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Omelia di S.B. Mons. Pierbattista Pizzaballa nella Solennità del Perdono 2023 02 Ago 2023

L’amore che salva

Riportiamo in seguito l'omelia di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, nella Solenne Celebrazione Eucaristica del Perdono di Assisi:

Fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace! Siamo qui riunti nel giorno della Dedicazione della Porziuncola, per celebrare insieme la solennità del Perdono di Assisi.
Un momento centrale dell’esperienza spirituale di San Francesco, momento in cui ha voluto che tutti potessero “andare in Paradiso”, fare cioè l’esperienza della salvezza, del perdono, dell’incontro pacificante con il Risorto.
E ha voluto legare questo momento così particolare, alla memoria della Beata Vergine, alla quale questa cappella è dedicata, e alla sua intercessione. Abbiamo ascoltato un brano tratto dal Vangelo dell’annunciazione, nel quale l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria una grande speranza: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande … e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,31–33).
“Lo chiamerai Gesù”, che significa “Dio salva”. Secondo l’angelo Gabriele, Gesù sarà un Salvatore, sarà grande e il Suo Regno sul mondo non avrà fine. È un’affermazione importante, carica di speranza, eppure sembra così lontana dalla nostra esperienza.
Non ci sembra, cioè, guardando a quanto sta accadendo attorno a noi, che quel Gesù regni su questo nostro mondo, che il mondo sia stato salvato. Se guardo alla realtà dalla quale provengo, la Terra Santa, sembrerebbe proprio che Cristo non solo non regni, ma che sia anzi oggetto di scherno e di rifiuto. Abbiamo la stessa impressione se guardiamo a quanto accade nel cuore dell’Europa cristiana, con le guerre in corso.
Più in generale, se alziamo lo sguardo su quanto accade nel mondo, davvero non si ha l’impressione che Cristo regni sul mondo: le guerre e le divisioni in corso sono tantissime, non solo in Terra Santa, non solo in Ucraina, e sono in continuo aumento. Ma non troviamo le divisioni solo nella politica.
Nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità le contrapposizioni e le divisioni sembrano essere sempre più frequenti e diffuse. La lista dei conflitti e delle divisioni nei diversi ambiti della vita, insomma, è lunga. Voglio semplicemente dire che da un lato, l’angelo Gabriele annuncia l’inizio di un nuovo Regno di salvati, dall’altro però vediamo intorno a noi tanta desolazione, da indurci a pensare che, in fondo, il mondo non sia davvero salvato, che il Regno di Cristo non abbia davvero fatto breccia nella vita degli uomini.
Dov’è allora il Regno? Come credere alle parole dell’angelo: “e il suo regno non avrà fine”? Dov’è l’intervento di Dio, dove vediamo la Sua azione nel mondo? Diciamoci la verità: noi non crediamo più, o non crediamo abbastanza all’azione di Dio nella storia, nella nostra vita. Le vicende che abbiamo vissuto e che viviamo in questi anni, personali e sociali e, forse, anche un certo pensiero teologico, ci parlano di un Dio che rispetta la libertà, che si “contrae” per fare spazio all’uomo, che soffre con la sua creatura, che condivide il dolore, che cammina per le vie dell’amore piuttosto che della potenza.
Sono tutte cose vere, anzi, verissime. Eppure, rischiano di fermarsi a un aspetto e di esaurire il Suo amore in un sentimento di vicinanza, che tutto condivide, ma nulla salva. Oggi qui a ad Assisi, nella cappellina di S. Maria degli Angeli, invece, ci viene rivelato che, in Gesù, “Dio salva”! Il suo amore, la sua compassione, la sua misericordia sono attive, vere, forti. Oggi ci viene detto che il suo amore non è un sentimento, ma una decisione.
E il suo amore apre nuove vie, interviene, chiede, propone, si fa strada. Il brano del Vangelo proclamato ci fa contemplare l’attività creatrice e redentrice di Dio. L’arcangelo Gabriele non racconta a Maria una chimera, quanto gli comunica non è un inganno, ma l’annuncio di vita vera, di una realtà che possiamo ancora oggi sperimentare: è l’annuncio dell’amore di Dio che si fa Carne e che possiamo toccare, che ci raggiunge fino negli abissi più profondi delle nostre solitudini, che solo attende la nostra risposta, libera e attiva. 
Era questo, in fondo, il desiderio di Francesco con la richiesta dell’indulgenza plenaria per questo luogo e in questo giorno: che quell’Amore che si è fatto carne potesse arrivare a tutti, che tutti ne facessero esperienza, che tutti potessero incontrare il Risorto e fare esperienza di salvezza. A Dio che vuole salvare, corrisponde Maria che vuole diventare madre. Forse dimentichiamo anche questo.
L’obbedienza di Maria non è passività. Siamo così abituati a parlare e contemplare il “sì” della Vergine, da pensare, a volte, che Ella si sia limitata ad accogliere la volontà di Dio, a diventarne una sorta di mera esecutrice. Maria, invece, entra nel disegno di Dio e lo fa proprio, lo condivide, lo “sposa”, come dimostra la visita a Elisabetta. Dopo l’annuncio dell’angelo, Ella si mette subito in viaggio, per rendersi conto di quanto l’angelo le ha annunciato, per prendere parte a quel disegno di salvezza, che è ora diventato anche suo, e al quale Ella parteciperà, nel modo che le è proprio e con i suoi tempi. Il “sì” di Maria, dunque, non va letto solo come l’accoglienza del disegno di Dio, ma come una positiva volontà, come una decisione di partecipare alla salvezza del mondo.


Dietro il “si” di Maria poi, abbiamo i “si” di tanti uomini e donne che hanno contribuito alla costruzione del Regno di Dio nel mondo, che sono diventati parte integrante della storia della salvezza, che non è finita ma continua ancora oggi, che attende ancora oggi il nostro “si”, la nostra partecipazione attiva, la nostra decisione. E qui ora tocca a tutti noi chiederci: quanto è attiva la nostra fede? Abbiamo forse lasciato ad altri il desiderio e l’impegno di cambiare e salvare il mondo? Non corriamo forse il rischio, talvolta, di fare della fede una compagnia sentimentale o, nel migliore dei casi, solo una interpretazione del reale? 
La fede, invece, è forza di cambiamento. Come Francesco d’Assisi, questo mondo noi non vogliamo solo amarlo, noi vogliamo salvarlo. Per il Cristiano, amare vuol dire salvare, anche a costo della vita. Il cristiano non si rinchiude in una sorta di devozionismo sofisticato, non si spaventa delle divisioni, dei rifiuti, delle persecuzioni. La sua fede non viene meno a causa della presenza del male nel mondo. Al contrario, egli è costitutivamente aperto alla vita del mondo, vuole trasformarlo, e diventare costruttore attivo del Regno. 
È questo, come dicevo, il modo in cui Cristo regna nel mondo, secondo le parole dell’angelo: attraverso la passione e l’amore dei credenti, attraverso la Chiesa che, nonostante tutto, è fino ad oggi Colei che continua ad annunciare e a proporre la salvezza per gli uomini. Non a caso San Francesco ha voluto ottenere il consenso della Chiesa per questa solennità del perdono. Aveva coscienza che era attraverso quella Chiesa, con tutti i suoi problemi e le sue infedeltà, che comunque passava la grazia del perdono. Questa missione di allora è ancora la nostra, della Chiesa di oggi. Non perdiamoci troppo in analisi della drammatica situazione che stiamo vivendo. Sappiamo che ci attendono tempi difficili, ma non ci spaventiamo.
Nessuno ci può separare dall’amore di Cristo (cf. Rm 8,35), nessuno può spegnere il nostro desiderio di cambiare e salvare il mondo, nessuno può rubarci il sogno di un modo diverso di vivere, nessuno può spegnere in noi la certezza della salvezza che ci ha raggiunto e che è più forte di ogni altra realtà contraria.
San Francesco ci insegna che è possibile. Provenendo dalle diverse parti del mondo, siamo venuti qui ad Assisi, alla Porziuncola, per ribadire il nostro “sì” al disegno di salvezza che Dio ha per noi e per le nostre rispettive comunità, e riconfermare il nostro impegno per questo cambiamento e questa salvezza, sapendo che, come l’angelo Gabriele ha detto a Maria: “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). 



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