La paternità per introdurre all’esperienza della vita 06 Apr 2021

Ecosistema e coraggio creativo

Ogni essere vivente ha bisogno di un ecosistema speciale: un bambino ha bisogno di un ambiente favorevole per la sua crescita, non soltanto un ambiente sano dal punto di vista ambientale (un tetto, riscaldamento, vestiti). Ha bisogno prima di ogni cosa di una madre e di un padre; poi, del resto. L’ecosistema è tutto quanto permette di crescere e di interagire con il medio ambiente, quello che consente di irrobustirsi, fiorire e fruttificare. Il padre ha il compito di garantire, coltivare e custodire un ecosistema adatto alla crescita del figlio: dal punto di vista fisico, emotivo, intellettuale, spirituale. C’è una tenerezza che si declina al maschile, che è diversa (e complementare) alla tenerezza femminile; entrambe plasmano il bimbo che cresce, avvolgendolo in modo vitale, vivificante.

Dice papa Francesco che «Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe: “Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono” (Sal 103,13)». «La storia della salvezza si compie “nella speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza. […] Se questa è la prospettiva dell’economia della salvezza, dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza. Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. […] Se la prima tappa di ogni vera guarigione interiore è accogliere la propria storia, ossia fare spazio dentro noi stessi anche a ciò che non abbiamo scelto nella nostra vita, serve però aggiungere un’altra caratteristica importante: il coraggio creativo. […] Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande».

Ci sono due modi per leggere il tempo: dal passato verso il presente, oppure dal futuro verso il presente. Il tempo vitale, vivificante, parte dal futuro. Il presente non è che una risposta agli appelli che ci vengono dal futuro, dalla promessa di Dio che sempre si compie. E il Dio-che-viene, secondo il bellissimo nome che l’Apocalisse dà al Signore (Io sono colui che era, ché è e che viene). Il Totalmente Altro che viene affinché la storia diventi totalmente altra da quello che è. Solo quando vediamo la pianta pienamente cresciuta e carica di frutti possiamo valutare la promessa contenuta nel seme.

«Tante volte, nella nostra vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni. La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie».

«Voglio immaginare che dagli atteggiamenti di Giuseppe Gesù abbia preso lo spunto per la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso (cfr Lc 15,11-32)». «Questo Bambino è Colui che dirà: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Così ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua a custodire. Ecco perché San Giuseppe è invocato come protettore dei miseri, dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi».

«Una famiglia dove mancasse il lavoro è maggiormente esposta a difficoltà, tensioni, fratture e perfino alla tentazione disperata e disperante del dissolvimento. […] La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!».

Semplice ombra
«Lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, nel suo libro L’ombra del Padre, ha narrato in forma di romanzo la vita di san Giuseppe. Con la suggestiva immagine dell’ombra definisce la figura di Giuseppe, che nei confronti di Gesù è l’ombra sulla terra del Padre Celeste: lo custodisce, lo protegge, non si stacca mai da Lui per seguire i suoi passi» [Il Papa non lo cita, ma il romanzo The Road (La Strada), di Cormac McCarthy potrebbe far intravedere altrettanto la forza sacrificale dell’amore paterno; oppure La pace come un fiume, di Leif Enger. Mors mia vita tua: consumare la propria di vita, perché il figlio viva la sua].

Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti. Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri [qui si aprirebbe un ventaglio enorme: dalla paternità spirituale dei padri del deserto (cf. gli studi di Irénée Hausherr, Gabriel Bunge, Tomas Špidlik ed Elia Citterio), alle figure paterne recentissime, come un don Oreste Benzi…].

Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita». A fondo perduto…
«Lo scopo di questa Lettera Apostolica è quello di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio». Se imiteremo lo slancio, lo si vedrà col tempo: possiamo incominciare con accogliere se non lo slancio almeno il lancio della sfida, con la fiducia certa che Giuseppe non ci lascerà soli e sbandati per strada…

Basta provarci: un modo è farlo mettendo un bigliettino con le intenzioni di preghiera per le situazioni che ci affliggono sotto la statua di san Giuseppe (come fa il Papa stesso, mettendoli sotto il suo san Giuseppe dormiente, che ha un materassino di intenzioni), come facevano del resto diversi santi. Tra questi merita di essere ricordato sant’André Bessette (+1937), cioè il santo frère André di Montréal, Canada, canonizzato da Benedetto XVI, il più sfacciato di tutti nella sua sconfinata fiducia in san Giuseppe, al quale strappava grazie, guarigioni e conversioni a non finire.

Oppure un altro modo (senz’altro, più che compatibile col primo) sarebbe usare con umile e spavalda fiducia la preghiera che papa Francesco stesso recita da più di 40 anni (riportata nella nota 10 della Lettera Apostolica), e che si conclude con notevole audacia: «Che non si dica che ti abbia invocato invano, e poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere. Amen». Provare per credere. Tocca a noi, adesso…

di Guglielmo Spirito
dal n. 97 di San Bonaventura informa



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