MARTEDI della XXIV sett. del T.O. IMPRESSIONE DELLE STIMMATE DEL SERAFICO PADRE NOSTRO S. FRANCESCO - FESTA (bianco)
martedì, 17 settembre 2019
Da Gesù a san Francesco, da san Bernardino a Papa Francesco: annunciatori del Vangelo 22 Ott 2013

Evangelizzazione e Vocazione

Nella Porziuncola San Francesco ha riaperto il Vangelo della radicale sequela di Cristo”. Così Giovanni Paolo II si rivolgeva ai pellegrini convenuti alla piccola chiesa di S. Maria degli Angeli per iniziare la preparazione al Grande Giubileo dell’Incarnazione, del 2000.

E Papa Francesco, nell’incontro con i giovani alla Porziuncola, il 4 ottobre 2013, lo ha ribadito con forza: Qui ad Assisi, qui vicino alla Porziuncola, mi sembra di sentire la voce di san Francesco che ci ripete: «Vangelo, Vangelo!». Lo dice anche a me, anzi, prima a me: Papa Francesco, sii servitore del Vangelo! Se io non riesco ad essere servitore del Vangelo, la mia vita non serve a niente… Francesco ha fatto crescere la fede, ha rinnovato la Chiesa; e nello stesso tempo ha rinnovato la società, l’ha resa più fraterna, ma sempre col Vangelo. Francesco diceva ai suoi compagni di predicare sempre il Vangelo e, quando c'è bisogno, anche con la parola. Come? Si, dopo viene la parola, prima c'è la testimonianza.

Proprio in questo luogo il giovane Francesco, nel 1208/1209, comprese definitivamente la chiamata a vivere “secondo la forma del santo Vangelo” e ad annunciarlo ad ogni creatura, nello stile della gratuità e della minorità. Nello stesso luogo anche Chiara si consacrò a vivere la vita evangelica, nel silenzio che favorisce l’ ascolto della Parola di Dio e nella preghiera, sollecita del bene della Chiesa. Si verificò per ambedue una costante nel risveglio di una vita di una speciale consacrazione e sequela: è la Parola, carica della vita dello Spirito, che genera la vocazione, ogni vocazione. Infatti la vocazione è sempre fondata sul cliché della Genesi: la creazione, come chiamata all’esistenza, è evocata dalla Parola di Dio. La vocazione è una chiamata creatrice, che struttura la persona in funzione della chiamata stessa. Ogni Parola che Dio rivolge all’uomo è creatrice.

A. Gesù non ha avuto discepoli se non dopo aver cominciato a predicare. Il Figlio di Dio ha vissuto come Uomo-nuovo per 30 anni circa nell’umile quotidianità laboriosa di Nazareth, ma in tutto questo tempo non ha “convertito” nessuno, nessuno si è accorto di lui e del suo mistero. Solo quando cominciò a predicare e dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17), i primi quattro discepoli accolsero il suo invito ad abbandonare tutto e a seguirlo (Mt 4,18-19). Così come dopo il grande Discorso della Montagna (Mt 5-6-7), in cui Gesù proclama la novità di vita, dipinge l’uomo nuovo, proclama nuovi e inauditi significati di vita, ebbene solo allora nasce nel cuore di alcuni il desiderio di seguirlo: “Maestro, ti seguirò dovunque tu vada” (Mt 8,19).

B. La Chiesa stessa nasce per il dono dello Spirito Santo a Pentecoste, ma cresce e si producono le prime conversioni solo dopo il discorso di Pietro, il quale proclama il Kerigma, il primo essenziale annuncio della morte e resurrezione di Gesù da cui scaturisce il perdono e l’amore di Dio: “…e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone” (At 2,41). Comunione di vita e di beni, letizia e semplicità di cuore, lode a Dio e accoglienza di nuovi fratelli, tutti “un cuore solo e un'anima sola” a gioire della fraternità paradisiaca ritrovata e a testimoniare la vita più forte della morte: protagonista è lo Spirito di Gesù attinto nella predicazione degli Apostoli, nel Battesimo, nello spezzare il pane, nella preghiera, nell’amore fraterno.

C. Nella lunga storia della Chiesa, ogniqualvolta qualcuno abbia preso sul serio la Parola del Vangelo come stile proprio di vita e l’abbia proclamata, si è di nuovo respirato il soffio d’aria di Nazareth, la libertà degli uccelli del cielo e il profumo e i colori dei fiori proclamati nel Discorso della Montagna, sulla quale Gesù aveva provato a ridisegnare il paradiso che Dio aveva pensato creando il mondo. Così il deserto d’Egitto si riempì di monaci dietro l’esempio di Antonio il Grande, così in occidente i monaci di San Benedetto che si diffondono nel mondo in crisi alla caduta dell’impero romano e mettono ordine nelle anime e nel territorio, così San Bernardo che riportò nuova linfa al tronco sempre fecondo del monachesimo a partire da Clairveaux, la Valle della Luce. E l’elenco potrebbe proseguire fino ai nostri giorni.

D. Ciò si è ripetuto puntualmente con Francesco d’ Assisi. Scrive a questo proposito un autore francescano: “Francesco non ha avuto discepoli se non a partire dal momento in cui si è messo ad insegnare. Dopo la sua conversione, Francesco praticava il Vangelo: erano tre anni che dava l’esempio di una vita di rinuncia. Tuttavia egli non aveva convertito nessuno. Ma appena si mise a predicare il Vangelo, quando ci si rese conto che egli aveva una dottrina (un messaggio), il risveglio vocazionale intorno a lui fu folgorante. C’è per il Celano come una relazione di causa ed effetto tra l’insegnamento di Francesco e l’arrivo dei discepoli. Costoro non sono potuti venire a lui perché egli non aveva ancora una dottrina da insegnare, un messaggio da proporre. È dunque non solo la scoperta del Vangelo, ma l’annuncio di esso, che è all’inizio della Fraternità” (M. DE BEER, La conversion de Saint François d’Assise, Strasbourg 1963, p. 160).

E. Lo stesso fenomeno di rinnovamento spirituale – per restare nell’ambito francescano – si produsse con il rapido incremento numerico del movimento della Riforma, cosiddetta, dell’Osservanza. Iniziato nel 1368 nell’eremo di Brogliano, nei pressi di Foligno, in circa 40 anni gli eremi facenti capo a questa riforma non superarono il numero di 35 e i frati di 250/300 circa. Ma nel 1415 inizia la predicazione di uno di loro, San Bernardino da Siena, sulle piazza delle città dell’Italia centro-settentrionale e allora il ritmo di incremento si accelera. Per esempio, in due mesi di predicazione a Perugia, circa 400 persone, tra uomini e donne, abbracciarono la vita consacrata. Alla sua morte, nel 1444, i conventi dell’Osservanza erano 230 e i frati 4000 circa. Ma il numero seguitò a lievitare per opera degli altri grandi predicatori e santi dell’Osservanza, specialmente San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca.

La predicazione di San Bernardino da Siena non era specificamente vocazionale, nel senso di vocazione di speciale consacrazione, anche se le sue prediche erano piene di esempi della vita dei frati, facendola conoscere e amare al grande pubblico. Era piuttosto una “nuova evangelizzazione”, come la chiameremmo oggi, per la nascita o il risveglio della fede, la quale sola può introdurre all’esperienza della Grazia dei sacramenti, all’incontro con Dio. Tanto che San Bernardino chiamava la predica “la fonte della vita” (SAN BERNARDINO DA SIENA, Prediche volgari, Siena 1427, Milano 1989, vol, I, p. 160). E così diceva:

Ma ditemi: che sarebbe elli il mondo, cioè la fede cristiana, se elli non si predicasse? In poco tempo la fede nostra sarebbe venuta meno, ché non credaremo a nulla di quello che noi crediamo. E per questo ha ordinato la santa Chiesa che ogni domenica si predichi, o poco o assai, pure che si predichi.

E a te ha comandato che tu vada a udire la messa. E se di queste due cose tu non potessi fare altro che l'una o udire la messa o udire la predica, tu debbi piuttosto lassare la messa che la predica; imperò chè la ragione ci è espressa, che non è tanto pericolo dell'anima tua a non udire la messa, quanto è a non udire la predica. Nol puoi tu vedere e cognòsciare senza altra ragione. Ma dimmi: che crederesti tu nel santo Sacramento dell'altare, se non fusse stata la santa predicazione che tu hai udita? Tu averesti la fede della Messa solo per la predicazione. Più: che sapresti tu che cosa fusse peccato, se non per mezzo della predicazione? Che sapresti tu d'inferno, se non fusse la predica? Che sapresti tu di niuna buona operazione, che tu la debbi fare, se non per mezzo della predica? Che sapresti tu della gloria, se non per la predica? Tutte le cose che tu sai, vengono dalla parola udita dall'orecchia tua; e inde vieni dalla cognizione alla fede. E ciò che tu hai e sai, tutto è dalla parola di Dio; e questa si è regola generale, che ciò che si tiene della fede di Gesù Cristo, è solo per la predicazione; né mai questa fede verrà meno, mentre che sarà predicata” (Ibid. p. 149s).

 

Da queste osservazioni si può dedurre qualche indicazione utile per noi oggi.

1. È necessario ritornare a una forte esperienza di Dio, a quella che si chiama la “dimensione contemplativa” della vita. Si vuol dire con ciò, ritornare alla priorità dell’esperienza di Dio, radicata nel cuore da purificare, da rivolgere a Dio; rimettere, come motivazione di fondo di ogni nostro pensare e agire, l’amore di Dio, il solo capace di riempire la vita, di sostenere il coraggio in ogni prova, di aiutare a superare le crisi, di spingere persino a dare la vita per Gesù e per il Vangelo (cfr Mc 10,29). Per un processo rigenerativo della Chiesa e del singolo cristiano è necessario riprendere le strade degli eremi (parola di origine greca che significa “deserto”) e nella solitudine e nell’abbandono in Dio rifare l’esperienza della partecipazione al mistero di morte e resurrezione di Cristo. Infatti “nella Chiesa nulla mai è divenuto fecondo che non sia giunto alla luce della comunità dall’oscurità di una lunga solitudine […] Nessuno può essere inviato se prima non ha rimesso tutto completamente in Dio, in piena libertà, così come un morente, che per altro lo deve fare per forza”, ammonisce in modo deciso Hans Urs Von Balthasar in “Cordula, ovverosia Il Caso Serio” (pag 32s.), prezioso e quanto mai attuale volumetto scritto nel 1966, immediatamente dopo il Concilio Vaticano II, e pubblicato in Italia nel 1968.

2. Un’esperienza così rende forti coloro che la vivono, ma può divenire esperienza partecipata e condivisa anche da altri solo quando una parola la renda comprensibile e significativa per loro. Il pane dell’esperienza di Dio fa vivere un uomo, ma perché molti ne vivano è necessario che il pane della “Parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) sia spezzato e distribuito. È continuamente necessario il miracolo della moltiplicazione del pane della Parola di Dio, per conoscere il significato, il senso che Dio dà alla nostra vita, per lasciarci coinvolgere da Dio e dal suo progetto. È il tempo della Nuova Evangelizzazione, dell’annuncio esplicito della Parola che illumina la vita, perché nasca o rinasca la fede. La fede innanzitutto, che sta alla base di ogni scelta di vita e di ogni vocazione. A questo proposito così si esprimeva Benedetto XVI in una sua omelia: “Spesso ci occupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido? Affinché ciò non accada, bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e resurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo, fulcro e sostegno della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza via qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e calcolo umano” (BENEDETTO XVI, Omelia al Terreiro do Paço di Lisbona, 11 maggio 2010). Allo stesso modo si era espresso da cardinale: “Quando io mi chiedo, da cosa dipende lo svuotarsi delle nostre chiese, il dissolversi silenzioso della fede, allora vorrei rispondere che lo svuotamento della figura di Gesù insieme con la formulazione deistica del concetto di Dio è il motivo centrale” (J. RATZINGER, Evangelizzazione, catechesi e catechismo, in Vivens Homo, 5/1 [1994] 18). Evangelizzazione quanto mai urgente e necessaria per questo nostro tempo di imperante secolarizzazione e sbiadimento della identità cristiana, dalle conseguenze di spaesamento e svuotamento di senso del tutto e anche dell’identità umana. In Occidente sembra essersi avverata la “profezia”, di un secolo fa, di Dostoevskij, il quale scriveva che la questione centrale per l’Europa sarebbe stata questa: “Un Europeo civile può credere ancora senza condizioni nella divinità del Figlio di Dio Gesù Cristo? Tutta la fede è in questa affermazione: «La Parola si è fatta carne»” (cit. in P. EVDOKIMOV, Cristo nel pensiero Russo, Roma 1972, p. 97).

3. Il ritorno ad una vita evangelica e ad una evangelizzazione a presa diretta con il Vangelo, “sine glossa”, direbbe San Francesco, senza troppe mediazioni, come continua a ripetere Papa Francesco, è quanto mai necessario e non può essere sostituito da nessuna operazione culturale o di altro genere. Una cultura nuova deve nascere, ma in ogni caso essa sarà conseguente alla circolazione dei valori evangelici, capaci di alimentare le vene del pensiero e dell’attività umana: da qui cultura, politica, economia, arte, ecc., nuove. Ma anche una Chiesa restaurata, rinvigorita, più capace di testimoniare il suo Signore e di servire gli uomini. È un passaggio che non si può saltare né tanto meno dare per scontato. Voler celebrare i misteri della salvezza, motivare a un impegno forte per il Signore o anche per il semplice volontariato, ancor più, condurre alla scelta e alla maturazione di una vocazione di speciale consacrazione “lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo…, senza gettare di nuovo le fondamenta… della fede in Dio” (cfr Eb 6, 1), sarebbe come passare la cera su un pavimento di terra battuta.

4. L’annuncio della vocazione di speciale consacrazione può avvenire solo dopo. È da una chiara identità cristiana (e benedettina, francescana, domenicana, clariana, gesuitica, salesiana...) e da un forte senso di appartenenza alla Chiesa e alla propria famiglia religiosa che si può rivolgere la proposta vocazionale ai giovani. La quale deve essere fatta nel modo più esplicito possibile e nell’ampiezza massima del significato di vocazione. Si tratta di rendere consapevoli i giovani che “essere giovani” vuol dire porsi seriamente queste domande: “quale progetto ha Dio su di me? come posso spendere al meglio la mia vita?”, domande simili a quelle che si facevano i giovani al cospetto di Gesù: “che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?” (Mt 19,16). Fare animazione vocazionale vuol dire allora evangelizzare questo particolare momento della vita del giovane, rendergli questo servizio perché liberamente si ponga davanti alla libertà dello Spirito che vive il lui e lo chiama, e così egli possa dare la sua risposta generosa. Tutte le risposte alle chiamate di Dio sono proporzionate a “come” e a “quanto” si vive il Vangelo, a “come” e a “quanto” si evangelizza. Quando questo avviene si può assistere con grande stupore al rifiorimento della fede e alla maturazione di innumerevoli frutti di vita cristiana e di vera gioia. Tanti giovani, vivificati dallo Spirito nell’ascolto della Parola di Dio, giungono, attraverso un cammino personalizzato di discernimento, chi alla consacrazione della loro vita al Signore e al Vangelo, chi alla formazione di famiglie consapevolmente fondate sull’ alleanza sponsale di Cristo per la Chiesa. Ogni vocazione e carisma nella Chiesa viene donato a “ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato” (Rom 12,3). Ora, “come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?...”, perché “la fede viene dall'ascolto” (Rm 10,14-15.17). Sempre il Signore chiama a sé uomini e donne disponibili e si dona loro in una esperienza di amore, per inviarli poi a tutti perché si ripeta il miracolo dell’annuncio, dell’ascolto, della fede, della gioia, della santità.



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