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Articolo di Domenico Paolettti 20 Ago 2021

Cristo, pienezza di senso

Abbiamo considerato l’homo viator che cerca e si interroga, tra penultimo e ultimo, sul senso del vivere, del tempo, dello spazio, del mondo, e non lo trova nelle realtà penultime in cui si trova a vivere, se non come segni e rimandi dell’ultimo. Qui sulla terra (nel penultimo), siamo di passaggio come homo viator, o siamo e restiamo nel provvisorio, che va verso l’azzeramento? Pascal (qui sotto) invita a non considerare il tempo presente come definitivo, come fine, e ricorda che il tempo presente è tale perché aperto al futuro: «il tempo non viene mai vissuto nel presente» (Pensées 172). Questo è vero perché la vita è movimento di continuità discontinua: il penultimo è la continuità, che ci accompagna nel restare quello che siamo, e l’ultimo è la discontinuità, che apre orizzonti ultimi e sempre nuovi.

La fede cristiana riconosce nell’evento storico di Gesù di Nazareth (homo viator, realtà penultima, come noi) il Signore e il vivente: realtà ultima, ‘senso ultimo’ del creato e della storia. È un presupposto che rivendica la propria credibilità, perché è ragionevole, perché interroga e provoca la ragione e si apre sull’oltre. Già nel fatto storico che Gesù di Nazareth è riconosciuto come il Signore, si incontra un legame tensionale tra penultimo e ultimo. Il legame dev’essere studiato e approfondito per cogliere e accogliere il senso che vien dato dal “compiersi” del penultimo: questo compimento è l’ultimo già presente nel penultimo. Nel nostro contesto culturale, però, “ultimo” viene inteso, più che come compimento nel futuro, come compimento nel presente, tanto che si parla di “ultimo arrivo”: di un prodotto, di una tecnologia. Nella logica delle cose, ‘ultimo’ si trova appiattito nel tempo presente, e così perde il senso del compiere-compiersi, acquistando invece il senso di “riempire”.

Infatti oggi viviamo un tempo che viene riempito e non si compie, carente di passato (la memoria è una tradizione di cui disfarsi) e di futuro (la speranza è qui e ora, dove si attende e si consuma). È interessante rendersi sempre più consapevoli, più fondatamente convinti che l’evento Gesù Cristo, oltre ad essere affine al logos (al pensiero umano, a differenza delle altre religioni) ha il logos-annuncio delle cose ultime come centro del suo messaggio; non in appendice, dove una certa teologia del passato tendeva a relegarlo. «La forma cristologica dell’autorivelazione di Dio, infatti, conferisce rilievo escatologico al tempo dell’uomo […]. Ecco perché il compimento cristologico del tempo non lo riassorbe; anzi, lo ri-genera come responsabilità a fronte di un Amore più forte della morte» (M. EPIS).

In questa prospettiva cristologica occorre ripensare la struttura stessa della speranza, che non è un semplicistico (ed evasivo) credere nella immortalità atemporale dell’anima, ma è fondata sulla vita temporale effettivamente vissuta che va verso un compimento. Il giudizio finale verte sulla nostra storia in relazione, e non su altro: «ho avuto fame e mi hai dato da mangiare (…). L’avete fatto a me» (Mt 25, 35-40). Ci sorprende il fatto di trovare l’affermazione più concreta - e, quindi, più storica - nella parabola escatologica, narrata prima della passione-morte-risurrezione di Gesù, e incentrata sul compimento della storia. Tra il tempo della storia e il tempo oltre la storia c’è continuità, e c’è discontinuità. Le cose ultime non sono semplicemente ‘in Dio’, oltre e al di là della storia, ma si trovano nella storia che Dio stesso suscita e coinvolge.

È da considerarsi ormai acquisito come punto di non ritorno, nella riflessione filosofico-teologica, l’approccio in chiave storica e non dualistica alla questione del compimento delle cose ultime. L’ultimo, in quanto ‘definitivo’, non può essere compreso se identificato con ciò che resta separato dalla storia di ciascuno e dal mondo. La vita nuova oltre la morte non riguarda solo l’anima, bensì la persona concreta nella sua interezza: la persona divenuta quella che è nella sua relazione con il mondo e grazie alla sua vita corporea e storica. Ogni incontro e ogni relazione segnano tutta la persona, compresa quindi la sua interiorità. Nella realtà ultima, corpo e mondo “trasfigurati” sono riuniti per sempre. La realtà ultima, che per l’uomo (cristiano) è la risurrezione della carne, si realizza coinvolgendo la persona singola nel suo rapporto con la piena riuscita della vicenda di tutti. L’ultimo è reale solo nel nesso che lega il singolo agli altri e a tutto il creato nelle realtà penultime. Qui occorre mettere in evidenza la «sporgenza della storicità del soggetto rispetto al suo stesso compimento» (G. NOBERASCO).

Le piaghe ancora presenti nel corpo del Risorto non sono i segni della sua passione storica, le sue ferite che diventano feritoie di luce irradiante? Grazie all’incarnazione del Verbo eterno del Padre, ogni persona umana realizza la pienezza, l’ultimità della propria esistenza non in un’altra realtà, in una nuova ed ulteriore dimensione rispetto al cammino storico e mondano, ma proprio in questa esistenza in cui è chiamato ad essere pienamente se stesso come deve essere, e in questo modo apre la possibilità di una realtà ‘altra’ (non diciamo “un’altra realtà”: la realtà altra è sempre nostra ed è legata alla nostra storia e alla storia umana). L’ultimo è trasformazione del penultimo, e questa pista di riflessione è necessaria per cogliere il nesso tra ultimo e penultimo nella continuità-discontinuità. Senza questo nesso, verrebbe da esclamare «meglio vivere nel penultimo provvisorio che nell’ultimo definitivo!».

Infatti, se il passaggio da questa condizione terrena penultima a quella celeste ultima non comporta il passaggio trasformativo del terreno nel celeste, si cade nel dualismo, dove il ‘di qua’ non ha nessuna importanza perché destinato a finire senza compiersi, anzi il terreno-penultimo è una prigione da cui evadere il prima possibile. Noi credenti in Gesù Cristo, quando parliamo delle cose ultime, non saremo mai presi sul serio se non trattiamo seriamente e positivamente le realtà penultime. E accade che realtà penultime non illuminate nelle loro valenze spirituali dirette o indirette, abbandonate alla ‘profanità’, si costruiscano i loro riti, i nuovi santuari, le nuove feste comandate, i nuovi chierici. C’è chi provocatoriamente ha parlato della situazione pandemica da cui usciamo come della nuova religione universale, con i suoi sacerdoti (virologi ed esperti), i suoi riti (sanificazioni), i suoi paramenti (mascherine, guanti), e soprattutto con la prospettiva ‘messianica’, dove il messia secolarizzato sarebbe il vaccino di cui si è attesa come salvezza la venuta, restando intanto ben ancorati al penultimo, che però inesorabilmente passa. Passa e finisce, o passa compiendosi?

La riflessione sulle realtà penultime illuminate dal Mistero di Cristo provoca il logos perché il nostro èschaton, il nostro ‘ultimo’, coincide con la persona del Cristo Risorto nel suo vero corpo, meta prospettica che eccede senza cancellarlo il fluire degli eventi storici penultimi: è Lui la fonte di luce, nella convinzione fondata che la relazione di fede con il Signore Gesù illumina i problemi dell’homo viator in ricerca di un senso pieno, e che sia “per sempre”. Allora occorre mettere a tema l’evento Gesù Cristo, che illumina i problemi dell’uomo attraverso riflessioni applicative su ambiti della nostra condizione umana in tensione tra penultimo ed ultimo, e ci rivela che la verità dell’uomo consiste nel fatto di essere amato dall’Amore infinito e chiamato a condividere questo Amore, a vivere per sempre. «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes 22). Fuori da questa prospettiva, natura e destino della persona umana rimangono, più che mistero, un grande enigma insolubile. Gesù, irruzione di Dio nella storia, è una «irruzione massiccia di senso» (R. LATOURELLE) su ogni realtà.

In particolare, egli mette insieme il penultimo e l’ultimo nella sua persona. Assume l’humanum per divinizzarlo, e umanizza il divino. È il paradosso che contempliamo nel mistero dell’Ascensione del Signore: Gesù Cristo entra nella gloria eterna, nel cielo del Padre, con la nostra umanità, con il suo corpo umano risorto. Nella Trinità si verifica una novità di presenza, la nostra umanità paradossalmente arricchisce lo stesso Dio Creatore, Salvatore e Santificatore. La Risurrezione è un fatto reale che riguarda Gesù stesso e non solo la nostra fede in Lui. Il Cristo risorto è lo stesso Gesù storico, pur in una condizione assolutamente nuova. Qui nella Risurrezione incontriamo il ‘penultimo’, la dimensione storica, che diventa ‘ultimo’ nella stessa realtà: evento-mistero che può aiutare almeno in parte a distinguere lo storico dal reale. Lo storico è ciò che si realizza nel tempo penultimo e può essere descritto e analizzato con metodi storico-critici. Il reale, invece, anche se non può essere indagato con metodi storico-critici, è reale più della vita stessa perché è già ultimo. Basti pensare all’amore tra due persone: è talmente reale che anima, colora e sostanzia la loro storia, ma non si può misurare; ci sono dei segni che lo manifestano, ma non lo esauriscono.

La distinzione tra storico e reale può suggerire qualche elemento per illuminare la continuità-discontinuità tra penultimo e ultimo. Dire che Gesù Cristo ascende al cielo vuol dire che l’humanum è a contatto con il divinum, che nel cuore della Trinità c’è un corpo umano glorificato, e così il penultimo sboccia nell’ultimo. «Solo il cristianesimo ha osato situare un corpo d’uomo nella profondità di Dio» (R. GUARDINI). È interessante vedere come le varie esperienze penultime della persona umana (l’amore, la crescita, la solitudine, l’amicizia, l’alterità, il lavoro, il progresso, il male, la sofferenza, la libertà, la morte…) vengono illuminate se si aprono all’ultimo, proprio grazie all’evento Gesù Cristo.

di Domenico Paoletti
dal n. 100 di San Bonaventura informa

Photo credit: Aron Visuals su Unsplash



Domenico Paoletti Gesù Cristo San Bonaventura informa

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