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In cammino verso l'interiorità 19 Gen 2023

Il valore del perché

C’è un momento negli anni dello sviluppo che è chiamato l’età del perché. È significativo che al destarsi della ragione il bambino intuisca che tutto deve avere un motivo, una finalità, per tutto ci deve essere un perché e quindi non si stanca di ripetere l’insaziabile domanda. Il significato della congiunzione perché è causale e finale, sta a indicare una causa, un motivo per cui si fa o succede qualcosa o per quale fine si agisce. Per la vita cristiana è soprattutto il fine ad avere un peso rilevante, in quanto il valore morale e spirituale di un’azione è dato sì dalla sua bontà intrinseca, ma anche dal fine che ci si propone. Un fine buono non può rendere lecita un’azione cattiva (non si può commettere un furto per fare l’elemosina), ma un fine cattivo può rendere perversa un’azione buona, come fare un bel regalo per sedurre una persona. Se consideriamo attentamente le nostre scelte, ci accorgiamo che non sempre sono dettate da motivazioni o finalità genuine. Vanno considerate attentamente, perché i motivi veri sfuggono a uno sguardo superficiale. Anzi, a volte le motivazioni reali si nascondono così bene che una coscienza immatura, razionalizzandole, non riesce a scoprirle neppure con un esame attento. Supponiamo comunque di avere una normale capacità di giudizio, dal punto di vista cristiano, sulle nostre intenzioni e il desiderio di rettificarle, se è necessario. Domandiamoci allora perché facciamo ciò che facciamo, qual è il nostro scopo reale.  

Io o Dio?  
La risposta va ricondotta sempre all’alternativa tra il cercare di vivere per gli altri o vivere per se stessi, tra la carità che «non cerca il proprio interesse» (1Cor 13, 5) o il ripiegamento sul proprio piacere, guadagno, prestigio, potere, sull’affermazione di sé. Se guardiamo dentro di noi o ci permettiamo di guardare intorno a noi, ci accorgiamo che non sempre è la carità, cioè l’amore di Dio e del prossimo, a ispirarci. Vi si trovano, mescolate o allo stato puro, motivazioni diverse, più o meno coscienti, che rendono l’agire opaco e ne manifestano le carenze e le ambiguità attraverso gli effetti che producono: gelosie, invidie, insofferenze, simpatie, antipatie, esclusioni, pretese, imposizioni e cose del genere. Un’anima sincera, quando ne prende coscienza, cercherà di liberarsi da tutte le motivazioni spurie e s’ impegnerà a maturare intenzioni pure, ispirate da un amore disinteressato. Al primo posto, naturalmente, l’intenzione di vivere per colui che ci ha amato per primo e ci dato tutto, di diventare «sacrificio vivente santo e gradito a Dio» (Rm 12,1), così da poter dire con Gesù: «Faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8, 29). Poi vivere per coloro che Dio ama, per il prossimo. San Paolo raccomanda: «Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri» (Fil 2, 3-4). Concretamente ci si chiede di cercare sempre il bene degli altri, con generosità, con purezza di cuore, senza attendere nulla per se stessi, con una carità che «non sia ipocrita» (Rm 12, 9). Un simile disinteresse non si trova a buon mercato: è frutto di un amore limpido, integro, coltivato con magnanimità, con spirito di sacrificio, con benevolenza attenta e delicata. Anche a questo riguardo è il momento della prova che ci permette di verificare la purezza delle intenzioni. Si tratta di vedere, in pratica, se siamo capaci di continuare ad amare anche quando il nostro bene non viene riconosciuto, approvato, ricambiato. Il discorso sulla rettitudine della finalità potrebbe finire qui senza scendere a un esame dettagliato delle vare intenzioni inquinate. Ma facciamo un’eccezione per la vanagloria, per il desiderio di apparire, di essere stimati, lodati, esaltati. E lo facciamo per tre motivi. 

Come le formiche nell’aia...
Il primo è perché tale desiderio è come un cardo che punge da tutte le parti: si dice che la vanagloria muoia tre giorni dopo di noi, perché pensa anche ai funerali, a ciò che dirà la gente. Il secondo perché la ricerca sfrenata della superiorità è causa di molti mali, a volte anche gravi: gelosie, invidie, maldicenze, odio, o addirittura, specialmente nel passato, delitti. Il terzo motivo, sul quale ci soffermiamo, è il fatto che Gesù riprova, anche pesantemente, gli scribi e i farisei, perché «tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente» (Mt 23, 5). E nel Discorso della montagna porta tre esempi presi dalle buone pratiche dei giudei molto stimate: elemosina, preghiera e digiuno che i farisei fanno «per essere ammirati» (Mt 6, 1). Se questo è il loro fine, che lo ottengano o no, «hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt, 6, 2), la loro buona opera è stata totalmente vanificata, non hanno più nulla da esigere. Per questo san Giovanni Climaco dice che la vanagloria è come le formiche nell’aia: portano via il raccolto accumulato dalle fatiche del contadino. Comprendiamo tutto il peso di questo perché riferito al fine delle nostre azioni. Ma ha la sua importanza anche il perché di causa, di origine, il chiedersi cioè perché avvengono in noi fatti negativi, perché viviamo certi stati d’animo.  

Non sia turbato il vostro cuore...
Potrebbe accadere, per esempio, che non riusciamo a superare certe tentazioni, a liberarci da certe abitudini. Perché? C’è in noi una vera volontà di distaccarci dal peccato? Osserviamo le condizioni necessarie per condurre un’efficace e vigorosa lotta spirituale: la fiducia nella potenza della grazia di Cristo, la preghiera assidua, la mortificazione? Pensiamo pure al caso tutt’altro che raro, almeno finché non si sia raggiunto un buon livello di vita interiore, in cui ci si trovi con l’animo agitato dal turbamento, oppresso dalla tristezza, scoraggiato, avvilito. Sono stati d’animo negativi, non sempre sufficientemente considerati come grave ostacolo del cammino spirituale. Cosa fare? Prima di tutto è necessario ricercare le cause che li hanno provocati. Ci si rende conto allora che tali sentimenti non vengono mai da Dio, derivano anzi da una mancanza di fede, di fiducia, di abbandono in lui, oppure dal ripiegamento su se stessi, sulle proprie esigenze frustrate, sulla pretesa di contare troppo sulle proprie forze e sicurezze. E se si vuole tornare con l’animo sereno e fiducioso, non c’è che da ravvivare la fede. Come dice Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14, 1). Di fatto la fede non manca mai di proporci la soluzione adeguata. Non ricercare i perché che abbiamo evidenziato e non cercare di risolverli significa rimanere vittime delle forze oscure che si agitano in noi. Mentre invece la ricerca del perché, sia finale che causale, è un atto di sincerità e di maturità, una premessa insostituibile per creare chiarezza sulle nostre intenzioni, sui motivi reali che determinano le nostre azioni.  L’impegno va portato avanti senza ansietà e senza la pretesa di saper individuare sempre e con precisione ciò che è passato o passa nel nostro cuore. Sicuri che lo Spirito Santo, se lo invochiamo, non mancherà di darci la luce per rispondere a domande così determinanti per il cammino del cristiano.

 

In Guidati dallo Spirito, di Umberto Occhialini
dal n. 1/2022 della Rivista Porziuncola 



Rivista Porziuncola Umberto Occhialini

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