GIOVEDÌ della V sett. di Pasqua Feria (bianco)
giovedì, 23 maggio 2019
di fra Giancarlo Rosati OFM 04 Ott 2017

La Cappella del “Transito”

Cappella del “Transito” è stata chiamata, come Cappella del “Transito” la indichiamo ai pellegrini, quel piccolo edificio dietro la Porziuncola che circoscrive e racchiude il lembo di terra su cui Francesco volle morire, “nudo sulla terra nuda”, il sabato 3 ottobre 1226, ai primi vespri della domenica. Mentre la Porziuncola è il ricordo del Perdono di Assisi, la Cappella del Transito è l’umano ricordo di Francesco nei suoi ultimi giorni di vita su questa terra. Perché, sembra dirci il santo, “qui non resteremo tanto tempo, è un luogo di transito…”, anche se tutti sentiamo una naturale resistenza a varcare la soglia dell’eternità. Ma con il poeta anche noi potremmo esclamare: “Oh, dove mai sarei adesso, Maestro mio e mio Salvatore, se non mi aspettasse l’eternità?” (Boris Pasternak)

 “Transito”, un bel sinonimo di passaggio e questo, a sua volta, sinonimo di Pasqua. Qui Francesco, insignito delle stimmate di Gesù nel suo corpo, ha compiuto la sua Pasqua, risorgendo alla vera vita, luminosa, di Dio. Anche la morte, a tutti amara e nemica, quella sera di ottobre, divenne amica e sorella di Francesco, la cui vita terrena fu tutta modellata sulla Pasqua di Gesù. Come Lui, aveva accettato di coniugare la vita con il paradigma della croce, a cominciare da San Damiano, quando si sentì guardato da quel Cristo dagli occhi spalancati e si accorse che la vittima era proprio Lui, il Crocefisso. E gli sgorgò dal profondo del cuore la sua prima preghiera che ci è giunta: “Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio…”. E sempre dopo ogni incontro con il Crocefisso Gesù, Francesco canta, loda, ringrazia. Ma poi quelle piaghe, le stimmate, le desiderò, le invocò, le chiese per sè, sul proprio corpo. E sul monte de La Verna, in una notte di preghiera, fu esaudito. La mattina, la sua mano piagata e sanguinolenta tracciò sulla rugosa pergamena le “Lodi al Dio Altissimo”, dove esiste solamente il “Tu” di Dio: “Tu sei santo, tu sei forte, tu sei grande, Altissimo, tu sei amore, carità, sapienza, umiltà, tu sei bellezza…”, fragilità delle parole a voler dire tutta l’emozione perchè Dio gli è entrato non solo nell’anima, ma anche nella carne.

E poi di nuovo a San Damiano, con la consolazione femminile di Chiara e la durezza della sofferenza sul suo povero corpo, che aveva accettato di buon grado, Francesco si sentì dire dal suo Signore: “Fratello, rallegrati e giubila pienamente delle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno” (CAss 83; FF 1614). E il meraviglioso canto, anche qui, quel sublime Cantico delle creature o Cantico di frate sole, gli sgorgò dall’anima, rassicurato della gloria della resurrezione, come chi, stando per lasciare questa vita, getta un ultimo sguardo sul mondo “così acceso d’impensate bellezze” che l’“Altissimo, Onnipotente, Bon Signore” vi ha seminato. Era diventato il “fratello minore” dell’umanità, in una vera e dolce coesistenza pacifica con tutte le creature. Infatti per lui il mondo era una iconografia dove cercare le immagini di Dio. E loda il Buon Signore per il sole, la luna e le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco, la terra madre... e chi perdona e chi soffre e piange… e... e… perché è un canto aperto, che si va scrivendo, anche tu puoi aggiugere una tua strofa, una tua personale lode all’Altissimo. L’hai mai fatto? Per cosa loderesti tu il Buon Signore?

Qui Francesco aggiunse per i suoi frati in lagrime e per noi l’ultima strofa al suo “Cantico delle creature”.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra morte corporale
canta Francesco
da la quale nullo homo vivente po’ skappare
ammonisce, con lucido realismo, Francesco
Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali
scongiura fino alle minacce, per troppo amore, Francesco
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati
qui è il vero lasciapassare per l’eternità, testimonia Francesco
ka la morte segunda (l’inferno) no li farà male
assicura e promette Francesco.

Queste parole sono come l’ultimo Testamento, l’ultima ammonizione, l’ultima parola d’amore di questo piccolo grande uomo, per ciascuno di noi, a fare Transito, a fare Pasqua, a stare lontani da le peccata mortali - il vero male -, a perdonare chi ci ha offeso, a non temere eccessivamente la prima morte, quella del corpo, ma la seconda, quella eterna, male assai peggiore della morte corporale, drammatico isolamento da Dio e dai fratelli, per sempre. È proprio vero che l’ultimo messaggio di un innamorato, (ma anche di un padre, una madre), è un messaggio d’amore.

E si ricorda di sorella Chiara, che da San Damiano piangeva temendo di non più vederlo.”Il Santo, all’udire ciò, poiché la amava di particolare paterno affetto, sentì compassione di lei… E affinché ella lasciasse ogni dolore e accoramento, disse al frate inviatogli da lei: «Va’, e di’ a sorella Chiara che deponga il dispiacere e la tristezza di non potermi vedere ora; sappia però in verità che, prima della sua morte, tanto lei che le sue sorelle mi rivedranno e ne avranno grande consolazione»”. (Specchio di perfezione 108; FF 1807). E avvenne proprio così: il corteo funebre che dalla Porziuncola portò il corpo di Francesco all’interno della sua città, passò per San Damiano, per l’ultimo saluto di Chiara e le sue sorelle.

Chiara, anche lei negli ultimi giorni della sua vita terrena, intonerà sulle note del biblico Cantico dei cantici, il suo canto di amore, tutto femminile, con il cuore già oltre la morte, unita al suo Sposo Gesù:

Portami via con Te,
corriamo sulla scia profumata
dei tuoi unguenti,
o celeste Sposo!
Correrò e non verrò meno,
finché Tu non mi introduca
nella tua cella inebriante,
finché la tua sinistra
non sia sotto il mio capo
e la tua destra
felicemente non mi abbracci
e Tu mi baci
con il più felice bacio
della tua bocca.
(S. Chiara, 4 Lett. 30-32)

Ma Francesco si ricorda anche di un’altra donna, Jacopa dei Settesogli, nobildonna romana convertitasi per la predicazione del Poverello, che il Santo chiamava affettuosamente “frate Jacopa”. La volle accanto a sè, nel momento della sua morte. Anche a lei mandò un messaggio: affrettati a venire a S. Maria degli Angeli se mi vuoi vedere vivo e porta i ceri per il mio funerale, un telo per avvolgere il mio corpo egratificante richiesta per la sua amicaquei dolcetti (mostaccioli) che mi facevi quando ero presso di te, nella tua casa a Roma. Un penitente, esperto di digiuni, che vuol provare dei dolci - umanissimo desiderio - prima di abbandonare questo mondo! Ebbene, il buon Dio, che ama i suoi figli, aveva anticipato la richiesta del suo servo e aveva ispirato lo stesso desiderio a donna Jacopa, che si era mossa da Roma ed era già alla porta del luogo con i doni richiesti. Al che Francesco: “«Benedetto Dio, che ha condotto a noi donna Giacoma, fratello nostro! Aprite le porte, esclama, e fatela entrare…». La donna poté così accompagnare il suo padre spirituale nelle ultime ore della sua vita terrena. Appena la sua anima era volata al cielo “tutta madida di lacrime, tratta in disparte, viene di nascosto accompagnata presso la salma, e, ponendole tra le braccia il corpo dell’amico, il vicario esclama: «Ecco, stringi da morto colui che hai amato da vivo!». Ed essa, versando cocenti lacrime sopra quel corpo, raddoppia flebili richiami e singhiozzi, e ripetendo affettuosi abbracci e baci, solleva il velo per vederlo scopertamente. Che più? Contempla quel prezioso vaso, in cui era stato nascosto un tesoro più prezioso, adorno di cinque perle. Ammira quelle cesellature, degne dell’ammirazione di tutto il mondo, che la mano dell’Onnipotente aveva scolpito…” (Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli, 38-39).

Sì, che più si può aggiungere a questa scena di vero amore puro, a questa immagine della pietà, come Maria che accoglie in grembo il suo Figlio appena sceso dalla croce!

E ora i resti mortali di frate Jacopa sono accanto al corpo dell’amico e padre Francesco, nella Basilica del Santo ad Assisi, nella cripta, vero santuario dell’amicizia spirituale.

Francesco morente, nudo sulla terra nuda

Il suoi compagni, i fratelli della prima ora, accorsi per l’estremo saluto, videro un altro Cristo, come appena deposto dalla croce, un alter Christus, come si cominciò a dire. E rammentarono le parole profetiche dell’Apocalisse, fissate da Giovanni, l’Apostolo che guardava il futuro: “vidi alterum angelum ascendentem ab ortu solis habentem signum dei vivi” [vidi un altro angelo salire dall’oriente, con il sigillo del Dio vivente] (Ap 7,2), parole che potete leggere, se vi sporgete un poco, dipinte all’interno della Cappella, nel fregio che sovrasta le figure dei frati.

Nel 1200 si attendeva il compimento di quella profezia dell’Apocalisse, rilanciata, desiderandola, dal monaco Gioacchino da Fiore “di spirito profetico dotato” (Dante), il quale proclamava terminata l’era di Cristo, accendendo speranze di un’era nuova quella dello Spirito in sostituzione a quella del Figlio. Agli occhi di molti non fu difficile identificare Francesco stigmatizzato con quell’Angelo. Tuttavia Francesco con le stimmate riafferma che il Cristo è insuperabile, perché è il supremo dono del Padre all’umanità, e il suo è il tempo definitivo, la sua parola è l’ultima pronunciata dal Padre. Il Vangelo, che ci parla di Dio nella storia, nella carne, nella vita di noi uomini e donne, rimarrà sempre la nostra regola di vita. Gesù è il Dio vivo segnato dalla croce; ma ognuno di noi è predestinato ad essere l’“altro angelo”, gemello a lui, sua immagine, fino a portare nell’anima, nel desiderio, - Francesco anche in modo visibile, nel suo corpo - i segni dell’amore del Dio vivo.

Si era compiuto in Francesco quello che San Paolo dice di sé, e di ogni fedele cristiano: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). I frati non vedevano Francesco, ma un “altro Cristo”, un “altro angelo – un uomo evangelico - con i segni del Dio vivente”. Perché Francesco non mostrava se stesso, ma era diventato oramai un riflesso di Cristo, della santità di Dio. Ma lo videro qui, giacente “nudo sulla terra nuda”, senza più il pudore a difenderlo da occhi indiscreti, il suo corpo mostrando le stimmate del Crocifisso, signum Dei vivi.

Perché l’amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato (Bonaventura, LegMaior, XIII,5; FF 1228); «l’amore piglia la forma de lo amato»… O questo se vidde chiarissimo in santo Francesco, che tanto se transformò in Cristo Iesù, che egli prese la forma sua ne’ le mani e ne’ piedi e nel lato (S.Bernardino, Prediche volgari sul camo di Siena 1427, Pred. XXXII, 20-21).

C’erano tutti, i fedelissimi degli inizi, ora dipinti sugli affreschi del pittore Giovanni di Pietro detto lo Spagna che fasciano le pareti interne della Cappella: Bernardo, Morico, Filippo, Ginepro (sulla sinistra), Silvestro, Rufino, Masseo, Leone, Egidio (sulla destra). Non sono che i primi. Ne verranno a migliaia, fino ai giorni nostri. Qui sono dipinti anche i cinque protomartiri del Marocco – “veri frati minori”, li dichiarò Francesco – : Berardo, Pietro, Adiuto, Accursio, Ottone. E ancora: quattro santi insigni dell’Ordine francescano: Sant’Antonio da Padova, San Bonaventura, San Ludovico, San Bernardino da Siena. Tutti a far corona a San Francesco rappresentato dalla statua di Andrea Della Robbia, in terracotta invetriata, il volto pensoso, forse un po’ triste.

Tutti si vorrebbe far parte di questo coro di santi e godere con loro insieme a Francesco della luminosa visione di Dio. In queste immagini che guardiamo – e che ci guardano – è rappresentata la fraternità, comunione di fratelli stretti intorno a Francesco come in tutta la sua vita così sino alla fine. Volle con loro, in quegli ultimi istanti, riandare alle origini della loro esperienza, ai giorni dell’entusiasmo ingenuo, a ricordarci come in un Testamento che siamo tutti fratelli, perché figli dello stesso Padre, e che solo le relazioni fraterne possono fare di questo nostro mondo una unica famiglia, in pace. I primi cristiani, in fondo, non stupirono il mondo con il loro amore? Non si diceva di essi, “guarda come si amano”? È la sola vera rivoluzione … che si è ripetuta con Francsco e i suoi fratelli e sorelle.

Prima di morire si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto ciascuno, in segno di comunione, ricordando il gesto di Gesù negli ultimi momenti della sua vita terrena.

Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni (LegMaior c. XIV, 3; FF 1239), fu ed è l’ultima ammonizione del Poverello. Affrettiamoci dunque, perché “qui non resteremo tanto tempo. È un luogo di transito…”.



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