SS. TRINITÀ SOLENNITÀ (bianco)
domenica, 27 maggio 2018
Come coniugare pace, giustizia e perdono 15 Gen 2018

L’amore del prossimo come pacifismo Neotestamentario

Il Nuovo Testamento esprime l’amore del prossimo come pacifismo e lo fa in varie forme.

1. L’accoglienza. Chi vi accoglie, accoglie me (Mt 10,40).

Accogliere il prossimo vuol dire accogliere una parte di Gesù, parte del corpo di Cristo; Gesù ascolta quello che diciamo al prossimo, e accoglie quello che facciamo al nostro prossimo; a Lui parliamo e a Lui facciamo. Proprio su questo fondamento il giusto, che “vive nella fede”, costruisce il suo comportamento, le sue relazioni con i prossimi, non vedendo in essi null’altro che una parte del corpo di Gesù. Questa realtà chiarisce tutte le esigenza che Gesù insegna a proposito delle nostre relazioni col prossimo.

2. L’Elemosina. Avevo fame, e mi avete dato da mangiare (Mt 25,35).

Il perché di questo atto, lo troviamo nell’agire di Dio e di Gesù nei nostri confronti. Occorre prolungare l’amore che abbiamo nei confronti di Dio, che abbiamo ricevuto da Lui. Ogni dono esige la condivisione.

3. La misericordia. Andate e cercate di capire, cosa significhi: Voglio piuttosto la misericordia che non i sacrifici” (Mt 9,13).

Gesù ci offre tutto il suo corpo per essere amato. È un amore inclusivo: tutte le membra di Gesù hanno lo stesso diritto ad essere amate, particolarmente quelle più deboli. Gesù invita a profumare prima la testa dei più deboli e poi quella dei più forti. Possiamo fare del bene a tutti tramite la preghiera, la penitenza o la propria santificazione.

4. L’amore onnicomprensivo. Perché allora vedi nell’occhio del prossimo la pagliuzza e nel tuo non vedi la trave (Lc 6, 41).

L’amore non è selettivo: amo solo quelli che sono buoni, ma amo tutti, specialmente coloro che si trovano in un abisso di debolezze o svariate dipendenze.

L’amore esige l’autocomprensione, cioè la percezione del nostro stato personale dell’imperfezione. L’amore, insomma, ci fa capire che tutti ci troviamo sulla stessa barca. Questa consapevolezza, da una parte, ci fa evitare l’autoesaltazione, dall’altra, la svalutazione degli altri. L’amore non esclude l’indignazione. Indignarsi talvolta si deve, ma prima bisogna essere ben informati.

5. L’amore è vivere in pace con tutti. Quando porti all’altare il tuo dono e là ti ricorderai, che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono là davanti all’altare, e prima vai a riconciliarti con il tuo fratello. Poi torna ed offri il tuo dono. (Mt 5,23-24).

Chi ama, vive in pace con tutti e si sforza di ripristinarla quando è stata indebolita, o addirittura distrutta. Chi ama, fa sempre il primo passo, senza aspettare che lo faccia l’altro. In questo modo, aiutiamo i più timidi a non sentirsi a disagio, a non sapere cosa dire. Dall’altra parte, dobbiamo evitare un’eccessiva invadenza, che altrettanto mette a disagio.

La pace interpersonale presuppone anche il riconoscimento del proprio torto. Ciò è richiesto dalla giustizia prima che dall’amore. Se ha torto il nostro prossimo, ciò non può essere la causa dell’odio, ma piuttosto di un gesto riconciliante espresso da un sorriso, o dicendo: “riflettici ancora un poco”.

6. L’amore dei nemici o di chi ci ha fatto del male. Amate tutti i vostri nemici; fate del bene a coloro, che vi odiano (Lc 6,17).

Uno dei precetti evangelici più difficili da capire e soprattutto da praticare. Siamo inclini a portare una pietra nella mano.

Eppure il perdono è indispensabile perché siamo perdonati. Gesù ci invita a perdonare chi ci fa del male, spesso per ignoranza, difetti del carattere, ecc., i colpevoli verso di noi, sono da considerarsi membra amate di Cristo. E in quanto tali sono degni del perdono.

Chi sa, se per altri versi, siano più buoni e perfetti di noi. La consapevolezza della propria imperfezione e debolezza, ci inclina a comprendere gli altri.

Spesso si sente dire: “Voglio solo la giustizia”. Ma chi ci può garantire che la nostra, umana, giustizia sia sempre “giusta” e non una semplice vendetta che a volte tocca in sorte a persone innocenti?

7. Pacifismo evangelico estremo. Se qualcuno ti prende il mantello, non rifiutargli anche la tunica (Lc 6,29).

Come sei buono mio Dio! Come un sensibile Padre, che desidera un amore duraturo tra tutti i suoi figli, il quale vuole, per mantenere la pace la sopportazione, a volte, il tollerare dolcemente e con la pazienza e senza contraddire gli uni gli altri.

Chi ama preferisce sacrificare se stesso piuttosto che ferire il fratello. Questo precetto ci insegna che dobbiamo piuttosto permettere di toglierci le cose anche indispensabili, come le vesti che coprono il nostro corpo, piuttosto che porre resistenza e proteste che sconvolgono l’amore e la pace tra i fratelli, le famiglie e le nazioni.

Questo amore e questa pace sono veramente da augurarsi e desiderare. Sono valori più grandi di tutti i beni materiali di questo mondo.

E ancora: Se qualcuno ti percuote una guancia, porgigli anche l’altra (Lc 6,29).

Come sei buono, mio Dio! Nel tuo amore che hai per tutti, vuoi che si comportino tra di loro come vuole un amorevole padre, fino al punto che quando qualcuno commette un’ingiustizia, gli altri non lo contrastino, per non sconvolgere questo amore.

Sopportiamo quindi tutte le offese, ingiustizie, derisioni, la violenza e persino la morte. Un eloquente esempio in questo senso ce lo offre Gesù.

I precetti/detti evangelici che compongono il concetto del pacifismo neotestamentario sono a dir poco sconvolgenti e in opposizione alla logica umana che ordina di difendere se stesso, i propri beni e le altre persone.

Cedere alla violenza e all’ingiustizia vuol dire acconsentire alla legge del più forte e alla vittima delle sue passioni e dipendenze.

Il Vangelo è lungi dall’esaltare il pacifismo a tutti costi: il suo scopo è insegnarci che, nelle nostre relazioni, dobbiamo tendere ad affermare l’amore, l’unica forza costruttiva.

La Domenica XXIV del tempo ordinario ci dice che «si è giusti solo nel perdono». Il tema del perdono è un tema romantico finché non capita direttamente a noi la sofferenza di un torto. Da quel momento in poi ci si dimentica del romanticismo del perdono e ci si infervora con un’altra parola: giustizia.

La vera rivoluzione è tenere insieme tre parole che solitamente concepiamo in maniera sciolta: pace, giustizia, perdono.

Straordinariamente Giovanni Paolo II ha fatto questa sintesi: «non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono».

Il perdono è atto di giustizia e non la traduzione teologica di “vogliamoci bene”. Ecco il “perdono di cuore” sta a significare il cammino che una persona deve compiere per eliminare dal proprio cuore il rancore, il puntiglio, il retrogusto dell’orgoglio ferito.

Il perdono non è il gesto di una volta ma un cammino che a volte dura dieci minuti, altre volte un’intera vita. Perdoniamo comunque come Gesù ci ha insegnato perché il nostro debito di fronte a Dio è infinitamente più grande di quello che i nostri fratelli hanno nei nostri confronti.

di Francesco Targonski OFMConv, docente di Teologia morale speciale
per “San Bonaventura informa“ (Novembre 2017)



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