VENERDÌ della I sett. di Quaresima Feria (viola)
venerdì, 26 febbraio 2021
Funerale di p. Maurizio Verde OFM 22 Gen 2021

“Ciò che rimarrà in eterno è l’amore che avremo donato”

Si è svolto lunedì 18 gennaio, nella Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli, il funerale di fra Maurizio Verde per tanti anni animatore liturgico della Basilica di Santa Maria degli Angeli e direttore della Corale Porziuncola. Riportiamo l’omelia del Ministro provinciale, p. Francesco Piloni.

Un affettuoso saluto a voi tutti presenti a questa celebrazione, ai fratelli, alla sorella, ai parenti, ai frati e ai numerosi sacerdoti, alle corali della Porziuncola e i Laudesi umbri, ai colleghi di fra Maurizio, in particolare a Mons. Valentino Miserachs, suo maestro; alla mamma Anna che segue questa celebrazione via web, per lei una carezza e una preghiera da tutti noi; ai nostri Vescovi dell’Umbria, in particolare grazie per la preghiera del nostro Vescovo Domenico impossibilitato ad essere presente; del nostro caro fra Vittorio, Vescovo di Tortona; un affettuoso saluto ai tanti che ci seguono sui social, ai Monasteri, ai fratelli e amici che avrebbero voluto essere presenti e hanno dimostrato una vicinanza unica in questi giorni. Semplicemente, grazie di cuore! Di fra Maurizio un tratto squisito è stata l’accoglienza attenta, gioiosa e ce lo avete dimostrato nel dolore di questo momento.

La Liturgia è l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo e proprio la Liturgia è stata per il nostro caro fratello Maurizio lo spazio e il tempo dove le due volontà, quella di Dio e dell’uomo si incontrano, dove l’aldilà e l’aldiquà si conoscono e imparano a leggere la realtà. La Liturgia include il cielo e la terra, il tempo che scorre e la vita eterna, la materia e lo spirito: il peccato ha operato un taglio costruendo un muro, ha creato un abisso e ha considerato la sola terra, il solo tempo quaggiù e la sola materia. Nella Liturgia si crea invece un ponte che riconcilia gli opposti; la Liturgia trasforma tanti individui soli, in fraternità, in comunità di chiamati e mandati, forma la Chiesa. Nella Liturgia c’è il Canto, un viaggio dal già ma non ancora alla lode eterna, senza fine, alla presenza dell’Agnello. Fra Maurizio nella Liturgia ha trovato Dio e non ha potuto far altro che testimoniarlo, aiutando gli uomini a liberarsi dall’illusione dell’autonomia, di credersi nella vita dei solisti, educando il gusto e l’orecchio del cuore a riconoscere che è bello e possibile vivere come in cielo e così in terra e viverlo in coro, nell’armonia della coralità.

Considero proprio un regalo di Dio la Parola del giorno da poco proclamata e ascoltata, un grazie che Dio vuole dire a fra Maurizio per aver servito e amato la Liturgia ed essere, allo stesso tempo, una delicata consolazione per noi. Riconosco nella Liturgia della Parola di oggi tre note che desidero ascoltare con voi per nutrire la nostra piccola fede e rinnovare il desiderio di stare con Dio.

La nota dell’Exultet, dell’annuncio pasquale. Nella penombra della Veglia Pasquale, la voce limpida e solenne di fra Maurizio rompeva il silenzio, mentre scorreva il rotolo con le note e le parole che ogni uomo ha sete di ascoltare: Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste, un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del re eterno ha vinto le tenebre del mondo [...] Gesù Cristo nostro Signore ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica. Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello….

In un passaggio del Preconio pasquale il cantore invita l’assemblea a invocare con lui la misericordia di Dio: Egli che mi ha chiamato, senza alcun merito, nel numero dei suoi ministri, irradi il suo mirabile fulgore, perché sia piena e perfetta la lode di questo cero. La lettera agli Ebrei proclamata nel giorno del funerale di Maurizio è davvero una delicatezza che rinnova la chiamata di Dio: ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Non per merito Dio chiama gli uomini ma per Grazia; il fine è sempre la salvezza delle anime e a sostegno di questa missione il sacerdote pone tutta la sua attività pastorale, desiderando ardentemente che l’olio dello Spirito Santo arrivi fino agli estremi confini della terra, nessuno escluso; non per merito Dio chiama gli uomini ma per Grazia perché il sacerdote è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza, e della fragile umanità non si spaventa perché impara a riconoscere che umiltà e grandezza sono i due fuochi della vita del sacerdote; la Chiesa sa che il debito di Adamo lo ha pagato Cristo con il suo sangue ma riconosce che il debito che le spetta, che spetta a noi pagare è annunciare il Vivente, il Risorto, la parola di Vita eterna.

La nota del Te Deum. Il Salmo 110, al quale abbiamo risposto con Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore, si rispecchia nel Te Deum dove, Gesù siede alla destra di Dio; è Signore sui nemici e giudice buono e misericordioso della storia. Questa onda di misericordia che si riversa sull’intera umanità non è qualcosa ma Qualcuno: è Gesù Cristo Signore. Come figli, la nota del Te Deum ci fa lodare Dio ogni giorno e invocare Sia sempre con noi la tua misericordia perché in te abbiamo sperato.

È stata proprio questa bontà misericordiosa del nostro Dio a favorire in fra Maurizio l’abbandono fiducioso a fine ottobre 2020: nella nostra Infermeria (ringrazio di cuore i frati e i dipendenti!), durante la celebrazione dell’Unzione degli infermi, il nostro fratello, ha trovato il Padre misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore al quale ancora affidarsi. Così come ascoltato nella Lettera agli Ebrei, nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Davvero Signore tu sei la nostra speranza, per questo non saremo confusi in eterno.

La nota del Magnificat ce la offre il Vangelo. L’oggetto della fede cristiana è un vino nuovo, una cosa nuova, un fatto nuovo che esige otri nuovi. L’otre è una misura di capacità: una capacità nuova. Ospitare un fatto nuovo dentro il vecchio non ci sta; la Pasqua è un fatto nuovo da conoscere e vivere che non si accorda con il vecchio! Con Cristo non ci si mette d’accordo, non si contratta tirando sul prezzo. Non si può prendere un abito nuovo, staccarne un pezzo per rattoppare il vecchio; bisogna cambiare l’abito.

Non si può conservare il vecchio modo di pensare, il vecchio modo di conoscere, di guardare. Nel Magnificat la Vergine Maria canta il vino nuovo che Gesù, lo sposo, ha inaugurato. Il fatto nuovo è il vino della festa, le nozze compiute dell’Agnello; ma non basta. Occorrono gli otri nuovi e un vestito nuovo: “vino nuovo, otri nuovi e vestito nuovo indicano una stagione di maturità e di compiutezza, che non può essere messa a repentaglio con imprudenti accostamenti o compromessi tattici: vecchio e nuovo non vanno mescolati, perché ognuno appartiene ad una propria stagione, è frutto di tempi e di arte diversi e va conservato nella sua genuinità propria” (Per vino nuovo otri nuovi n°56, Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica)  ricorda a noi religiosi la Chiesa.

Fra Maurizio nel suo cammino dietro le orme di Gesù, come amava dire il nostro Serafico padre san Francesco, aveva ben chiaro cosa significa la stagione della maturità e qual è il fatto nuovo nella storia. Scrive infatti ai Cantori di Assisi una lettera di auguri per la Pasqua del 2005 nella quale si leggono alcuni passaggi profondi e preziosi:

Eccomi allora a voi per porgervi i miei auguri di Pasqua. Il nostro cuore percepisce che questo momento dell’anno è segno di rinascita, quasi il ritorno della primavera dello spirito. Tutte le cose ci dicono questo: lo spuntare delle gemme sugli alberi sono il segno che si cammina verso il frutto maturo. Si, la maturità. È questo il senso del nascere: raggiungere una pienezza di vita, sviluppare tutte le energie che ci permettono di vivere da uomini veri, capaci di rapporti di amicizia e di comunione. La maturità ci appare spesso, a mio avviso in modo erroneo, connessa all’idea della vecchiaia vista come fine delle cose. “Il dramma non è invecchiare, ma restare acerbi”, disse don Luigi Giussani. Un frutto acerbo non serve a nessuno, non sfama nessuno, non rende dolce e felice la vita di nessuno. È destinato ad essere inutilizzato.

Gesù Cristo ci ha mostrato un altro modo di vedere e leggere la vita. La Sua maturità si esprime nel “dare” la vita per tutti gli uomini. La sua Risurrezione è l’esperienza reale, concreta, che vivere nella prospettiva del dono e dell’amore, ci “ringiovanisce continuamente” e distrugge la nera prospettiva che tutto finisca nella polvere della morte: ciò che rimarrà in eterno, al di là delle grandi opere, è l’amore che avremo donato. L’augurio, per tutti voi e le vostre famiglie, è di poter vivere in questa prospettiva l’esistenza.

Questo augurio Maurizio lo sentiamo ora vibrare forte in noi con la tua voce limpida, riflessiva, dalla tua voce amica. Ora prega per noi perché non restiamo acerbi e sterili ma otri nuovi, otri felici e fecondi in questa Chiesa che amiamo e che vogliamo servire in modo corale. 



Francesco Piloni Funerale Maurizio Verde Ministro provinciale Porziuncola

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