DOMENICA III DI PASQUA (bianco)
domenica, 18 aprile 2021
La Statio Orbis di Papa Francesco in piazza San Pietro venerdì 27 marzo 2020 29 Mar 2021

L’audacia della vulnerabilità, la profezia di una visione

È risaputo che viviamo nell’era della massificazione delle immagini. In nessuna epoca precedente della storia sono state prodotte così tante immagini, e inoltre nessun’altra, come la nostra, ha assistito alla loro radicale banalizzazione. Invece d’immagini uniche e autentiche, abbiamo prodotti realizzati in serie, selfie fabbricati in un istante e in un istante pronte a essere divorati dall’oblio. Il filosofo Walter Benjamin ha parlato giustamente di “perdita dell’aura”, cioè l’immagine smette di costituire “l’apparizione unica di una cosa distante” e si fissa sulla sonnambula ripetizione di un déjà vu. Per questo il commosso consenso attorno all’immagine di Papa Francesco in una Piazza san Pietro vuota è qualcosa che fa pensare, fuori e dentro lo spazio ecclesiastico.

 A un anno di distanza, vale la pena rivisitare quell’immagine, che in realtà non ha mai smesso di essere presente, e domandarsi da dove proviene il suo eccezionale potere iconico. Perché è quell’immagine che è rimasta a rappresentare ancora quello che stiamo vivendo e non un’altra qualunque? E che cosa ci rivela di sé stessa o che cosa c’insegna su noi stessi? Cercando di sintetizzare ciò che meriterebbe sicuramente una riflessione più ampia, indicherei quattro ragioni.

L’audacia di abitare la vulnerabilità come luogo dell’esperienza umana e credente. È vero che la cultura dominante, il mainstream modellato come un automatismo dalle nostre società consumistiche, ha fatto della vulnerabilità una specie di tabù. La fragilità è soggetta a un occultamento. E a forza di vietarci l’incontro con la sofferenza umana sappiamo riconoscerci sempre meno in essa, o partiamo da essa per approfondire il senso della nostra comune umanità. Ma questo non è solo un problema della cultura odierna. Anche la performance religiosa ha qualche difficoltà a integrare ciò che Michel de Certeau chiamava la “debolezza di credere”. L’immagine che si tramette è più quella di un’operazione compiuta a partire da un copione che non quella della spoliazione e dell’apertura per realizzare una “strada non tracciata”. Papa Francesco ha osato abitare la vulnerabilità. Non si è limitato a parlare della vulnerabilità del mondo, come se lui ne fosse esente. Nella misura in cui ha accettato di esporsi come uno qualunque, è emerso come una figura sacerdotale capace di rappresentare tutti. (continua a leggere su vaticannews.va)



COVID-19 Papa Francesco Preghiera

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