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giovedì, 06 maggio 2021
Lo stile missionario francescano alla corte dei Mongoli 20 Apr 2018

Benedetto polacco, compagno dimenticato di Giovanni da Pian del Carpine

Nel 1226, quando morì Francesco, la Cina era poco più di un nome nella memoria degli eruditi o nei racconti dei mercanti veneziani di ritorno dal Vicino Oriente ma, in poco tempo, altri orizzonti si sarebbero aperti alla cristianità e all’Ordine francescano.

Era passato solo un anno dalla morte di Francesco e, all’altro capo del mondo, si spegneva Gengis Khan, fondatore dell’impero mongolo, e il figlio Ögödai si apprestava a colpire il cuore dell’Europa con le orde dei suoi Tartari. Velocemente conquistarono gli altipiani iranici, i principati russi e comparvero, nel 1241, alle porte di Cracovia. Nello stesso anno vinsero la grande battaglia sotto Legnica contro l’armata polacca e i cavalieri teutonici. Per un anno Polonia, Ungheria e Balcani, fino alle coste dell’Adriatico, furono devastati dalle truppe del generale Batu. Poi, alla notizia della morte di Ögödei, si ritirarono nelle steppe eurasiatiche.

Innocenzo IV (a destra), aprendo nel 1245 il Concilio di Lione, pose la questione dei Tartari e decise di inviare a Karakorum un legato pontificio, per chiedere al Khan la loro conversione e la rinuncia alla conquista dell’Europa.

La scelta cadde sul francescano Giovanni da Pian del Carpine, che percorse più di diciannovemila chilometri «per poter portare a compimento la volontà di Dio, secondo l’incarico del signor papa e per essere in qualche modo d’aiuto ai cristiani».

Giovanni fu affiancato da Benedetto di Polonia, aggiuntosi alla legazione in Polonia, probabilmente a Breslavia nella tarda primavera del 1245, in veste di traduttore, poiché conosceva le lingue dei territori russi e forse in modo rudimentale la lingua dei Tartari. Non sappiamo molto su questo frate polacco. Fu di famiglia del convento di Breslavia, che esisteva lì ormai da dieci anni.

Dettò la sua relazione del viaggio ad un ecclesiastico di Colonia, durante il ritorno a Lione, nel 1247. Il suo nome e la funzione che ebbe (guardiano del convento di Cracovia), si trova negli atti processuali della canonizzazione di san Stanislao, vescovo di Cracovia e martire. Il fatto è databile prima del 1253, e questo è l’ultimo dato certo che si possa dare su Benedetto.

I due frati raggiunsero la Syra Orda, la residenza estiva dei Khan, e la tenda del nuovo imperatore Güyük, proprio nei giorni della sua elezione, nel luglio del 1246. Fra Giovanni e fra Benedetto furono i primi occidentali a ritrovarsi faccia a faccia col sovrano più temuto della terra, quindici anni prima dei fratelli Matteo e Niccolò Polo, e la loro missione costituì il primo filo di contatto tra l’Occidente e l’estremo Oriente. Essi consegnarono all’imperatore Güyük due lettere papali contenenti offerte di pace e inviti alla conversione, ma pur essendo trattati con grande deferenza, ebbero un rifiuto.

Benedetto Polacco lasciò una sua relazione del viaggio in Mongolia, ovviamente molto più breve e meno conosciuta della famosa Storia dei Mongoli di Giovanni, tuttavia questo resoconto rivela una spiccata capacità di osservazione e uno stile francescano in grado di confrontarsi con realtà culturali e religiose sconosciute. Infatti Francesco, incontrando il sultano Malik al-Kamil, lasciò l’esempio del dialogo e della testimonianza pacifici, che poi espresse nel capitolo XVI della Regola non bollata del 1221: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio».

La scelta papale d’inviare i frati di san Francesco in terre lontane, dipese dall’itineranza dei francescani, e dal rapido diffondersi dell’Ordine in Europa.

Con il nuovo metodo missionario e la disponibilità al sacrificio, le probabilità della buona riuscita dell’ambasceria alla corte del Khan erano alte.

Nella relazione del frate polacco leggiamo, infatti, alcuni passi molto significativi della sana “flessibilità” francescana, e parlando in termini moderni, dell’inculturazione istantanea, senza però negare il proprio credo.

«I servi di Batu accolsero dai frati (Giovanni e Benedetto) i doni richiesti, e cioè quaranta pelli di castoro e ottanta di tasso. Esse furono portate da loro in mezzo a due fuochi sacri, costringendo i frati affinché seguissero i doni, in quanto nella tradizione dei Tartari si doveva purificare con il fuoco sia i messi che i doni. Dietro ai fuochi stava un carro con la statua d’oro dell’imperatore, che così abitualmente veniva onorato, e i frati, che si opposero con fermezza di onorarlo, furono costretti almeno a chinare il capo»*. […]

«Tra i messi, i soprannominati frati furono rivestiti sopra le tonache del baldacchino (tipo di tessuto molto ricercato e rigido, nda). Le circostanze esigevano questo, poiché nessun messo poteva vedere il volto dell’eletto e consacrato re, se non vestito opportunamente»*.

Forse oggi questi due fatti, annotati da Benedetto, non fanno né scalpore né meraviglia, ma nel XIII secolo l’atteggiamento così aperto verso gli usi e la cultura del luogo, era insolito negli ambienti religiosi.

L’impronta dell’Assisiate è rimasta molto evidente e viva nei frati ambasciatori del pontefice Innocenzo IV e, grazie a questa, i contatti tra mondi che non si conoscevano, se non tramite le armi o lo scambio commerciale, potevano essere allacciati.

Anche la durata della loro permanenza presso il Khan Güyük, circa quattro mesi, (fine luglio - inizio novembre del 1246) parla chiaramente della serena convivenza.

Un altro particolare, che descrive Benedetto, acquisisce in questa luce un nuovo valore. Leggiamo: «Nel terzo giorno gli ufficiali e i traduttori ascoltarono la legazione del signor papa. Deliberarono e rifletterono sulla questione. Di seguito mandarono i frati dalla madre dell’imperatore, che trovarono seduta in un’altra grande e bellissima tenda. Ella si occupò di loro con molta cura e familiarità, e li rimandò al figlio»*.

Il racconto prosegue descrivendo il congedo dall’imperatore e la consegna della sua lettera per il papa, la cui datazione - novembre - ci fa supporre che, per tutta la durata della loro permanenza, i frati siano rimasti presso Töregene-katun, la madre di Güyük, donna molto importante e potente, che aveva retto l’impero dal 1241 (morte di Ödögai) al 1246 (elezione del figlio).

La vocazione francescana implica l’impegno ad uscire da sé, la volontà di decentrarsi, essere meno autoreferenziali e mettersi in cammino, per le strade del mondo, come fratelli e minori con il cuore rivolto al Signore, e offrirsi completamente alla causa del Vangelo, vivendo la logica del dono come alternativa alla logica del potere.

Il valore testimoniale, che san Francesco metteva sempre al centro della vita, segnò i frati, specialmente quando incontravano chi non conosceva il messaggio cristiano.

Oltre il peso diplomatico e storico dell’ambasceria francescana, credo che sia opportuno sottolineare la dimensione missionaria portata non tanto con l’annuncio della rivelazione quanto con la condotta conforme alla propria fede e formazione minoritica, in cui ogni persona viene accolta e considerata fratello della famiglia umana.

* Traduzione dell’autore dal testo latino della relazione di Benedetto Polacco: Sinica Franciscana vol. I, Itinera et relationes Fratrum Minorum saeculi XIII et XIV, collegit, ad fidem codicum redegit et adnotavit P. ANASTASIUS VAN DEN WYNGAERT O.F.M., Quaracchi – Firenze 1929, 131-143).

di Emil Kumka OFMConv, docente di Francescanesimo
per “San Bonaventura informa“ (Marzo 2018)



Cina Emil Kumka Missioni estere SBi

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