La necessità di riscoprire il desiderio-bisogno di senso 11 Dic 2019

Corpo ed eternità

Viviamo in un tempo in cui il corpo è al centro dell’attenzione per i motivi più disparati, e tuttavia esiteremmo a dire che sia realmente valorizzato e libero: dalla sottoalimentazione alle “malattie del benessere”, dalla sua fragilità alle sue possibilità quasi illimitate, dallo stare bene al fare il bene, dal mutismo alla parola, dalla biologia alla psicologia, dalla bioetica alle biotecnologie, dalla filosofia alla teologia, … in realtà il nostro corpo siamo noi, e quindi tutto passa per il corpo, avviene e si manifesta con il corpo, nel corpo e grazie ad esso. Mentre l’attenzione si concentra sul corpo, la sua estetica e le sue funzioni, e si moltiplicano le cure affinché stia bene e possa vivere il più a lungo possibile, risulta carente - se non assente, talvolta rimossa o “esorcizzata” - l’attenzione all’eternità che il corpo continua a segnalare e a chiedere.

La cultura secolarizzata e incurvata sull’immanenza ricerca la qualità della vita, ma tra gli indicatori di questa non compare mai la speranza trascendente; eppure la qualità della vita dipende dalla qualità della propria speranza. Sarebbe fondamentale stabilire quale possa essere considerata la vita umana “riuscita”. E l’eternità, respinta ai margini della riflessione, è sempre in gioco. Realisticamente vorremmo chiederci: a che serve vivere bene, stare bene e volere bene, se non ci è dato vivere sempre? Ancora si pensa che il cristianesimo svaluti il corpo per avvalorare l’anima: dicotomia ellenizzante, estranea al messaggio originario della Scrittura, in cui la persona umana è sempre considerata come totalità di anima-corpo; e la corporeità si trova al centro dell’evento cristiano (con l’Incarnazione, la Risurrezione anche corporea, l’Eucaristia come presenza integrale del Vivente). Per il cristianesimo tutto passa attraverso il corpo.

Caro cardo salutis, scrive Tertulliano: la carne è cardine della salvezza. La carne biblicamente designa tutta la realtà umana nella sua fragilità, ha un significato più ampio di quello che noi tendiamo a dare al corpo, anche se lo include. Non c’è salvezza che non passi attraverso il corpo, che non lo implichi radicalmente. Ma quale salvezza? Quale eternità? E quale corpo? In questa Rubrica vorremmo affrontare la realtà umana corporea nella prospettiva dell’eternità, tentando di ripensare il centro dell’annuncio cristiano (e ultimo articolo del Simbolo di fede) assumendo che il fine è prioritario nell’intenzione ed è il perché dell’uomo: perché abbia la vita e l’abbia in abbondanza (cf Gv 10,10). La spinta ad affrontare il tema proviene dal dover continuamente constatare una contraddizione tra l’esaltazione di salute, bellezza, giovinezza, “diritti” del corpo da una parte, e dall’altra la rimozione della morte e soprattutto del dopo-morte, che interroga alla radice tutta la nostra attenzione al corpo.

Un corpo che ci appartiene fino a poter dire che siamo noi; e tuttavia facciamo fatica a vivere in unità con il nostro corpo, facilmente abbandonato all’ambito degli “oggetti”. Non cercheremo tanto di dire cose nuove, quanto di offrire un nuovo sguardo sintetico e riflessivo sul tema e di aprire nuovi percorsi di ricerca. Il fatto che letteratura e pubblicistica teologica sull’eternità del corpo siano carenti è indice non solo della difficoltà a pensare una prospettiva che sfugge alle nostre categorie, ma anche della tendenza a rimuoverla. Lo stesso articolo del Credo su “la Risurrezione della carne, la Vita eterna” oggi incontra una forte incomprensione e come verità di fede, pur senza essere negata, è poco presente anche nel modo di pensare e di agire dei cristiani; tanto più dei nostri contemporanei diversamente credenti o indifferenti.

Si abbassa di continuo il numero di coloro che credono nella vita oltre la morte. È vero che c’è una difficoltà oggettiva, linguistica e semantica, nel pensare e nel presentare questo tema: studi e commenti specifici sull’ultimo articolo del Credo sono pochi, e non ultima tra le ragioni di questa carenza è il venire meno della domanda di senso, connaturale e costitutiva dell’essere umano in cammino. Se manca l’inquietum est cor nostrum non ha senso prospettare il donec requiescat in te. Prima ancora della trascendenza, propria soltanto di Dio, occorre scoprire e riconoscere la capacità trascendentale iscritta nel corpo, nella carne dell’uomo. Questa capacità trascendentale non è altro che la dinamica del corpo ad “uscire da se stesso verso l’altro”, ossia la vocazione del corpo ad auto-trascendersi, evitando il ripiegamento su se stesso. La ricerca di senso nasce sempre all’interno di un contesto culturale che può favorirla o scoraggiarla: l’attuale contesto non la favorisce.

Oggi non abbiamo a che fare con un ateismo combattivo come nell’Ottocento e nella prima metà del secolo scorso; difficoltà e resistenze riguardano i presupposti, la disposizione alla domanda sul senso, il quale è relegato nell’irrealtà. Se la fede deriva dall’ascolto, come afferma Paolo, allora forse si dovrebbe dire che oggi viviamo in una situazione di sordità indotta: l’essere umano non è più in contatto con la sua interiorità e con la sua fame di senso, immerso in una specie di apatia per scollegarsi dalla sua sofferenza. Più che un rifiuto della proposta cristiana, si evidenzia una forma di “estraneità” al linguaggio stesso della fede, che ha ormai quasi il suono di una lingua morta. Ciò è divenuto più problematico in seguito alla rivoluzione digitale della comunicazione, che sta cambiando la stessa antropologia quanto alla relazionalità e alla percezione della realtà: la tendenza è a un disincanto frammentato e a cercare rifugio nelle emozioni di esperienze spesso isolate e indotte dal mondo tecnologico.

Proprio dall’evoluzione della potenza tecnologica, paradossalmente, rinasce la domanda cruciale: che cos’è un “io”? Che cos’è un soggetto umano? Quale il senso del corpo? Possiamo anche ridurlo alle sue prestazioni, ma esso (comprese le sue prestazioni!) resta inesplicabile senza tener conto della domanda di senso che gli è costitutiva. Per quanto si tenti di evitare questa domanda, essa rinasce sempre perché l’essere umano è oltre il semplicemente umano, il suo corpo è più del suo corpo. Rimane cifra di una trascendenza che è parte di noi, come il respiro più profondo del nostro essere. E come non c’è vita senza respiro, così senza senso trascendente non c’è vita autenticamente umana del corpo. L’accumulo delle informazioni e il controllo dei dati a disposizione portano inevitabilmente a farci controllare dagli algoritmi: questo processo che sembra inarrestabile arriva a risolvere il problema del senso? O lo fa riesplodere come un bisogno essenziale per la vita? Ma non è forse proprio il bisogno (e la ricerca) di senso che hanno portato a sviluppare la nostra potenza tecnologica così affascinante e sorprendente?

Nella complessità del nostro tempo occorre risvegliare l’inquietudine, aiutare/aiutarci a riscoprire e riappropriarsi del desiderio-bisogno di senso che lo stile di vita prevalente tende a spegnere, e che è anche preambolo necessario all’accoglienza della proposta di fede. In realtà anche oggi, nonostante la curvatura sull’immanenza e la riduzione efficientistica, la domanda di senso riaffiora continuamente, ma in modo anonimo e inconscio, e si manifesta in un sentimento di profonda insoddisfazione e inquietudine che è già apertura ad altro. In un tempo in cui si parla con insistenza di riscoperta-riappropriazione e valorizzazione del corpo, c’è da chiedersi: si cerca il senso del corpo come soggetto identitario personale o lo si riduce a un oggetto di sensazioni? Quale il senso dei sensi del corpo?

Per approfondimenti leggi il mensile SBi



Corpo Eternità Significato

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