Omelia del Ministro Provinciale per le esequie di fr Danilo Reverberi 12 Mar 2021

“Ci tenderà le braccia il Signore e noi ci precipiteremo”

Nel pomeriggio di giovedì 11 marzo si è svolto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli il funerale di fr Danilo Reverberi. Pubblichiamo di seguito l'omelia del Ministro provinciale, p. Francesco Piloni.

Sei tornato a casa fra Danilo, qui a Santa Maria della Porziuncola dove il 10 dicembre del 1988 hai consegnato definitivamente la tua vita al Padre nella Professione Perpetua. Nell’immagine del ricordo di quel giorno c’è Francesco di Assisi che, con le labbra appoggiate alla ferita del costato di Gesù, bacia e beve alla Grazia del corpo di Cristo; nel retro dell’immagine, una frase di Dostoevskij ci aiuta a stare in questo saluto doloroso e a lasciarti partire felice: “E ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo. E scoppieremo in singhiozzi. E comprenderemo tutto. Signore venga il tuo Regno!”. Ti vogliamo pensare e salutare dentro questo incontro, avvolto nell’abbraccio con lo Sposo; del resto tu di abbracci te ne intendi, hai insegnato a diversi di noi cosa significa un gesto vero.

Siamo in molti a voler benedire Dio per il dono di fra Danilo, anche se facciamo fatica a lasciarlo partire. Ringraziare e benedire Dio perché attraverso Danilo, Dio ha parlato di salvezza e si è fatto vicino, incontrabile e indimenticabile. È un ringraziamento il nostro che diventa un saluto caro e affettuoso, prima di tutto al babbo Giuseppe; a te, Giuseppe, da tutti noi frati, un profondo grazie per questo figlio che con tua moglie avete regalato alla Chiesa. Insieme a Giorgio, gemello di Danilo, abbiamo condiviso molto in queste ultime settimane e la sua voce ci rimandava al calore e alla vitalità di Danilo: con i familiari, colgo l’occasione per ringraziare il personale sanitario dell’ospedale di Città di Castello per la loro professionalità e grande umanità; salutiamo poi le sorelle Elena e Marzia.

Grazie per la vicinanza dei nostri Vescovi dell’Umbria e del nostro fratello Vescovo Vittorio Viola che ci sta seguendo e pregando con noi. Un saluto riconoscente agli amici qui presenti e a moltissimi che ci seguono la celebrazione via web: le famiglie di Mistero grande e le tante famiglie alle quali Danilo consegnato il segreto di come essere Famiglia; salutiamo le tante persone che il nostro fratello ha servito a Foligno nella parrocchia di S. Maria in Campis e a S. Bartolomeo, a Terni nel convento e parrocchia di S. Antonio, a Perugia Monteripido con i giovani universitari che ha amato e custodito, a Todi dove ha accolto molta gente creando casa e familiarità; un saluto a chi lo ha conosciuto nella sua passione per i cavalli, manifestando in questo tratto un modo bello di essere fratello di tutti.

Un saluto commosso ai monasteri di Clarisse, in particolare alla comunità di clarisse di Santa Chiara in Assisi, comunità della quale fra Danilo ha goduto in questi ultimi mesi; voglio poi ricordare fra Bruno e fra Claudio con i quali ha vissuto questo nuovo tempo ad Assisi, sotto lo sguardo del Crocifisso di San Damiano: avete condiviso molto in poco tempo ma in modo vero, semplice creando subito una fraternità bella, accogliente, francescana. Questi fratelli, ancora in quarantena, hanno avuto solo parole di gratitudine per il Vangelo che avete vissuto insieme!

Che cosa è stato fra Danilo per noi? Penso sia bello abitare questa domanda. Fra Danilo è stato per molti una parola di amicizia. L’amico è uno che non sta fuori dal tuo dolore o dalla tua gioia, non discute in modo astratto come gli amici di Giobbe ma entra nella vita dell’altro perché gli interessa veramente; il modo di parlare e di guardarti di un amico raggiunge l’anima e ti fa conoscere la verità, te la ricorda quando non la vedi, quando la vita fa male. L’amico è uno che non si rassegna e ci sta sempre, anche se lontano. Non ci si improvvisa amici: lo si diventa! Fra Danilo è per noi una parola di amicizia perché ha coltivato la relazione con l’Amico, Gesù. Con Lui si è coinvolto, o meglio, è divenuto complice; con Gesù, Danilo, negli anni, si è impastato.

Don Giussani, in Lettere di fede e di amicizia, scriveva: “Tra due amici profondi, cosa si desidera? L’aspirazione dell’amicizia è l’unione, è quella di immedesimarsi, impastarsi, diventare la stessa persona, avere la stessa fisionomia dell’Amico Gesù”. È quanto abbiamo ascoltato nel vangelo di Giovanni nel discorso sul Pane di Vita alla sinagoga di Cafarnao: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Si diventa intimi, amici, di diventa una cosa sola e questo modo di vivere, di pensare, di amare, questo stile relazionale pervade ogni incontro.

Fra Danilo il 17 novembre del 2020, durante i Vespri del triduo di S. Agnese diceva con la sua bella passione: “…siamo chiamati a diventare uno, chiamati a vivere il miracolo della comunione. Mi rimase impresso una volta quando sentì un’intervista di Papa Paolo VI che diceva: nell’esperienza cristiana noi siamo chiamati a diventare spettacolo di unità al mondo, quindi una comune vocazione, qualcosa che tiene insieme, tiene legato dal profondo, in radice, coloro che si amano”. Il miracolo della comunione è proprio il frutto maturo della complicità con Dio. Sempre fra Danilo, parlando della sequela di Chiara e Agnese diceva: “C’è una cosa che mi ha colpito tantissimo, perché la sento vera, profonda per la mia vocazione e per la mia vita; il legame umano trova in Cristo non un’altra dimensione ma la sua vera dimensione, purificata da ogni forma di egoismo e fragilità tipici della natura umana”.

Da diverso tempo il nostro Danilo aveva confidato a una clarissa, con la quale c’è un legame profondo, quanto amasse una preghiera che il sacerdote, durante la Messa, all’Agnello di Dio, recita sottovoce: “…per il mistero del Corpo e del Sangue del tuo Figlio, liberami da ogni colpa e da ogni male e fa che non sia mai separato da te”. Il miracolo della comunione è il banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti come abbiamo ascoltato in Isaia, dove la morte non ha più diritto di cittadinanza; il miracolo della comunione accade durante ogni Eucaristia e diventa promessa di eternità, come dice Gesù nel Vangelo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. È ciò che abbiamo visto in fra Danilo ed è per noi speranza, desiderio di essere buoni come il pane, autentici e per questo inquieti, gente felice, capaci di voler bene davvero e di gioire per il bene e la bellezza, ovunque si trovino. Danilo è stato un “fuoriclasse” di relazioni e di vicinanza, di vita consegnata per la felicità degli uomini.

Sempre dal Vangelo vorrei trarre un’altra parola, un’espressione che ho avuto nel cuore durante i giorni sempre più dolorosi della malattia di fra Danilo: Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? Sono sempre più convinto che dentro a quanto stiamo vivendo nel mondo intero, in piena pandemia e crisi globale, nella presa di consapevolezza della nostra fragilità e pochezza, umiliati dalle conseguenze di un’idea di progresso che ci ha portato a derive allarmanti, la malattia e la morte di fra Danilo e di tanti, troppi uomini e donne, è una parola forte, anzi, una parola dura, di più, una parola seria per ciascuno di noi, per la nostra fraternità provinciale, per ogni uomo che vuole vivere all’altezza della dignità di persona.

Questo linguaggio è duro e vogliamo intenderlo Signore! Non possiamo e non volgiamo tornare indietro senza una sapienza che viene dall’alto, che viene da una nuova nascita; non possiamo e non vogliamo accontentarci delle misure di sicurezza e non riconoscere e annunciare invece la salvezza che viene dalla tua pasqua Signore Gesù; non possiamo e non vogliamo restare in letture superficiali senza la disponibilità di un ripensamento critico.

È una parola forte, anzi seria la pasqua di fra Danilo: a livello personale come chiamata a una serietà rinnovata, decisa, a una riscoperta del senso profondo delle poche cose essenziali del vivere; insomma una parola per noi di conversione. Pietro nel Vangelo davanti alla provocazione di Gesù: Volete andarvene anche voi? Risponde: Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio. Dice Pietro da chi andremo, non dove andremo; il problema non è dove andare ma con chi stare! Questa è la questione seria. Impastato con chi!?! A livello di fraternità provinciale fra Danilo è un seme che muore e che fa rumore, la voce di una chiamata al miracolo della comunione sempre fragile e minacciata, una sveglia seria a raccogliere il potenziale di bene, a connetterlo e a condividerlo, rinunciando ai progetti personali che disperdono e confondono.

Fra Danilo concludeva la sua omelia nel triduo a S. Agnese con queste parole: “Il cuore di Dio palpita per ciascuno di noi, ci guarda, ci osserva, ci custodisce, ci preserva, ci ama di un amore infinito; questo cuore che palpita, questo luogo dove Chiara e Agnese ci invitano a entrare, questo luogo dove Chiara e Agnese insieme sono spettacolo di unità al mondo, dove Chiara e Agnese sono segno luminoso dell’amore del Padre, ci indicano la strada, la via. Questo cuore di Dio ricco di comunione, è lì il nostro destino, è lì dove loro ci attendono, è lì dove siamo destinati ad arrivare al termine del nostro esodo.

E ci tenderà le braccia il Signore e noi ci precipiteremo”. E scoppieremo in singhiozzi. E comprenderemo tutto. Venga il tuo Regno!”. Ora si compie in cielo quanto qui in terra, alla Porziuncola, hai professato il 10 dicembre 1988.

Grazie Danilo, fratello, amico, padre, uomo di Dio che hai avvicinato ancor di più il Regno di Dio a tutti noi.



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