MERCOLEDI della XXIV sett. del T.O S. GIUSEPPE DA COPERTINO, sacerdote I O. – MEMORIA (bianco)
mercoledì, 18 settembre 2019
E il santo operare 27 Dic 2017

La grazia del lavoro

La vicenda di Francesco d’Assisi ha avuto i suoi passaggi nel passare del tempo e per questo è importante una lettura diacronica che colga i vari periodi della sua vita. Ciò vale anche per il lavoro, tema che è stato più volte al centro dell’attenzione degli studi francescani; proprio considerando le tematiche già affrontate da tali pubblicazioni nel presente contributo si focalizzerà l’attenzione sulla dinamica lavoro-ozio negli scritti dell’Assisiate mentre in un secondo momento l’attenzione sarà posta sulla dimensione spirituale dell’operare umano secondo frate Francesco.

1. Il lavoro tra operosità e ozio

Nella prassi ma anche nel pensiero della latinità classica il lavoro era guardato con dispregio: infatti erano gli schiavi che lavoravano mentre i cittadini romani si dedicavano alla legislazione, all’espansione dei propri territori e abbellimento architettonico degli insediamenti. Non meraviglia che tale atteggiamento lo si ritrovi in modo più o meno implicito anche dopo la fine di quella cultura come ad esempio in alcune comunità monastiche. Sarà dall’Oriente cristiano che giungerà in Occidente la sapienza monastica secondo cui il maggior pericolo per il monaco è l’ozio e che uno degli antidoti ad esso è il lavoro; questo pensiero lo si ritroverà nella regola di san Benedetto che infatti è stata sintetizzata nell’espressione ora et labora.

Nel tempo in cui visse Francesco d’Assisi davanti al lavoro vi erano fondamentalmente due valutazioni, ossia una negativa che si appellava a che esso è conseguenza del peccato e che i gigli del campo e gli uccelli del cielo elogiati da Gesù non lavorano; l’altra posizione invece aveva una visione positiva di esso. Ma quest’ultima concezione aveva due prospettive diverse: chi elogiava il lavoro quale necessità improrogabile per sostenersi e chi invece lo valorizzava in quanto mezzo per vincere l’ozio. Se quest’ultima posizione di tipo ascetico era tipica del mondo monastico, la prima era tipica di gruppi laicali quali ad esempio gli Umiliati.

Negli scritti di Francesco d’Assisi il lavoro è considerato positivamente e quando ne parla nella Regola che non ricevette la conferma papale, ossia non bollata, è citato sia il testo paolino secondo cui chi non vuole lavorare neppure deve mangiare, sia l’espressione benedettina che i frati devono lavorare per vincere l’ozio. Nella Regola confermata da Onorio III il 29 novembre 1223 mediante la bolla Solet annuere il testo di san Paolo è assente mentre rimane il lavoro quale rimedio all’ozio. Infine nel Testamento composto nel 1226 poco prima di morire afferma: «E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. E quelli che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio». Quindi, dopo aver ricordato che egli lavorava con le sue mani, afferma che vuole che tutti i frati lavorino per vincere l’ozio, ossia per la motivazione monastico-ascetica diffusa dalla regola benedettina.

Tale persistenza dalla Regola del 1220 al Testamento della motivazione ascetica diffusa anche dalla regola benedettina è in contrasto con la replica di Francesco a quanti gli chiedevano di adottare una delle regole già sperimentate riportata, con fondamento storico, dalla Compilazione di Assisi: «Fratelli, fratelli miei, Dio mi ha chiamato per la via dell’umiltà e mi ha mostrato la via della semplicità . Non voglio quindi che mi nominiate altre regole, né quella di sant’Agostino, né quella di san Bernardo o di san Benedetto. Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un ‘‘novello pazzo’’: e il Signore non vuole condurci per altra via che quella di questa scienza!». Questa sarebbe una dei casi di contraddizione che andrebbe ad assommarsi ad altri presenti sia negli scritti che nella vita dell’Assisiate; ma come ebbe a suggerire Paolo Martinelli tali aspetti potrebbero essere letti nella prospettiva di quella opposizione polare descritta da Romano Guardini e tanto cara a papa Francesco.

2. Lavorare e operare: dalla gratitudine alla gratuità

Figlio di Pietro di Bernardone, ossia di un mercante, sapeva leggere, scrivere e far di conto: questa è il livello stratigrafico originario – e quindi più radicato – della cultura di Francesco d’Assisi.

E tale aspetto, una sorta di mores patrum, traspare continuamente nei suoi scritti; infatti termini valutari e commerciali – quali ad esempio bene, sommo bene, ricevere, donare, restituire, appropriarsi – sono ben presenti nei suoi scritti tanto da farne l’ossatura del suo pensiero ed esperienza spirituale. E tale linguaggio mercantile è presente persino nelle sue preghiere e scritti che esprimono il suo pensiero e spiritualità la quale non è facile ma semplice.

Così «il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri» e quel lavorare «con fedeltà e con devozione» può essere semplificato prima di tutto come un ricevere con gratitudine ogni bene quale dono del Signore che è il sommo, l’unico bene. Infatti solo lui è buono e pertanto ogni bene perfetto proviene da lui; la persona che riceve tali doni è chiamato ad accoglierli con gratitudine rendendo grazie certamente per ciò che riceve ma soprattutto per l’amore del donatore. Infatti i beni passano mentre l’amore del donatore rimane. Successivamente la chiamata è a restituire tali beni nella lode a colui da cui provengono e nella gratuità misericordiosa verso i bisognosi: in questo modo avviene un passaggio dalla gratitudine alla gratuità dalle connotazioni eucaristiche. Così l’operare e il lavoro diventano memoria di Gesù che prese il pane, rese grazie e lo spezzò. Ma il beneficato può anche assumere un atteggiamento diverso ossia appropriarsi di tali doni e ciò per frate Francesco d’Assisi è null’altro che il peccato. Più prezioso è il dono ricevuto – come i frutti della fede elencati nella prima parte del racconto de La vera letizia – più grande è la tentazione di appropriarsene e esponenzialmente più grande è il peccato. Quindi non meraviglia che il maggior peccato è quello di illudersi di essere in possesso dello Spirito Santo, ossia di quel dono che Gesù stesso indicò come il migliore e prioritario da chiedere con insistenza al Padre (Lc 11,13).

Quindi operare e lavorare per frate Francesco è parte integrante della sua esperienza cristiana che è ben radicata nella storia. Ecco quindi che nei suoi scritti menziona gli attrezzi necessari al lavoro che i frati possono avere facendo eccezione alla povertà; il lavoro sporca le mani e per esso si riceve il sostentamento come gli altri poveri.

Il testo completo in Cantico novembre-dicembre 2017.

Ultime acquisizioni degli studi francescani in Nuovi studi su Onorio III.



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