LUNEDÌ della III sett. di Quaresima ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE – SOLENNITÀ (bianco)
lunedì, 25 marzo 2019
I giovani nella Bibbia: Geremia 16 Lug 2018

Non dire: “Sono giovane”

La profezia è una delle caratteristiche più singolari dell’esperienza che Israele ha fatto di Dio. Fin dal tempo dell’Esodo dall’Egitto, che fu il momento formativo del popolo eletto, Dio ha scelto uomini e donne come Mosè per trasmettere la sua parola e guidare il suo popolo. Lungo i secoli, i profeti hanno animato la vita spirituale d’Israele esortando il popolo ad essere fedele a Dio e alla sua legge, chiamandolo a conversione quando si allontanava da Dio, e infondendo coraggio di fronte agli sconvolgimenti naturali, alle avversità militari, e all’oppressione dei vicini poteri imperiali.

Il profeta e il popolo
La nostra concezione moderna della separazione tra religione e stato, tuttavia, può farci sottovalutare la speciale rilevanza politica della profezia. La Bibbia ci presenta di continuo profeti che, forti dello Spirito di Dio, fronteggiano con determinazione gli abusi, le infedeltà, e la violenza dei potenti. E allora Amos si scaglia contro i ricchi “perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri” (Am 2,6-7). Ma come non ricordare Samuele che decreta la fine del regno di Saul, infedele al comando di Dio (1Sam 13,1314), o Natan che rimprovera al re Davide i suoi peccati contro Betsabea e suo marito Uria (2Sam 12,1–15)? Insomma, i profeti in Israele costituivano l’estremo baluardo contro gli abusi di chi teneva le leve del potere e dell’economia, erano gli unici che potevano tenere testa ai potenti e mettere a nudo i loro misfatti. Geremia si colloca da protagonista nel solco di questa tradizione secolare, ma in qualche modo emerge a motivo della gran quantità di riferimenti alla sua personale esperienza profetica, le cosiddette “confessioni” – titolo di agostiniana ispirazione – di Geremia. Più volte il Geremia biblico svela il suo tormento interiore per la situazione scomoda, a volte persino il pericolo, in cui la parola di Dio lo ha condotto. Si trova a dover denunciare l’infedeltà dei suoi connazionali e così attrae su di sé il malanimo generale. “Me infelice, madre mia! Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese! Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono” (Ger 15,10-11). La professione del profeta è per Geremia fonte di conflitto interno. Da un lato, la parola di Dio gli è fonte di gioia e letizia (Ger 15,16), è una voce seducente alla quale il profeta non sa e in definitiva non vuole resistere (Ger 20,7). Dall’altro, la stessa parola lo confina a una vita di solitudine (Ger 15,17), gli crea un’orda di nemici (Ger 18,18), e lo rende oggetto di derisione e scherno (Ger 20,7–8).

Il profeta e Dio
Membro della casta sacerdotale, Geremia viene chiamato ancor giovane da Dio Al servizio profetico. Queste le parole che Dio gli rivolge: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1,5). Tre verbi – conoscere, consacrare, e stabilire – descrivono l’intervento di Dio nella vita di Geremia e costituiscono una visione ben precisa della vocazione. La chiamata divina è anzitutto radicata nell’amore. Infatti, nel mondo biblico il verbo “conoscere” indica anzitutto l’amore fecondo tra un uomo e una donna – ”Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino” (Gen 4,1) – ma quando è Dio a conoscere l’uomo, si tratta di quell’amore gratuito, salvifico, ed elettivo con cui Dio protegge, forma e fa suo il popolo d’Israele. La conoscenza divina è lo sguardo amorevole di Dio che si posa sugli uomini e le donne che lui liberamente sceglie, ed è sulla base di questa conoscenza che Dio decide di fare alleanza con il popolo. Geremia si scopre ora destinatario privilegiato di questo amore. La chiamata divina si configura, poi, come consacrazione, cioè, come scelta con cui Dio separa Geremia dal resto della comunità e lo associa a sé. Attraverso questa azione Geremia diviene proprietà di Dio che lo chiama. Infine, la chiamata è esperienza trasformativa. Geremia è “fatto” profeta. Attraverso la chiamata Dio plasma il chiamato e lo modella sulla forma della missione che gli affida. In quest’ultimo verbo, possiamo cogliere tutta la portata che la vocazione ha per l’identità di Geremia, per la sua comprensione di chi è e di quale sia il suo ruolo nel mondo e nel piano di Dio. Nel chiamarlo Dio consegna a Geremia un’identità specifica che al tempo stesso determina il suo futuro – ciò che dovrà fare e dire e subire – e la sua relazione con gli altri – ”profeta delle nazioni”. Nelle parole che Dio rivolge a Geremia c’è un duplice riferimento alla sua vita prenatale. Benché la chiamata e la nuova identità profetica di Geremia gli siano rivelate in un momento storico ben preciso, esse affondano le radici agli inizi della sua vita, prima ancora che egli fosse capace di comprendere o di volere. Ciò implica che la chiamata divina, propriamente parlando, non è un’esperienza di trasformazione, benché esteriormente possa essere percepita come tale. Il chiamato non riceve una nuova identità da Dio, ma scopre la sua vera e originaria identità. Scopre chi era, pur senza saperlo, fin dal principio. Questo è il motivo per cui il linguaggio della vocazione si mescola spesso a quello della rivelazione. Nella chiamata Dio rivela all’uomo la sua vera identità, e l’uomo scopre finalmente se stesso. Dato che la chiamata è anzitutto rivelazione dell’uomo all’uomo, essa non necessita di alcuna risposta. La vocazione non è per Geremia una proposta fatta da Dio a cui il profeta può scegliere di aderire o meno. Rifiutare la vocazione è un’opzione non praticabile perché significherebbe rigettare la propria identità, rinnegare se stessi. Chi decide di non accogliere la chiamata divina inizia una fuga da Dio e da sé che è in realtà un tentativo di ingannare se stesso necessariamente destinato a fallire.

Il profeta e il limite
La chiamata divina, dunque, è la premessa per un dialogo. È vero che le parole di Dio hanno la forma e il contenuto di una rivelazione e non esigono alcuna risposta, ma il semplice fatto che Dio si rivolge a Geremia come a un “tu”, un partner in un dialogo, permette a Geremia di prendere la parola e rivolgersi a Dio. L’intero libro è costellato da spiragli sulla relazione personale tra Geremia e Dio, una relazione resa possibile da questa prima apertura di Dio. La risposta di Geremia appare, a prima vista, come un tentativo di fuga: “Ecco, io non so parlare, perché sono giovane” (Ger 1,6). Ci sono mille modi di guardare a questa reazione, perché mille sono i pensieri che travolgono il chiamato nel momento della rivelazione. Possiamo pensare alla semplice percezione di inadeguatezza di fronte alla prospettiva di una grande responsabilità, allo sgomento di fronte al cambiamento repentino dei punti di riferimento, o semplicemente all’insicurezza caratteristica dei giovani che si stanno affacciando all’età adulta. Possiamo pensare anche al timore di dover rispondere a Dio. Sicuramente tutto questo è passato per il cuore di Geremia, ma le sue parole non sembrano riflettere queste fragilità di tipo psicologico. Dobbiamo invece osservare che Geremia presenta a Dio due obiezioni che sono caratteristiche inabilitanti al servizio profetico: l’incapacità di parlare e l’età giovane. Geremia non sta dicendo di aver paura o di non sentirsi all’altezza. Sta invece sostenendo di non essere la persona adatta alla missione cui Dio lo chiama. Per comprendere a fondo le obiezioni di Geremia dobbiamo proseguire e leggere la risposta di Dio: “Ma il Signore mi disse: Non dire: ‘Sono giovane’. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò”. (Ger 1,7) Le obiezioni di Geremia vengono affrontate da Dio in ordine inverso. La sua incapacità di parlare viene risolta con il fatto che sarà Dio stesso a dargli le parole da dire. Questa stessa obiezione, in effetti, era stata sollevata a suo tempo da Mosè: “Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore” (Es 4,10). Anche a Mosè Dio aveva risposto: “Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire” (Es 4,12). Questi due racconti di vocazione sono molto simili e stabiliscono in maniera molto forte l’identità e l’autorità profetica. Paradossalmente, mentre il chiamato ritiene che il suo limite nel parlare possa essere d’ostacolo alla missione che gli viene affidata, dal punto di vista di Dio esso è garanzia dell’autenticità della parola profetica. In altre parole, è proprio perché il profeta è profondamente segnato dal limite che le sue parole e azioni possono essere riconosciute e accolte come ispirate da Dio. Dio non sceglie il profeta “nonostante” il suo limite, ma proprio a motivo di esso.

Il profeta e la gioventù
La seconda obiezione di Geremia è più originale e interessante. Pare che, agli occhi di Geremia, la gioventù sia essa stessa condizione squalificante per la missione profetica. La risposta di Dio – “Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò” – sembra suggerire che la gioventù di Geremia potrebbe rendergli difficile far giungere la parola profetica ai suoi destinatari. Infatti, se il profeta è un ruolo primariamente politico, se il profeta deve tenere testa ai re e ai grandi della storia, come può un ragazzo presentarsi a loro e ottenere la loro attenzione? Difficilmente potrà ottenere udienza, essere ascoltato, e tanto meno creduto. In altre parole, al giovane, che pure porta le parole di Dio, non viene riconosciuta dai potenti quell’autorevolezza che gli è indispensabile ad assumere il ruolo di profeta e trasmettere in maniera efficace il messaggio divino. Possiamo certamente immaginarci che il turbamento e l’insicurezza abbiano assalito il cuore del giovane Geremia di fronte alla grandezza e all’altezza della chiamata divina, ma le sue obiezioni non sono dettate da fragilità psicologica o morale. Geremia, al contrario, ha una chiara visione della vocazione profetica e di ciò che essa comporta, e ritiene che i suoi limiti e le sue condizioni oggettive possano essere di ostacolo alla sua missione. Egli ha una visione molto realistica di se stesso e sa bene che gli mancano parola e autorità per divenire guida morale e spirituale d’Israele. Ma ancora una volta Dio conferma la sua decisione, “tocca” la bocca di Geremia e dice: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni” (Ger 1,9–10).

Non dire: “Sono giovane”
Non dire, dunque: “Sono giovane”. La vocazione profetica, come ogni vocazione, Geremia, ti mette di fronte a realtà che sembrano troppo grandi e difficili per te. Sarai chiamato a confrontarti con i re e i potenti del tuo popolo, un confronto spesso duro. Sarai chiamato a sperimentare l’isolamento e il rifiuto dei tuoi connazionali. Sarai chiamato a indicare la via della salvezza nazionale per il tuo popolo di fronte alla minaccia dell’oppressore straniero. Certo, tutto questo sembra andare ben al di là delle tue capacità e della tua autorevolezza, Geremia, ma non dire: “Sono giovane”. Il tuo messaggio e la tua forza vengono da Dio. Tu sei voce e strumento della sua parola.

In DIRE CRISTO, a cura di Georges Massinelli
dal n. 1/2018 della Rivista Porziuncola



Georges Massinelli Giovani Riflessioni Rivista Porziuncola Vocazione

Articoli correlati

25 Mar 2019

La conoscenza di Cristo

San Paolo e i giovani nella Bibbia 2/2
22 Mar 2019

Colui che per amor tuo tutto si è donato

Triduo per ragazze dalle Clarisse di S.Erminio
21 Mar 2019

“Gesù è divenuto causa di salvezza per tutti quelli che gli obbediscono”

II meditazione di Quaresima in Porziuncola
20 Mar 2019

Saulo, perché mi perseguiti?

San Paolo e i giovani nella Bibbia 1/2
16 Mar 2019

Daniele nella fossa dei leoni

I giovani nella Bibbia: Daniele profeta tra violenza e resistenza 2/2
14 Mar 2019

Chi ha la croce di Cristo nel cuore, soffre con chi soffre!

I meditazione sulla Quaresima
25 Mar 2019

La conoscenza di Cristo

L’incontro con Cristo ha stravolto la vita di Paolo e ha ridotto a spazzatura tutto ciò che formava la sua esistenza. L’unica cosa che resta è “la sublimità della conoscenza di Cristo, mio Signore” (Fil 3,8). La conoscenza qui non indica un interesse intellettuale come sapere chi è Cristo e...