GIOVEDÌ della V sett. di Pasqua Feria (bianco)
giovedì, 06 maggio 2021
Riflessione di fra Georges Massinelli sul tema del Buon Pastore 06 Mag 2020

Che fine fanno le pecore?

L’addomesticamento degli animali è uno dei grandi trionfi dell’evoluzione delle specie. Ci sono, oggi, molti più cani che lupi, molti più gatti che leoni. Attraverso un processo di selezione, l’uomo è riuscito a modificare il DNA di alcune specie animali e a instaurarvi una relazione di mutuo vantaggio. Prendiamo l’esempio delle pecore. Vivendo accanto al pastore ricevono cibo e protezione, e si moltiplicano con facilità. Al tempo stesso, il pastore curando le pecore ottiene lana e cibo per il suo sostentamento.

Usando la metafora del pastore per descrivere le guide della comunità, il mondo antico aveva molto chiaro che c’era un rapporto di scambio tra guida e comunità. La guida offriva direzione, saggezza e unità alla comunità che, da parte sua, sosteneva la guida e appoggiava le sue azioni. Era altrettanto chiaro che questa relazione poteva essere manipolata e diventare una forma di sfruttamento, sia sfruttamento economico sia accrescimento del proprio prestigio sociale. A motivo di questa ambiguità, la metafora del pastore aveva una forte connotazione di critica sociale e politica.

L’esempio più famoso, nella Bibbia, è il capitolo 34 del libro di Ezechiele. È un’accusa dura contro i pastori d’Israele, i re e i capi del popolo: “Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge” (Ez 34,3). I capi di Israele si sono approfittati della loro posizione e si sono arricchiti a scapito del popolo, ma non sono stati capaci di difenderlo nel momento del pericolo.

La stessa critica la ritroviamo in Gesù che dice di essere il buon pastore, un pastore diverso dai mercenari, ai quali non importa delle pecore e che scappano di fronte al pericolo (Gv 10,11–13). Anche la Prima lettera di Pietro esorta i capi della comunità cristiana a pascere il gregge di Dio rispettandone la libertà e “non per vergognoso interesse” (1Pt 5,1–3), il guadagno economico. Più di recente, è stato papa Francesco a invitare i sacerdoti ad avere “l’odore delle pecore”, il suo modo di criticare un certo clericalismo (omelia alla Messa del Crisma 2013).

Questi brevi accenti ci mostrano la carica polemica della metafora del pastore, ma ancor di più la sua visione di comunità civile e religiosa. Una comunità in cui il potere cede il passo al servizio e il dominio alla comunione. È Gesù stesso a rivelarci il tratto specifico della guida che ha in mente: “Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” (Gv 10,11). La vera guida è quella che sa dare più di quanto riceve. La vera guida dona sé stessa.



Buon pastore Georges Massinelli Porziuncola Riflessione

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