DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE SOLENNITÀ CON OTTAVA (bianco)
domenica, 21 aprile 2019
Da oggi iniziamo un cammino settimanale di spiritualità guidati dal Santo di Assisi 03 Apr 2019

Nutriti dai Fioretti di San Francesco

Iniziamo oggi un cammino di spiritualità francescana alla luce dei Fioretti di San Francesco, ogni settimana saremo accompagnati da una “pillola di spiritualità” che ci permetterà di conoscere meglio Francesco attraverso la lente di questa deliziosa opera e, allo stesso tempo, di nutrire la nostra anima, traendone anche per noi, un isegnamento di vita.

I Fioretti, opera di un anonimo volgarizzatore, sono traduzione non integrale di una fonte latina, nota con il nome di Actus beati Francisci et sociorum eius (Atti del beato Francesco e dei suoi compagni): tuttavia, se per avere una prima edizione integrale degli Actus si è dovuto attendere il 1902, dei Fioretti comparvero molte edizioni a stampa già prima del 1500. Il compilatore degli Actus è stato da tempo identificato in frate Ugolino Boniscambi da Montegiorgio (anticamente Monte S. Maria in Georgio), mentre è ancora ignota l’identità del volgarizzatore dei Fioretti e appare incerta persino la sua patria, occasione di non poche dispute (era toscano o marchigiano?). Ugolino, dunque, servendosi in parte di materiale preesistente, tra il 1327 e il 1337 dette forma a un’opera che, completata infine da un’altra mano, idealmente vicina agli Spirituali marchigiani, era destinata ad avere, per merito soprattutto del suo volgarizzamento, un’enorme diffusione.

Quando nacque questo volgarizzamento? Difficile azzardare una data precisa. Sicuramente prima del 1396, poiché in quell’anno abbiamo un codice dei Fioretti, vale a dire il famoso esemplare di Amaretto Mannelli, autore delle Cronichette antiche e padre di quel Francesco Mannelli che copiò il Decameron del Boccaccio. È tuttavia certo che Amaretto copiò il testo da un esemplare precedente; il volgarizzamento, perciò, può essere stato effettuato anche in una data non troppo lontana dall’originale stesura latina.

[…] I cinquantatré capitoli che compongono l’opera (in realtà uno in meno, poiché la divisione tra i primi due capitoli, assente in quasi tutti i codici, fu arbitrariamente introdotta da Luigi Manzoni) coprono un arco temporale di oltre centodieci anni, in cui, oltre a Francesco – il personaggio principale che domina nei pri- mi trentotto capitoli – compaiono i suoi primi compagni e poi ancora altri frati, soprattutto marchigiani (l’ultimo è Giovanni della Verna, morto nel 1322). Le notizie su Francesco si restringono ad alcune fasi della sua vita: nulla si dice della sua giovinezza, del travaglio della conversione, del contrasto familiare; nulla della sua solitudine di fronte alla città, delle difficol- tà incontrate negli ultimi anni di vita: manca, generalmente, un’attenzione sufficiente alla parte finale della sua esistenza. Francesco viene introdotto sulla scena e presentato come un «altro Cristo», conforme in tutto al suo Maestro, fino a ripeterne l’esperienza in particolari concreti. I Fioretti vogliono semplicemente testimoniare, attraverso episodi tra loro isolati, che esiste una possibilità concreta di vivere in pienezza il Vangelo: Francesco e i suoi frati ne sono l’esempio. Tutto ciò, nella fonte, appare come semplice e spontaneo.

[…] In sostanza, attraverso l’esempio del santo di Assisi e dei suoi fedeli compagni, si vuole mostrare che è possibile mettersi alla sequela di Cristo Gesù e vivere conformi a lui. Ecco allora che di Francesco nei Fioretti si ricorda come, «vivendo in questa miserabile vita, con tutto il suo isforzo s’ingegnava di seguitare Cristo, perfetto maestro» (Fior XXV). E quando si narra della quaresima che passò su un’isola del lago Trasimeno, si premette che egli «in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente», e che «Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo» (Fior VII). Anche quando viene ricordato l’invio dei frati in missione si ha cura di precisare che Francesco fece ciò «per conformarsi perfettamente a Cristo in ogni cosa» (Fior XIII); e per dire quanto perfettamente Francesco conoscesse i moti interiori dell’animo dei suoi frati, non si ha timore di stabilire un esplicito paragone con il Cristo pastore (cf. Fior XXXI).

Una conformità e una sequela che non si esauriscono nell’esperienza del santo di Assisi e trovano reale continuità nei suoi compagni e nei frati a lui fedeli: essi, «chiamati ed eletti a portare col cuore e con l’operazioni e a predicare con la lingua la croce di Cristo, egli  pareano ed erano uomini crocifissi, quanto all’abito e quanto alla vita austera, e quanto agli atti e operazioni loro» (Fior V); così, ad esempio, frate Bernardo viene definito «vero discepolo di Cristo e dello umile Francesco» (ivi), mentre i partecipanti al famoso capitolo delle stuo- ie diventano il «così bello e divoto gregge» che Francesco aveva sottratto al mondo e riunito «a seguitare l’orme del vero pastore Gesù Cristo» (Fior XVIII). Fortemente significativa, al riguardo, è la spiegazione che Francesco dà della visione di Leone: a questi erano apparsi alcuni frati che, appesantiti da zavorre, non riuscivano a guadare un fiume, a differenza di altri che, liberi e spediti, giungevano sull’altra riva con grande facilità: «Il grande fiume – spiega Francesco – è questo mondo; i frati ch’affogavano nel fiume sì son quelli che non seguitano la evangelica professione e spezialmente quanto all’altissima povertà»; quelli che invece passarono senza pericolo sono coloro che, abbandonata ogni logica e possesso terreno, vivono «contenti seguitando Cristo ignudo in croce» (Fior XXXVI).

Tanto Francesco quanto i suoi frati sono visti essenzialmente quali immagini del Cristo crocifisso. Francesco, il quale «era con Cristo crocifisso» (Fior XLIV), viene definito «servo del crocifisso» (Fior III), «gonfaloniere della croce di Cristo» (Fior XVI), colui che, dopo la Vergine Maria e san Giovanni evangelista, ebbe «maggiore dolore che nessuno altro» della passione del Signore (Fior XLIV); i suoi compagni diventano i «poverelli discepoli della croce» (Fior V): per mezzo di loro si doveva «portare per tutto il mondo [...] la predicazione della croce di Cristo» (Fior XVI). Bernardo, il primo compagno di Francesco, lo seguì senza indugio «offerendo sé ignudo nelle braccia del Crocifisso» (Fior II); Chiara, sua pianticella, era «divotissima discepola della croce di Cri- sto» (Fior XXXIII); Giovanni della Verna si offrì «nelle braccia del Crocifisso, coll’abito del crocifisso santo Francesco» (Fior XLIX).

Una sequela di Cristo, un prendere la croce che avviene senza titubanze, senza drammi, con tanta semplicità, accogliendo il Signore in una vita essenziale che, pur fatta di sacrifici, non perde mai la gioia e sa ridere e cantare anche in mezzo alle difficoltà. E forse è proprio questa la ragione dell’inossidabile fascino dei Fioretti.

Felice Accrocca



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