Terza Riflessione del percorso in attesa di Papa Francesco 09 Nov 2021

La pasqua dei gusti: da amaro in dolcezza di anima e di corpo

Francesco poco prima di morire, ricorda e ripresenta nel testamento l’incipit della sua nuova vita: “Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF 110). Trovo questo testo splendido. 

Francesco racconta la sua conversione come la pasqua del gusto. Dall’amaro al dolce: nessuna magia ma la pazienza dell’agricoltore. Tra ciò che hai lasciato (disgusto di un peccato o situazione di morte) e ciò che troverai (gusto di una vita nuova) c’è una terra di mezzo, un deserto che è educativo, formativo, una terra che ha bisogno delle piogge d’autunno e le piogge di primavera.

Ancora. Francesco, a differenza dei biografi, presenta la sua conversione legata non all’apertura e lettura del vangelo, o all’invito rivoltogli dal Crocifisso di San Damiano, ma alla compagnia dei lebbrosi. “La conversione di Francesco è il superamento dell’orrore del lebbroso e il riconoscimento in lui del dolore del Cristo, …chiuso e isolato nella maledizione della sua condizione” (Manselli). Francesco è cosciente che in lui è accaduto un capovolgimento dei gusti, dei valori: dalla fuga alla scelta degli emarginati. Qui va collocato il senso della povertà di Francesco d’Assisi. Lui non scelse tanto di venire in soccorso degli ultimi, erano già in molti a farlo anche ai suoi tempi; Francesco scelse semplicemente di farsi uno di loro, abbracciando il dolore umano come via eccellente per seguire le orme di Gesù. Per questo nella Rnb IX (FF 30) si dice che i frati devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi, tra mendicanti…I poveri restano la cattedra dei Santi: senza i poveri, diventiamo sempre più mondanamente sapienti e spiritualmente muti.  Diventiamo cioè zoppi e muti: zoppi perché incapaci di coprire le distanze che ci separano dall’uomo, mancando così di agilità; muti perché incapaci di un nuovo linguaggio che incida nelle profondità dell’uomo con la forza della semplicità di vita. 

e usai con essi misericordia. Ecco il cuore della questione: la rivoluzione della tenerezza e della compassione si chiama misericordia. Domani entreremo sempre più in profondità.



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