VENERDÌ della II sett. di Avvento S. GIOVANNI DELLA CROCE, sacerdote e dottore – MEMORIA (bianco)
venerdì, 14 dicembre 2018
La storia di Cipriano di Cartagine è un cammino interiore per ciascuno 20 Set 2018

Alla ricerca del tesoro nascosto 1/2

Papa Francesco, nel Messaggio per la 53^ Giornata mondiale per le vocazioni, scrisse che «ogni vocazione nella Chiesa ha la sua origine nello sguardo compassionevole di Gesù. La conversione e la vocazione sono come due facce della stessa medaglia e si richiamano continuamente in tutta la vita del discepolo missionario» (29 novembre 2015).

Alla luce dell’affermazione petrina, vogliamo iniziare questo percorso alla scoperta di “Padri” che, nella Chiesa delle origini, sono stati raggiunti dalla grazia di Dio, cui poi hanno risposto con il dono totale della vita, “generando nella fede”, attraverso la testimonianza delle scelte e con l’insegnamento degli scritti, generazioni di cristiani. Il primo autore che presentiamo è Cipriano di Cartagine, eccellente vescovo africano del III secolo, definito da sant’Agostino «gioiello della fede, guida degli Africani e dottore della chiesa, martire verissimo e sincerissimo sia come maestro che come guida […]», reso da Dio «uomo quando l’ha creato, fedele quando l’ha chiamato, martire quando l’ha incoronato» (Aug., s. 313/G; Erfurt 6). La sua fama ne ha reso la memoria degna di essere celebrata, per la prima volta in ambito cristiano, da una biografia (Vita Cypriani) dettata poco tempo dopo la sua morte (14 settembre 258) dal diacono cartaginese Ponzio. Tale “celebrità” è legata alla produzione letteraria e all’attività pastorale dei tredici anni che intercorrono fra la sua conversione e il martirio (cf. Vita 19,1; 1,1).

Nato a Cartagine nel 210 da ricca famiglia pagana, dopo una giovinezza dissipata, Cipriano si converte al cristianesimo all’età di 35 anni e poco tempo dopo decide di mettere per iscritto, in quella che sarà la sua prima opera, i sentimenti e le emozioni del suo cuore per l’evento che ha stravolto totalmente la sua vita verso il 246: il battesimo. L’opera è l’ad Donatum, da alcuni ritenuta assimilabile alle Confessioni agostiniane ante litteram e, comunque, intarsiata di una freschezza di stile e bellezza di contenuti davvero impareggiabili, che fanno venire voglia di leggerla tutta d’un fiato… come è capitato a me!

Non era mai accaduto, nella letteratura cristiana antica, prima di allora, che qualcuno avesse narrato come – per dirla di nuovo con sant’Agostino – Dio “lo aveva chiamato alla fede” (Deus fecit fidelem quando vocavit), mostrando la bellezza dell’incontro con il Risorto. Lo stile è semplice, disadorna la verità delle parole non diserta, sed fortia, spoglie, cioè, di eleganza formale ma munite di forza espressiva che le rende atte a comunicare come il Signore agisce nella vita di un trentacinquenne, oggi catalogabile nella sfera dei “giovani-adulti”, versato nella retorica in uso nel tempo, ma adesso preoccupato solo di raccontare la misericordia divina (divina indulgentia) che lo ha raggiunto, affidandosi alla «pura semplicità della parola» che, per provare le ragioni della fede, «non si appoggia sull’eloquenza, ma sui fatti».

Dalle tenebre d’una notte oscura alla seconda nascita Cipriano inizia con il racconto delle sue esitazioni prima di accostarsi al battesimo. Scrive, mirabilmente: Quando giacevo nelle tenebre d’una notte oscura, quando esitante e dubbioso fluttuavo nel mare agitato del mondo, vagando sulle strade dell’errore, ignorando il senso della mia vita, estraneo alla verità e alla luce, ritenevo estremamente difficile e duro per le mie abitudini d’un tempo ciò che la misericordia divina mi prometteva per condurmi alla salvezza, che cioè qualcuno potesse nuovamente rinascere e, rinnovato a nuova vita con il lavacro dell’acqua salutare, deporre ciò ch’era prima e, pur conservando l’integrità fisica, potesse mutare nell’animo e nella mente (don. 3).

Il neobattezzato cartaginese apre così il suo cuore a Donato, con un racconto che tradisce una certa agitazione nel ricordare le tenebre avvolgenti la sua anima quando, sfiduciato, non riusciva a credere che il battesimo (lavacrum aquae salutaris) potesse avere una forza tale da estirpare repente ac perniciter le vecchie abitudini, olezzanti di male e – continua più avanti – stratificatesi, sin dalla nascita, nella sua anima, dove avevano allungato radici profonde (alta haec et profunda penitus radice sederunt). Aveva paura, concretamente, di non riuscire ad abituarsi alla sobrietà, visto che era avvezzo al lusso e all’ostentazione, né di resistere alle tenaci lusinghe del vizio, variamente declinato come inclinazione al molto vino, superbia, ira, bramosia rapace, crudeltà, ambizione, lussuria. Un elenco, insomma, nutrito e preoccupante, che gli sembrava non solo incompatibile con la nuova vita di cristiano, ma simile a una montagna insormontabile, la stessa che talora si profila agli occhi di un giovane che, nella nostra epoca, ascolta l’annuncio del Vangelo, lo accoglie prontamente, ma quando deve cominciare a misurarsi con la decisione di lasciarsi realmente rinnovare da Cristo, inizia a tentennare, quasi sgomento. Una cosa simile succedeva dentro il cervello di Cipriano che sovente ospitava analoghe ed estenuanti tenzoni di pensieri, tanto in garbugliati da renderli, letterariamente, con un generico haec (queste cose), come facciamo noi quando, di fronte alle confusioni della vita, non ci capiamo un granché e ci esprimiamo per sommi capi. Senza speranza in una vita migliore, Cipriano si era ripiegato su se stesso rimanendo prigioniero dei suoi mali anche se sappiamo da Ponzio, suo biografo, che in questo periodo non ricusava comunque di leggere assiduamente la Sacra Scrittura, lasciandosi ammaestrare con serietà dalla lectio divina in essa contenuta (cf. Vita 2), oltre che di bere alla fonte della sapienza del presbitero Ceciliano, vir iustus et laudabilis memoriae, il quale lo aveva condotto alla conoscenza del vero Dio e per cui il neofita africano nutriva una grande e ossequiosa venerazione, considerandolo «non più come l’amico del cuore uguale a lui, ma come il padre della sua nuova vita» (cf. Vita 4,1-2). Ceciliano rientrerebbe, per queste sue caratteristiche, tra le guide esemplari delineate dai vescovi di oggi, che nel documento preparatorio al Sinodo su “Giovani, fede e discernimento”, previsto per il 2018, scrivono: «varie ricerche mostrano come i giovani sentano il bisogno di figure di riferimento vicine, credibili, coerenti e oneste» (I,2). Grazie, quindi, alla luce della Parola di Dio e alla guida spirituale di Ceciliano, aetate et honore presbyter, Cipriano accede al battesimo che racconta con parole di commovente intensità: Dopo l’aiuto dell’acqua rigeneratrice, detersa la macchia della vita passata, nel mio animo purificato e mondato, si diffuse dall’alto la luce; ricevuto lo Spirito celeste, la seconda nascita (nativitas secunda) mi trasformò in un uomo nuovo. Improvvisamente ciò che era dubbioso divenne meravigliosamente certo, ciò che era impenetrabile diventò palese, ciò che era oscuro mi apparve luminoso, vieventò facile ciò che prima pareva difficile, e possibile ciò che prima appariva impossibile; compresi allora che apparteneva alla terra quanto prima, nato dalla carne, viveva soggetto al peccato, mentre iniziava ad appartenere a Dio ciò che lo Spirito Santo già vivificava (don. 4).

Foto di copertina: Cipriano di Cartagine (attuale Byrsa, sobborgo di Tunisi)

In PAROLE DEI PADRI, a cura di Graziano Maria Malgeri
dal n. 2/2018 della Rivista Porziuncola



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