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Perché affascina ancora? 16 Ott 2017

La contemporaneità di Francesco d’Assisi

Nei giorni 14-17 settembre si è svolta in Assisi la terza edizione del Cortile di Francesco, che ha avuto il “Cammino” come tema unificante dei vari momenti diversificati: un evento con una vasta partecipazione di pubblico e una risonanza mediatica molto significativa.

Questa breve nota comunque non vuole richiamare i contenuti e la modalità coinvolgente del Cortile di Francesco, emanazione assisana del Cortile dei Gentili: il Cortile come luogo di incontro, di dialogo e di apprendimento del senso dell’itinerare humanum est, nella comune ricerca della “meta” che sostiene e sostanzia il cammino.

Vuole essere invece una breve riflessione sul motivo per cui Assisi riesce a coinvolgere tante persone di diversa provenienza etnica, culturale, religiosa e professionale. Da dove e perché questo genius loci che caratterizza Assisi e ne fa un luogo di riferimento a cui guarda il mondo intero?

Senza troppi giri di parole e senza soffermarsi ora in analisi storico-socio-culturali (che peraltro sono già state fatte, in certi casi anche molto bene), è evidente che da Francesco, non a caso conosciuto come il “Poverello di Assisi”, viene a questa cittadina umbra il suo fascino particolare.

Non è dato dalla sua fisionomia medievale ben conservata - ci sono tante altre cittadine simili in Italia, altrettanto ben conservate -, ma dal clima che si respira in Assisi, e che proviene dalla presenza di Francesco, avvertito come vivente per sempre e come nostro contemporaneo.

Il mistero “fascinoso” di Assisi è quindi da ricercare nel mistero di Francesco: il tempo non lo allontana da noi, anzi lo rende moderno, nel senso autentico del termine. Nel senso cioè che “si modula” costantemente, si approfondisce di continuo con il cammino umano. Il mistero di Francesco in realtà, in verità, è radicato nel mistero di Gesù Cristo. È Gesù di Nazareth, riconosciuto e confessato come il Verbo eterno del Padre incarnato e nato da Maria, la chiave ermeneutica del ‘fenomeno’ Francesco: senza Gesù Cristo, Francesco è inconcepibile.

Ecco perché nulla è di più estraneo a Francesco (e quindi al genius loci di Assisi) di una vacua retorica fatta di luoghi comuni come “Francesco ecologista”, “Francesco animalista”, “Francesco ecumenico”, “Francesco dialogico”, “Francesco fratello universale” … Questi sono tutti aspetti veri, beninteso, e aiutano a illuminare la sua figura; ma sono effetti, non sono la causa.

In realtà è Cristo la causa profonda, sorgiva e generativa, di questi e altri aspetti che attorno alla persona di Francesco si colgono e raccolgono; che sono aspetti autentici di Francesco e sono profondamente coinvolgenti a causa di Cristo.

Al centro del cammino di Francesco c’è l’incontro con Gesù Cristo, vivo nella Chiesa e riconosciuto, amato ed abbracciato nella carne, nel corpo dell’uomo, di ogni uomo, specialmente del più povero, che ai tempi suoi è il lebbroso.

Qui si apre il grande capitolo cristologico che riguarda Gesù Cristo come Rivelatore di Dio e dell’essere umano: pienezza di senso, esegeta dell’uomo e dei suoi problemi. L’incontro con Gesù Cristo, la fede in Lui illumina l’umano e aiuta a crescere in umanità.

Resta attuale l’espressione di Pascal: «Non solo noi non conosciamo Dio se non per mezzo di Gesù Cristo. Senza Gesù Cristo non sappiamo che cosa sia la nostra vita, la nostra morte, Dio, noi stessi». Il cammino che rende contemporaneo e affascinante Francesco è la sequela di Cristo, tanto che il suo carisma si può sintetizzare nel sequi vestigia eius: il fatto di aver semplicemente cercato di mettere i piedi dove li ha messi Gesù lo ha reso il Francesco che tutto il mondo ammira, nel duplice senso implicito nell’etimologia del termine: guarda a lui, prova stupore per lui.

Il cammino di Francesco si dispiega nel metodo che non è la mera discesa autoreferenziale nella conferma del sé, nel culto del sé, ma è tutt’uno con il movimento di rientrare in sé e uscire da sé che ha un nome ben preciso nella coscienza e nelle espressioni di Francesco: facere penitentiam et exire de saeculo esprimono chiaramente nel linguaggio di Francesco il concetto di “conversione”, di “smettere di adorare se stesso”.

Francesco è tale perché è uscito dal “monoteismo del sé” per incontrare l’altro/Altro. È la conversione evangelica del perdersi per ritrovarsi, il metodo che ha segnato il cammino di Francesco. Ed è conversione il cammino di fede cristiana che è pienezza di senso, pienezza di umanità.

Da qui i valori testimoniati da Francesco: che attraggono per quella discrezione caratterizzata dall’inclusività delle differenze e dalla prossimità propria del cammino samaritano, appreso alla scuola di Gesù di Nazareth.

La contemporaneità di Francesco deriva dalla contemporaneità di Gesù Cristo che solo illumina il mistero dell’uomo, dando intellegibilità e senso ad ogni singolo mistero della vicenda umana: dal lavoro alla sofferenza, dalla solitudine all’amore, … dalla nascita alla morte. Francesco, come ogni uomo, in ricerca di senso, l’ha riconosciuto in Cristo mediatore e pienezza di senso.

Con tutta la sua vita, con tutta la sua persona, Francesco mostra la risposta esistenziale che Cristo apporta al senso dell’humanum e ai problemi degli esseri umani viventi, e mostra che questa risposta non è un ideale astratto ma trova compimento nella sua testimonianza di vita.

Basti considerare come Francesco si prepara alla morte e come vive in Cristo il mistero della morte. Non come una caduta nel nulla, che tanto spaventa l’uomo incredulo, ma come transito: come passare all’eternità e sbocciare nella pienezza della vita.

Per Francesco la vita ha un senso perché la morte ha un senso: la morte è compimento della vocazione dell’uomo alla vita divina.

Per tentare allora di comprendere l’affascinante contemporaneità di Francesco - il cristiano, l’uomo evangelico -, occorre aprirsi a un confronto serio, sereno e argomentato sul rapporto tra Cristo e la ricerca della verità di Dio, dell’uomo, del mondo e della storia.

La sfida della fede cristiana è quella di proporre e testimoniare una visione della condizione umana nella prospettiva di un’umanità compiuta che nell’evento di Gesù Cristo, crocifisso e risorto, incontra la verità di Dio e la verità dell’uomo, il senso del darsi e del dirsi dell’esistenza.

Occorre quindi tenere presente l’imprescindibile articolazione tra cristologia e antropologia, con la particolarità storica dell’evento cristologico che assume un valore universale e paradigmatico per la definizione dell’humanum e dell’itinerare.

di Domenico Paoletti OFMConv,
docente di Teologia fondamentale e vicario della Custodia del Sacro Convento di Assisi
per “San Bonaventura informa“ (Settembre 2017)



Cortile di Francesco Domenico Paoletti San Francesco SBi

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