VENERDÌ della I sett. di Quaresima Feria (viola)
venerdì, 26 febbraio 2021
Seconda parte dell'articolo di p. Graziano Malgeri 05 Feb 2021

Le virtù e lo sport: il “Discorso ai giovani” di Basilio Magno - 2/2

Seconda parte di un articolo di p. Graziano Maria Malgeri pubblicato sulla Rivista Porziuncola (prima parte)

Fatti non foste a viver come bruti
Nell’ottavo capitoletto del Discorso, in cui troviamo il brano proposto dalla Christus vivit, Basilio recupera la necessità di operare un accurato discernimento circa le dottrine da accogliere, al fine di evitare di essere come «navi senza zavorra, privi della guida della ragione al timone dell’anima» (VIII,5); a tal fine ci si deve esercitare in maniera appropriata al tipo di virtù che si vuole conseguire, come un lottatore che dovrà esercitarsi nella lotta prima della gara e non nell’eseguire un brano musicale col flauto, esercitazione propria del musicista. Avendo tutti chiara la meta: conseguire una corona che, se per gli atleti, è di oleastro, apio o di altro genere, per i cristiani consiste in «premi della vita tanto meravigliosi per numero e grandezza da risultare inesprimibili» (VIII,12).

Si tratta dei beni escatologici da desiderare e perseguire, auspicando altresì un lavoro di ascesi sul corpo quando questo si ribella con le sue passioni negative. Al di là della vena cinico-stoica innegabile, Basilio non propone una squalifica della dimensione corporea, ma auspica un’attenzione al corpo inferiore rispetto a quella preminente da riservare all’anima, essendo, il primo, facile preda dei piaceri dei sensi (αἰσθήσεων ἡδοναὶ), quali: «dare in pasto agli occhi le indecenti esibizioni dei giocolieri o gli spettacoli dei corpi che iniettano l’aculeo della voluttà, né versare nell’animo attraverso l’udito una melodia corruttrice» (IX,7). Invita, con un periodare intenso anche per immagini evocative, a vigilare sul tatto e sul gusto così da evitare una regressione dell’uomo allo stato animalesco (ὥσπερ τὰ θρέμματα); a fare un buon uso delle ricchezze, secondo ragione, e a rifuggire lusinghe e adulazioni atte a far adeguare, magari per subdola compiacenza, a ogni situazione, come il polpo che assume di volta in volta il colore dell’ambiente cui aderisce (cf. IX,29).

Lo scritto basiliano si conclude con la raccomandazione di raccogliere da più parti ciò che giova all’anima, movimento che somiglia al convergere di più fiumi in uno, e così fare provvista (ἐφόδιον, termine di origine pagana ma che avrà fortuna tra i padri i quali lo useranno per indicare i doni spirituali, la preghiera, i sacramenti) delle virtù che, se per il mondo pagano erano utili lungo il viaggio terreno, per il cristiano lo sono ma in quanto propedeutiche alla vita senza fine. Non manca, infatti, l’esortazione all’attesa del giorno futuro mentre l’arduo impegno richiesto dalla virtù è elevato dalla forza della consuetudine (ἡ συνήθεια). E tutto ciò per non sciupare τὸν παρόντα καιρὸν, cioè il “tempo presente” laddove la categoria “tempo propizio” (καιρός) è squisitamente biblica e si contrappone all’ineluttabile scorrere cronologico delle lancette (χρόνος), ma piuttosto riguarda il momento e lo spazio, per così dire, in cui Cristo si rende presente riempiendo di senso anche il tempo dell’orologio consueto.

Gli ultimi consigli sono una messa in guardia da una triplice malattia dell’anima, da prevenire proprio facendo incetta di virtù. La terza (ἡ μελαγχολία), che attacca il corpo e provoca disturbi psichici, è incurabile, per cui la virtù si rende necessaria in quanto, direbbe uno scrittore contemporaneo indicando nell’Ulisse descritto da Dante un modello di desiderante, termine che porta in sé la carica dell’attesa richiedente attenzione in vista di una tensione verso un ‘oltre’, la vita terrena è una «breve vigilia dei sensi» da non sprecare. Per questo incita i compagni a inoltrarsi verso l’ignoto, sottraendoli all’infausto destino che li ridurrebbe a “bruti”, animali senza anima, col desiderio spento, se rinunciassero a “virtute e canoscenza” (A. D’Avenia).

E se, infine, la virtù è «una disposizione abituale e ferma a fare il bene» (CCC 1803), per Dante, ma prima ancora per Basilio, era sottinteso che «il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio» e mi piace pensare che questa frase sia stata ispirata o ‘dialogata’ con il grande cappadoce, visto che porta la firma del fratello minore, Gregorio di Nissa, anch’egli impegnato a indicare un “oltre” che nella vita cristiana si comincia ad assaporare hic et nunc.

In PAROLA DEI PADRI, a cura di Graziano Maria Malgeri
dal n. 4/2019 della Rivista Porziuncola



Giovani Graziano Malgeri Papa Francesco Rivista Porziuncola

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