DOMENICA III DI PASQUA (bianco)
domenica, 18 aprile 2021
Un essere che cerca e interroga 08 Apr 2021

Homo viator

Il nostro “pensare sul confine” non è altro che vivere la consapevolezza del limite da cui siamo segnati, e della nostra illimitatezza che sola ci permette di esserne consapevoli. Porsi le domande sul senso significa porre in relazione realtà penultime con realtà ultime, in una dialettica tensionale del cammino umano tra finito e infinito, tra “già” e “non ancora”, tra creazione, redenzione ed escatologia, tra singolarità e universalità. Per cogliere la verità di questo nesso che ci pone sul penultimo e ci espone verso l’ultimo, basta considerare alcune dinamiche del nostro essere sempre in cammino per la trascendenza. La tensione del cammino dell’uomo tra il penultimo e l’ultimo, a nostro avviso, è l’attuale luogo teologico critico dove si gioca la fede cristiana dell’homo viator, essenzialmente un essere che cerca e che interroga. L’interrogare è illimitato, e prima o poi approda alle questioni ultime che non sono un privilegio dei pensatori di professione, ma una caratteristica dell’uomo in quanto tale.

Ribadiamo che il nostro presupposto è quello dell’homo capax Dei: ossia della capacità di conoscere il vero e del desiderio connaturale all’humanum di cogliere il senso ultimo e definitivo dell’esistenza (cf Fides et ratio n.102). Nella prospettiva dell’aspirazione e destinazione dell’essere umano alla visione-partecipazione alla stessa vita di Dio, tentiamo di sviluppare le nostre riflessioni partendo dal fatto che l’uomo è l’essere che si interroga, e non può non interrogarsi: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché esiste il male? Cosa ci sarà dopo questa vita? Sono domande che disorientano, e per questo, di solito, vengono rimosse. Ma sono queste domande “serie”, in realtà, a rendere l’uomo veramente uomo, in quanto «è stato posto nel mondo alla ricerca di se stesso e del suo avvenire» (J. Alfaro), in obbedienza alla sua radicale apertura all’orizzonte infinito, a Dio, grazie alla potentia oboedientialis (cf K. Rahner) di cui è dotato. La questione del senso, vero “luogo della fede”, può essere rimossa, quando la cultura è incurvata sull’immanenza; ma non può essere elusa. Lungo la storia cambiano le modalità con cui la questione viene espressa e si presenta: ricerca del fondamento metafisico della realtà nella filosofia antica e medievale, questione antropologica nell’epoca moderna e problema della storia e del futuro nell’epoca contemporanea.

È il “conosci te stesso” (γνῶθι σαυτόν), che campeggiava sul frontone del tempio di Delfi, a dirci questa apertura dell’humanum al trascendente, a consentirci di parlare dell’uomo come l’essere della (auto) trascendenza. La persona umana si autorealizza non restando attaccata a se stessa, alla realtà penultima, ma autotrascendendosi verso la realtà ultima. Per autotrascendenza intendiamo l’andare oltre, al di là del sé; autotrascendenza come dinamica dell’homo viator, del cammino tra penultimo ed ultimo, che si attua paradigmaticamente nell’esperienza universale dell’innamoramento e dell’amare. La vita umana è un continuo, e spesso faticoso, imparare nell’amore questo movimento di libertà che si autotrascende. L’autotrascendenza è quindi tensione esistenziale tra il sé trascendente e il sé trasceso, tra l’io che vive nel penultimo e l’io che cammina verso l’ultimo, tra l’io attuale e l’io ideale. La stessa autotrascendenza va affrontata criticamente, perché non sia egocentricamente alla ricerca dell’autorealizzazione come bisogno dell’io, ma sia realizzazione dell’amore teocentrico come desiderio dell’infinito. Non l’ultimo-Dio in funzione dell’io che così resta nel penultimo - un Dio funzionalizzato, ridotto a strumento di autorealizzazione - ma l’io che si “trasumana” nell’ultimo, in Dio si trasfigura e si divinizza secondo la sua intima e alta vocazione.

Consideriamo per esempio il processo del conoscere. Quando è stata conosciuta, una cosa “finita” non ferma su se stessa lo sguardo dell’interlocutore, ma rimanda oltre, ad altre cose. Possiamo dire di conoscere le realtà categoriali (penultime), di cui facciamo esperienza grazie alla percezione dei sensi, nell’orizzonte infinito (ultimo) dell’insieme degli enti. In questo modo sperimentiamo l’essere in generale, l’Infinito nelle cose finite. Nella conoscenza l’orizzonte infinito-ultimo non è il frutto teorico e finale di un qualche ragionamento, ma viene percepito come condizione della possibilità di qualsiasi ragionamento e conoscenza. Questa dinamica tra ultimo “a priori atematico” e penultimo “a posteriore categoriale” (K. Rahner) ci conduce a riconoscere che l’orizzonte infinito è alla base del conoscere e ne accompagna il processo, anche se il soggetto non ne è consapevole.

Questo approccio inoltre ci conduce ad affermare che l’esistenza di Dio - in quanto Essere assoluto ed ultimo - non è, in fondo, una conclusione di qualche riflessione fatta a partire dalle cose del mondo, ma – al contrario – è l’esistenza dell’Essere assoluto, chiamato Dio, in cui ogni riflessione diviene possibile. Tale approccio è messo in opera dal metodo trascendentale (universale e necessario), per il quale non è l’esperienza del finito che ci porta al concetto dell’Infinito, ma è l’esperienza primordiale “a priori” dell’Infinito che ci permette di avere il concetto del finito. In questo senso l’ultimo (l’Essere infinito-Dio) è la realtà più evidente in cui si svolge il penultimo. Il nucleo del metodo trascendentale della conoscenza consiste nella domanda: quali sono le condizioni trascendentali presenti nel soggetto che gli permettono di conoscere i diversi aspetti della realtà penultima?

E a livello teologico, è vero che non si può prescindere dalla Rivelazione, ma resta la domanda sulle condizioni di possibilità del riconoscere il Dio che si auto-manifesta nella storia in Gesù di Nazareth. Se dall’approccio trascendentale si passa all’approccio fenomenologico, ci si trova in una diversa tensione ultimo-penultimo (termini che non possono definirsi se non reciprocamente). Partiamo dalla realtà fenomenica, penultima, per riconoscervi quella ultima e aprirci ad essa. È profondamente vero il paradosso apparente secondo cui solo chi ama la vita e la terra - ama tanto che con la fine di esse tutto sembra finito - può credere alla risurrezione dei morti: «… Non si può e non si deve dire l’ultima parola prima della penultima. Noi viviamo nel penultimo e crediamo nell’ultimo» (D. Bonhoeffer - nella foto -, lettera all’amico teologo Eberhard Bethge, 3.12.1943).

Le riflessioni che continueremo a svolgere tenteranno di cogliere il nesso di continuità e discontinuità tra penultimo e ultimo, considerandoli non tanto e non solo come momenti di una successione cronologica, ma con l’attenzione «sul senso che la successione riveste quando il tempo viene investito di un disegno, di un’intenzionalità operativa; quando il tempo […] diventa tempo pieno. Allora la fine è il fine, il punto che si raggiunge per ultimo perché è stato voluto per primo: il primo in intentione è l’ultimo in executione» (A.Rizzi). Il nesso intrinseco tra penultimo e ultimo è ben espresso dal Bonhoeffer in un’altra lettera scritta dal carcere: «Credo che dobbiamo amare Dio e avere fiducia in lui nella nostra vita e nel bene che ci dà, in una maniera tale che quando arriva il momento - ma veramente solo allora - andiamo a lui ugualmente con amore, fiducia e gioia. Ma - per dirla chiaramente - che un uomo nelle braccia di sua moglie debba avere la nostalgia dell’aldilà, è a dir poco una mancanza di gusto e comunque non la volontà di Dio. Dobbiamo amare e trovare Dio precisamente in ciò che egli ci dà; se a Dio piace di farci trovare una travolgente felicità terrena non bisogna essere più pii di lui e guastare questa felicità con idee tracotanti […] Ciò che conta è tenere il passo di Dio, e non volerlo sempre precedere né d’altra parte stare indietro di qualche passo» (a E. Bethge, 18.12.1943).

La teologia del penultimo di Bonhoeffer è tutta da riscoprire, valorizzare, approfondire e promuovere: all’interno della teologia della creazione come luogo ospitale di incontro con l’altro/ Altro e come premessa e promessa di un compimento, sempre attenti a rifiutare ogni concezione gnostica di fuga mundi, il che significa superare ogni tipo di opposizione tra penultimo e ultimo, tra terra e cielo, tra tempo ed eternità, tra limite e assenza di limite. Occorre anche tener presente che oggi all’eresia gnostica si affianca e quella scientista e tende a prevalere. Difatti nel nostro contesto culturale il posto della riflessione teologica è sempre più occupato dalle scienze sperimentali, proposte come orizzonte ermeneutico di tutta la realtà. Quindi il penultimo si pone anche come ultimo, senza quel rimando che la vita e le scienze umanistiche, speculative e sapienziali intravedono e cercano di tematizzare. Nelle nostre riflessioni terremo presente un approccio inter/transdisciplinare per un uno sguardo sapienziale.

di Domenico Paoletti
dal n. 98 di San Bonaventura informa

Photo credit: Tegan Mierle on Unsplash



12 marzo 1982 Domenico Paoletti San Bonaventura informa

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