaperto nel 1942. Oggi vivono allo Speco i francescani p. Massimo Reschiglian (guardiano), p. Michele Ardò, p. Vito D’Amato e fr. Giuseppe Aringoli. La fraternità ha un proprio progetto di vita denominato “Eremo aperto”, che intende attualizzare la Regola degli eremi di Francesco, mettendo al centro il rapporto con Dio, la comunione fraterna e il lavoro, ed accogliendo laici e consacrati che ne fanno richiesta per periodi di silenzio e preghiera da viversi insieme ai frati.

 

REGOLA DI VITA NEGLI EREMI

[136] Coloro che vogliono condurre vita religiosa negli eremi, siano tre frati o al più quattro. Due di essi facciano da madri ed abbiano due figli o almeno uno. I due che fanno da madri seguano la vita di Marta, e i due che fanno da figli quella di Maria.

[137] E questi abbiano un chiostro, nel quale ciascuno abbia una sua piccola cella, nella quale possa pregare e dormire. E sempre recitino compieta del giorno, subito dopo il tramonto del sole, e cerchino di conservare il silenzio e dicano le ore liturgiche e si alzino per il mattutino, e prima di tutto ricerchino il regno di Dio e la sua giustizia. Dicano prima ad un’ora conveniente e dopo terza sciolgano il silenzio e possano parlare e recarsi dalle loro madri. E quando vorranno, potranno chiedere ad esse l’elemosina, come dei poverelli, per amore di Dio. Poi dicano sesta e nona e i vespri all’ora stabilita. E nel chiostro, dove dimorano, non permettano a nessuna persona di entrare e neppure vi mangino. E quei frati che fanno da madri procurino di stare lontani da ogni persona e, per obbedienza al loro ministro, custodiscano i loro figli da ogni persona, così che nessuno possa parlare con essi. E questi figli non parlino con nessuna persona se non con le loro madri e con il ministro e il loro custode, quando piacerà ad essi di visitarli, con la benedizione del Signore Iddio.

[138] I figli però talora assumano l’ufficio di madri, come sembrerà loro opportuno disporre per un necessario avvicendamento, e cerchino di osservare con attenzione e premura tutte le cose sopraddette.

In LUOGHI/ESPERIENZE, di Andrea Dovio
dal n. 2/2016 della Rivista Porziuncola



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