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mercoledì, 21 aprile 2021
La normalità come luogo teologico 26 Giu 2018

Essere come dovremmo essere

Oggi parlare di normalità può anche far sorridere. Non sembra una condizione desiderabile, eppure si avverte una diffusa nostalgia di normalità, a tutti i livelli. Dalla politica, sempre più rissosa e strillata, all’economia con i suoi allarmanti movimenti sismici; dal tempo (senza aver più tempo) agli spazi (senza mai sentirsi a casa); dalla comunicazione spettacolarizzata per “fare audience” alle relazioni fondate su emozioni tanto forti quanto instabili; dalla fede affamata di segni straordinari all’amore che sembra tale solo se è romantico. Oggi sembra che nessuno voglia essere normale. Ma cosa significa? In latino normalis deriva da norma, termine che in origine indica la squadra come strumento del costruttore: normale è dunque ciò che è dritto, ben allineato. Dall’etimologia si ricava il significato originario, intrinseco: ciò che è come deve essere. Ma chi decide “come deve essere”? L’oggetto o il soggetto; e qui si innesta l’ambiguità del termine “normale”, che per molti è semplicemente ciò che corrisponde alla media statistica, a uno standard convenzionale.

Sarebbe necessario sviluppare meglio il collegamento tra senso descrittivo e senso prescrittivo del vocabolo; meglio, il nesso fondativo che lega normalità e normatività.

Quando norma assume il significato giuridico a noi più familiare, significa che ogni norma, per essere valida, presuppone una normalità che ad essa preesiste. O meglio, ogni normatività suppone e pone, nello stesso tempo, condizioni di normalità.

In questo breve contributo consideriamo quasi esclusivamente l’aspetto della normalità come fondamento della norma, e di ogni ordinamento giuridico e di ogni comportamento esistenziale e relazionale. Questo senza rigidezze né assolutismi: perché è evidente che ci sono situazioni che si sottraggono a ogni norma riconosciuta e in cui il bene della persona, regola suprema, richiede molto di più o molto di meno.

Basti pensare che, quando andiamo a fare un esame medico dobbiamo misurarci con i parametri della normalità: una fascia delimitata da valori massimi e minimi entro i quali siamo o meno “nella norma”, ossia stiamo bene, in salute, oppure no.

Anche se possono esserci lievi oscillazioni, che peraltro si considerano “normali”, a nessuno viene in mente di cambiare i parametri della normalità: il dato oggettivo resta.

La normalità allora fondamentalmente significa essere come dovremmo essere: in questo caso, sani.

Ed è quanto trasmette papa Francesco, con il suo stile così affascinante proprio per la sua normalità. A chi si stupisce perché, dopo la sua elezione a pontefice, torna nella Domus Internationalis Paulus VI a ritirare le sue cose e a pagare il conto; o perché porta di persona la borsa con le carte e gli effetti personali quando parte per un viaggio, risponde: “è normale comportarsi così… Io sono andato sempre con la borsa quando viaggio: è normale. Dobbiamo abituarci ad essere normali”.

Anche nell’intervista rilasciata al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, papa Francesco si definisce “una persona normale”.

Non basta affermare che il Vangelo è norma di vita del cristiano e della comunità cristiana; è vera norma solo se diventa normalità nella prassi.

In questo senso è la normalità evangelica a fare di Francesco d’Assisi il cristiano che tutti vogliono incontrare. Il vero problema della riforma della Chiesa è fondamentalmente quello di passare dalla norma del Vangelo alla normalità della vita evangelica, con tutte le coerenze che ne scaturiscono.

La vera normalità è propria della persona che vive in sé unificata tanto che non ha bisogno di cercare conferme e di uniformarsi al mainstream, all’opinione della maggioranza.

La normalità è la vita cristiana secondo lo Spirito nell’ordinarietà della vita, anche se spesso si riscontra l’equazione quotidiano-normale-banale-ordinario, opposta e parallela a spirituale-sacro-eccezionale. La spiritualità “normale” del quotidiano è vita, è passione per la vita. Normalità significa vivere la vita di ogni giorno come il luogo santo in cui Dio continuamente si fa incontrare e si rivela.

La normalità per il cristiano è locus theologicus perché Dio si fa sperimentare dove siamo e attraverso le persone con cui ci troviamo. Questo è anche lo stile e la logica della Rivelazione cristiana che avviene nella storia normale degli uomini.

Mi è rimasta impressa una esclamazione ascoltata tanti anni da un frate abruzzese il quale, a chi gli chiedeva “come stai?”, rispondeva “Bene! Perché dove sto è il meglio per me, in quanto solo dove sono incontro il Dio vivo e vero”.

Ritengo che in questa convinzione si trovi tutta una teologia e una corrispondente vita teologale della e nella normalità.

Parliamo spesso di “formazione permanente” come unica vera priorità della fede cristiana. Ma dove avviene il cammino formativo durevole?

Non avviene forse nel luogo normale in cui si vive la vita normale, senza lo snobismo inquieto che spinge a cercare sempre posti speciali, persone speciali, discorsi speciali?

La qualità dell’amore coniugale si riconosce soprattutto nella vita normale, e non nella continua ricerca dei più svariati, rutilanti ed effimeri effetti speciali.

È normale il dovere di amare “veramente”, cioè con dedizione, di custodire l’amore anche quando emozione e gratificazione possono venire a mancare.

Normalità è vivere come dovremmo vivere, da persone normali; da persona secondo la verità della parola (per-sona da per-sonare, nel senso che ognuno diventa persona normale per l’altro nella misura in cui l’attraversa e gli risuona dentro, così come l’altro risuona in lui attraversandolo a sua volta).

Si ha la vera normalità quando l’attraversamento è reciproco nella scioltezza dell’incontro, dell’ascolto, del dialogo, della pazienza, del cammino ... della normalità della vita.

La normalità si nutre di ascolto e di stupore per il reale, nel cogliere lo straordinario nell’ordinario.

E papa Francesco ce lo ricorda nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate: tutti sono chiamati alla santità, verità-bellezza-bontà della vita, perché è vivere la vita “quale dovrebbe essere”, vivere nella normalità.

Perciò normalità è anche saper accogliere la paradossalità della vita, della storia, della fede, come “normale”, ossia connaturale all’humanum: che è paradossale per natura in quanto vive nel tempo ed è oltre il tempo. È la natura della teologia che è paradossale, come hanno ben tematizzato De Lubac, Balthasar e altri. Il paradosso è la verità che va oltre (e anche contro) la doxa, l’opinione comune.

di Domenico Paoletti OFMConv, docente di Teologia fondamentale e vicario della Custodia del Sacro Convento di Assisi
per “San Bonaventura informa“ (Maggio 2018)



Domenico Paoletti Etica SBi Teologia

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