Impariamo come amare e prendersi cura 17 Dic 2021

Gli occhi di Giuseppe

Papa Francesco lo scorso 8 dicembre 2020, solennità della Immacolata Concezione della B.V. Maria, ha inviato al mondo cattolico la Lettera Apostolica Patris corde in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di san Giuseppe quale Patrono della Chiesa universale. Da questa notizia prende spunto ed avvio il presente scritto che vuole essere anche riflessione sulla figura di san Giuseppe nella storia, nella Chiesa, nella devozione del popolo cristiano. I Vangeli parlano di san Giuseppe come sposo della Vergine Maria e padre putativo di Gesù (questo è il termine comunemente usato nella Chiesa quando si parla di lui). I riferimenti che riguardano Giuseppe nei Vangeli sono pochi, ma precisi e ben distinti dalle notizie che a noi provengono dagli scritti apocrifi. Gli scritti apocrifi, cioè quegli scritti ed episodi riportati al di fuori dei testi evangelici, più o meno, risalgono a tempi non lontani da quelli di composizione dei testi che abbiamo nelle scritture del Nuovo Testamento.

Giuseppe nei Vangeli
Per quanto riguarda i Vangeli, troviamo riferimento a san Giuseppe in Matteo (capp. 1-2; 13,55) e in Luca (capp.1-2; 4,22). Nel Vangelo di Marco, invece, non si parla espressamente di Giuseppe, tuttavia si afferma che Gesù è figlio di Maria e che di mestiere fa il carpentiere. Matteo (13,55) afferma che Gesù è figlio del carpentiere: «...non è Egli forse il figlio del carpentiere?». Il termine carpentiere intende un artigiano lavoratore del legno, o anche della pietra. Una connotazione interessante per il nostro studio, la troviamo nell’Antico Testamento a proposito del nome “Giuseppe”. In Genesi 49, il patriarca Giacobbe morente attribuisce una caratteristica personale a ciascuno dei figli (dal primogenito Ruben fino all’ultimo nato Beniamino). Giunto a Giuseppe riconosce in lui colui attraverso il quale la benedizione di Dio raggiunge tutti i fratelli: «... per il Dio di tuo padre — egli ti aiuti! — e per il Dio onnipotente — egli ti benedica! Con benedizioni del cielo dall’alto, benedizioni dell’abisso nel profondo, benedizione delle mammelle e del grembo. Le benedizioni di tuo padre sono superiori alle benedizioni dei monti antichi, alle attrattive dei colli eterni. Vengano sul capo di Giuseppe e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!»: parole che possono essere bene appropriate a Giuseppe, padre putativo di Gesù.  

Ed ora facciamoci una qualche domanda: può san Giuseppe essere punto di riferimento per i tanti problemi che preoccupano la nostra società ed in particolare la nostra società cristiana? Ed ancora: può la sua figura dire qualcosa al mondo oppure ci troviamo di fronte ad un semplice parlare consolatorio per cui si invoca un Santo quasi a scaramanzia? È importante darci una risposta se desideriamo veramente una protezione dall’alto che, invocata, diventi realtà che ci aiuti nel cammino quotidiano. E la risposta la individuiamo guardandoci intorno, magari seguendo le indicazioni del Papa. Nel nostro mondo ci sono problemi della convivenza uomo-donna; c’è l’attenzione che si deve o si dovrebbe dare alla cura di una nuova vita che nasce; c’è il problema della convivenza nella società, il problema della vita insieme nelle famiglie; del pane quotidiano, dell’alloggio, dei senza tetto che dormono lungo i viali... Chiamare san Giuseppe a Patrono di tutti è fare un esame di coscienza illuminante nel nostro cammino cristiano ed anche occasione di scoprire una sapienza per la vita delle nazioni.

Amore e verginità
Dai Vangeli di Matteo e Luca, come abbiamo già costatato, in modo semplice si apre lo scenario della futura nascita di Gesù, il Messia. L’evangelista Luca ci parla dell’incontro della giovane Maria, la vergine Maria, con la chiamata di Dio ad essere Madre del Salvatore: «... l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea ad una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe...». Nel quadro presentato a noi dall’evangelista Luca abbiamo «una vergine promessa sposa ... a Giuseppe». Un quadro di grande naturalezza. Una ragazza ebrea che attende il giorno delle nozze. Una ragazza ebrea che però di fronte alla maternità obietta la propria volontà e realtà di «non aver conosciuto uomo e di non aver intenzione di conoscere uomo». Un uomo che aveva nome Giuseppe e che, certamente, condivideva l’idea del matrimonio come espressa da Maria all’angelo. Ed ora passiamo alla presentazione dello sposo Giuseppe. Leggendo le varie interpretazioni della situazione, abitualmente troviamo, nei commentatori del testo biblico, il concetto condiviso tra Giuseppe e Maria di un matrimonio con un voto di verginità tra i due coniugi. Tuttavia non possiamo dimenticare che nel mondo ebraico dell’epoca si aveva un concetto piuttosto negativo della verginità, in quanto la preminenza dell’interesse era data alla fertilità dell’amore più che al concetto dell’amare. l molti figli erano potenza «alla porta contro i propri nemici». Un concetto naturalmente di tutto rispetto. E forse non era facile intravvedere l’amore in un altro contesto.

Nell’Antico Testamento troviamo la figura della figlia di Jefte che ci fa comprendere meglio l’argomento della verginità intesa come assenza di possibilità ad avere figliolanza e forse anche a generare il possibile Messia: «Poi disse al padre: mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne» (Giudici, 11,37). Il tema della castità e della verginità è un valore che ha preso vita nell’ambito del cristianesimo. Una visione dovuta a un approfondimento del concetto di amore che solo la esemplarità di Cristo, della vergine Maria e di san Giuseppe ha reso attuale e possibile. Sarebbe bello approfondire iI concetto di amore, di agape rapportato alla creazione della umanità fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Solo chi non ha vissuto un innamoramento a tappe (chiedo scusa del paragone forse inadeguato) può capire lo stare insieme come innamorati della persona senza riferimento alla sessualità. Uno stare insieme come sogno di vita, perché ti piace ascoltare la voce, specchiarti negli occhi della persona amata, sorridere al sorriso, vedere il profilo. Una società tutta sesso non può capire di queste cose. Eppure la storia ci parla di santi sposati col voto di castità, e ciò anche nel mondo occidentale durante l’evo medio e nel nostro mondo occidentale di oggi, anche se non sembra. Chi pensa al matrimonio di Maria e Giuseppe dovrebbe approfondire le ragioni e la bellezza di questo amore che prende l’avvio dall’amore che è Dio. L’amore umano, come quello di Maria e Giuseppe, sulla scia dell’amore che è Dio. L’amore, di cui potremmo dire “questo sconosciuto”.

Padre premuroso
Ci racconta l’evangelista Matteo (Mt 1,18-22): «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di ripudiarla in segreto». Ma un intervento dall’alto gli fa comprendere quale sia la sua missione: missione di sposo di Maria e padre di un Figlio (Gesù) a lui solamente affidato. Quello che conosciamo della infanzia di Gesù ci parla di Giuseppe come padre premuroso ed affezionato. E qui entra un concetto bellissimo che caratterizza l’opera di Giuseppe come padre. Un padre che veglia; un padre che è “tutto occhi” perché nulla manchi al figlio e nulla alla vita di famiglia. L’apocrifo pseudo-Giacomo ci presenta “gli occhi di Giuseppe”: un testo che è tutto occhi perché nulla di affetto e di cose manchi a Maria ed al Figlio per cui Giuseppe “acquisisce” la bellezza della paternità quando, in attesa del parto a Betlemme, si preoccupa di tutte quelle tenerezze che un bravo marito e futuro padre compie nella circostanza. Certamente il brano che sto per presentare non è storico, nella realtà del giorno dopo giorno; ma è come un sogno, che potrebbe essere o diventare realtà. Usiamo pure forse una piccola esagerazione: è poesia. Ma una poesia che legge la possibile realtà: «Giunti a metà percorso, Maria gli disse: “Fammi scendere dall’asina perché ciò che è in me mi preme per venire alla luce”. L’aiutò a scendere dall’asina e le disse: “Dove posso condurti per mettere al riparo il tuo pudore? Il luogo è deserto”. Trovò là una spelonca e la condusse dentro [...] e, uscito, cercava una levatrice ebrea nel territorio di Betlem».

Gli occhi di Giuseppe
Il testo dello pseudo-Giacomo di cui stiamo parlando, a questo punto, ci offre Giuseppe che parla e racconta, potremmo dire, cosa videro gli occhi di Giuseppe: «Ora io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai l’acre e lo vidi colpito da stupore. Guardai la volta del cielo e lo vidi e la vidi immobile; gli uccelli del cielo, fermi. Abbassai lo sguardo al suolo e scorsi per terra un vaso: operai sedevano dintorno con le mani nel vaso. Chi masticava non masticava più; chi prendeva su qualcosa non sollevava più; chi portava alla bocca non portava più: i volti di tutti guardavano in alto. Ed ecco pecore spinte avanti; non andavano innanzi, ma stavan ferme. Il pastore sollevò la mano per percuoterle con il bastone; la mano restò in alto. Guardai giù alla corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poste sopra, ma non bevevano. Quindi, tutto in un istante, riprendeva il suo corso. Ed ecco una donna scendere dalla regione montuosa. Mi disse: “Uomo, dove vai?”. Le risposi: “cerco una levatrice ebrea”. Quella mi chiese: “Sei israelita?”. Le risposi “Sì”. Quella continuò: “E chi è colei che dà alla luce nella spelonca?” Le risposi: “La mia fidanzata”. E quella a me: “Non è tua moglie?” Le risposi: “Ella è Maria, colei che crebbe nel tempio del Signore ed io l’ebbi in sorte come sposa: ella non è però(ancora) mia sposa, ma ha concepito da Spirito Santo”. La levatrice disse: “E’ vero questo?” Giuseppe le rispose: “Vieni e vedi”. La levatrice si mise in cammino con lui» (cfr. XVIII-XX).

Tutto quanto abbiamo riportato sopra è un invito a vedere. Certamente il brano non è Sacra Scrittura e per questo non va valutato neppure da un punto di vista storico. Tuttavia nel brano riportato c’è fantasia e poesia e ci sono gli occhi di uno che in qualche modo ha guardato l’opera di Dio. Stiamo parlando di san Giuseppe e non credo sia male soffermarci su qualcosa che non è storia (è vero), ma è discorso di popolo, come quando anche noi, in questo tempo di Natale ci fermiamo di fronte ad una culla con il Bambino di cera o di legno e in quella cera e in quel legno con “gli occhi della fede” vediamo il Figlio di Dio, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria davanti agli occhi di san Giuseppe alla cui protezione il Papa ancora una volta ha affidato il popolo cristiano.

In PATRIS CORDE, a cura di Gianmaria Polidoro
dal n. 1/2021 della Rivista Porziuncola



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