Protettiva e rivolta al sommo Bene 08 Ott 2021

La preghiera nella Regola Non Bollata

La preghiera di Francesco si nutre e riflette la Parola di Dio, che per lui fu pari al sacramento, poiché in essa l’Assisiate percepiva la presenza reale e viva del Signore. Non è sorprendente dunque che nei suoi scritti laudativi, esortativi, giuridici ed epistolari, la tematica del pregare, adorare, contemplare, rendere grazie a Dio è sempre accompagnata da citazioni bibliche, scelte e unite insieme con un’intuizione geniale, perché guidata dallo Spirto Santo. Francesco non offre un trattato di preghiera, neanche un metodo rigido o forme che dovremo osservare in maniera particolare. Ciò che lascia è lo spirito di preghiera autentica, cosicché Tommaso da Celano dipinge un quadro di Francesco orante: «Quando pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce con il suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso, senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» (Mem 94).

Nella RegNB possono essere individuati diversi brani che parlano o si riferiscono alla preghiera. Non è luogo qui per fare una rassegna, ma si tratta piuttosto di cogliere alcune caratteristiche e forse anzitutto la dimensione particolare che il Serafico Padre attribuisce a quest’attività di vita, affinché possa essere veramente religiosa. «Dice il Signore: «Questa specie di demoni non se ne può andare se non con il digiuno e con la preghiera» (cfr. Mc 9,28). E ancora: «Quando digiunate, non assumete un’aria malinconica come gli ipocriti» (Mt 6,16). Perciò tutti i frati, sia chierici sia laici, recitino il divino ufficio, le lodi e le orazioni così come sono tenuti a fare. I chierici facciano l’ufficio e lo dicano per i vivi e per i morti, secondo la consuetudine dei chierici. E per i difetti e le negligenze dei frati dicano, ogni giorno, il Miserere mei, Deus (Sal l50) con il Pater noster; per i frati defunti dicano il De profundis (Sal 129) con il Pater noster. I laici poi dicano […] per i defunti sette Pater noster con il Requiem eternam; per le mancanze e le negligenze dei frati tre Pater noster ogni giorno» (RegNB 3,1-6.10).

Oltre alla chiara partecipazione nella preghiera liturgica della Chiesa, la preghiera riparatoria per le mancanze dei confratelli è un appello molto caratteristico per il senso autentico della fraternità. Si crede un appunto che vale la pena ricordare e prendere seriamente in considerazione, perché sfugge facilmente la carità della domanda rivolta a Dio per chi sbaglia, per chi è antipatico, per chi non fa nulla di propositivo o di impegnativo, per chi non se ne importa degli altri, per chi gode nel complicare la vita degli altri, ecc. La responsabilità nella e della preghiera è un orizzonte che fu molto caro a Francesco. «E prego il frate infermo di rendere grazie di tutto al Creatore, e quale lo vuole il Signore, tale desideri di essere, sia sano che malato, poiché tutti coloro che Dio ha preordinato alla vita eterna (cfr. At 13,48), li educa con i richiami stimolanti dei flagelli e delle infermità e con lo spirito di compunzione, così come dice il Signore: «Io quelli che amo, li rimprovero e li castigo» (Ap 3,19)» (RegNB 10,3).

La consapevolezza della preghiera nella malattia, quando tocca ognuno di noi, non deve limitarsi alla supplica del ritorno alla piena salute e alla possibilità d’agire. Francesco qui scende molto profondamente nella relazione tra il frate e Dio, proprio nella situazione in cui si verifica la speranza e la fede posta da me nelle mani del Signore, espressa nella carità pronta ad accogliere pure la prova fisica o morale legata alla salute. L’Assisiate ebbe la lunga e mortificante esperienza della malattia e della dipendenza dagli altri a questo motivo, perciò, con saggezza e con fermezza indica la via giusta per ogni frate oppresso dall’infermità, e cioè, la volontà di Dio e la sua carità che si esprime anche nei modi a noi difficili da accettare e da comprendere con la sola ragione e volontà unicamente umana. Il rendere grazie per la sofferenza sembra assurdo finché non si assume la prospettiva kenotica, che fu basilare per Francesco e dovrebbe essere tale per ogni credente in Gesù Cristo. Questa è un’altra dimensione orante del Fondatore: rendere grazie per ogni cosa, quella bella e piacevole, come per quella cattiva e sgradevole. «E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamo grazie a lui, dal quale procede ogni bene. E lo stesso altissimo e sommo, solo vero Dio abbia, e gli siano resi ed egli stesso riceva tutti gli onori e la riverenza, tutte le lodi e le benedizioni, E quando vediamo o sentiamo maledire o fare del male o bestemmiare Dio, noi benediciamo e facciamo del bene e lodiamo Dio (cfr. Rm 12,21), che è benedetto nei secoli (Rm l,25)» (RegNB 17,17-19).

In Francesco troviamo una forte sottolineatura di un attributo di Dio: il bene. Da Lui ogni bene proviene, in Lui ha la sua origine e il compimento tramite l’azione sia della grazia, sia di quell’umano operare. Qui entrano anche forti connotazioni Trinitarie, le quali trovano nell’Assisiate la caratteristica dominante del bene, perché la vita divina è uno scambio continuo di amore tra le Tre Persone. Dio è percepito come bene proprio perché Trinità. Francesco in tale prospettiva proponeva la preghiera di rendimento di grazie e di lode dovuta solo al Signore, di più, insistette tanto per questa caratteristica di orazione dei frati. Invece l’aspetto di coprire il male e le maledizioni con le benedizioni è un profondo messaggio teologico, nonché una sfida che noi siamo chiamati ad accettare. Bilanciare l’azione del maligno con la benedizione e l’invocazione del Signore è fondamentale nell’economia spirituale, e per di più, serve a noi come un freno interiore per non cedere alla facile maledizione rivolta a chi ci ha fatto del male o che fa il male gratuitamente agli altri.

Siamo invitati dal Serafico Padre a proteggere con la benedizione le persone che sono nel mirino del male, perché non cadano, non disperino e non entrino nella falsa logica che Satana suggerisce: sei abbandonato da Dio, sei solo, di te nessuno si prende cura, dunque Dio non esiste. La preghiera di Francesco, e anche nostra, è protettiva, rivolta al sommo bene che è l’unico capace di vincere e annientare l’azione del male. «E guardiamoci bene dalla malizia e dall’astuzia di Satana, il quale vuole che l’uomo non abbia la sua mente c il cuore rivolti al Signore Dio, e girandogli intorno desidera distogliere il cuore dell’uomo con il pretesto di una ricompensa o di un aiuto, e soffocare la parola e i precetti del Signore dalla memoria. […] E sempre costruiamo in noi un’abitazione e una dimora permanente (cfr. Gv 14,23) a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, che dice: «Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, perché siate ritenuti degni di sfuggire a tutti i mali che stanno per venire e di stare davanti al Figlio dell’uomo (Lc 21,36). E quando vi metterete a pregare (Mc 11,25), dite (Lc 11,2): Padre nostro che sei nei cieli (Mt 6,9). E adoriamolo con cuore puro, perché bisogna pregare sempre senza stancarsi mai (Lc 18,1); infatti il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità (Gv 4,23-24)» (RegNB 22, 19-20; 27-30).

di Emil Kumka
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