SS. TRINITÀ SOLENNITÀ (bianco)
domenica, 27 maggio 2018
Le sinopie dell’Oratorio di Santa Chiara a San Damiano 30 Apr 2018

Il giudice bambino

Continua la descrizione di p. Giulio Mancini circa delle sinopie dell’Oratorio di Santa Chiara a San Damiano (leggi la prima parte dell’articolo).

Passiamo ora all’absidina accanto, dietro l’antico altare: ecco nel catino (pur se in parte rifatto) tre immagini in tondo, a semibusto: in mezzo, Maria, la Madre Vergine con in braccio il Figlio in fasce e, abbinati ai lati per la loro vita evangelica mariale, Francesco e Chiara (non più i santi titolari Rufino e Damiano, come nell’abside della chiesa, sotto). La Vergine – reintegrata su residue tracce pittoriche, il dito destro vezzosamente teso a solleticare le labbruzze del bimbo – è al centro del catino. Ma non è lei il centro: come nel dipinto interno del Ciborium, il centro è il santo Bambino.

E infine – portandoci agli affreschi sulla fascia esterna superiore dell’arco, al sommo dei quattro evangelisti, due per lato – ecco, interessantissimo quanto inaspettato, il segno iconografico-apocalittico-escatologico (proprio delle grandi basiliche d’Oriente e Occidente) più sorprendente in luogo così umile: il seggio-trono-etimasìa già simbolicamente pronto nell’attesa del ritorno glorioso del Signore (Ap 4-5;19;21-22). Ma – si noti bene, sorpresa nella sorpresa – senza la Croce sopra, o gli Arma Christi o l’Agnello o il Libro chiuso o il cuscino purpureo. C’è invece la sagoma abrasa (nettamente visibile) del Bambino in fasce, adagiato di traverso sul seggio regale, con l’aureola tonda a evidenza marcata.

Senza sottintesi: su quel trono di Giudice del mondo, il Verbo fatto carne, fattosi creatura, piccolo, fragile Bambino; non nell’ira del Dies irae, ma nella tenerezza di un Bambino: “Di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti”! Tanto che qualche severo frate biblista anonimo deve averne imposto l’abrasione. Che tuttavia resiste e quasi lo fa più eloquente. Certo, se ci fosse stato l’Agnello, non lo avrebbero abraso! Forse è un unicum che si poteva fare solo nell’umiltà dolce di San Damiano.

Dunque, per la terza volta, il tema degli affreschi è il santo Bambino.

Una greppia?

Ma a questo punto c’è data la chiave per tentare di capire quello che resta nelle sinopie sulle altre due pareti a nord e a ovest. Pessimo è ormai il loro stato: l’arriccio, invaso da scure macchie informi, illeggibili, pieno di strappi da bugiarda e di rattoppi d’intonaci.

Fermiamoci dapprima alla sinopia sulla parete nord. A centro parete, due linee parallele di fissatura in rosso (2.91 m x 0.81 m) delimitano un ampio spazio rettangolare per la scena. Ma solo due tracce residue rimangono visibili. Più netta la prima, a destra: un giovane emergente alto (h. 0.88 m), a mani giunte in preghiera, copricapo a cuffia, costume distinto, lo sguardo puntato verso qualcosa al centro campo, in basso, che lo attrae. Leggibile, ma indecifrabile: chi mai può essere con quella cuffia, vestito così simile al giovane Francesco dell’affresco tardo giottesco in chiesa, prono però davanti al Crocifisso che gli parla? La seconda traccia è minuta invece e debole. Sta a centro rettangolo, in basso, a terra, si direbbe. E par tracciata – a me pare – come una specie di piccola greppia o culla (0.42 m) con entro un abbozzo forse di fantolino a due braccetti aperti?

Pare comunque evidente che è lì, proprio lì, il punto, l’obiettivo cui guarda quel giovane inginocchiato! Oso dire che, sì, quello schizzo, quasi irrilevante, tratteggi nient’altro che un bambino nella greppia del presepe. E di più: tenuto conto che il tema degli affreschi dell’Oratorio è – come si è visto – il santo Bambino, mi par giusto dedurre – per logica e armonia dell’insieme ad complendum il ciclo parietale – che anche in questa parete nord, per la quarta volta, ci debba essere al centro il santo Bambino. Pur rimanendo ignota (e forse mai tracciata) la scena dintorno, e indefinibile il giovane che, inginocchiato, lo contempla, in atteggiamento – si badi – di adorazione.

L’ipotesi: il Natale del 1252

Ma di quale bambino, tra gli episodi della vita di Chiara, si può trattare?

Vediamo allora l’ultima ed ermetica parete a ovest, muovendo dalla consapevolezza che il santo Bambino era per Chiara oggetto dolcissimo e diuturno di contemplazione (RsC 1,25; Lett III, 16-17.24-25). Strano: nella parete, per quanto si cerchi, solo una sinopia affiora al centro dell’arriccio: una figura femminile, sola e isolata (0.35 m), centrato il volto entro un largo cerchio d’aureola (0.64 m), come levata di spalle sul corpo disteso evanescente, la testa come velata, fissa come a contemplare dinanzi a sé, verso la scena della parete nord, ov’è appunto, nel presepe in sinopia, la traccia del santo Bambino.

Come non pensare a Chiara in bilocazione estatica, la notte del suo ultimo Natale 1252?, quando, lasciata sola nel suo lettuccio di sarmenti, le è dato di partecipare, vedere, sentire (come lei dirà al mattino alle Sore): “Voi m’avete lassata sola, ma il mio Sposo e Signore m’ha fatto essere presente nella chiesa del Padre mio beato Francesco, dall’altro capo della città, a tutti i riti solenni; e ho potuto udire i canti e i suoni dei frati e vedere anche il presepio e anche fare la comunione” (Proc 3,30; 4,16; 7,6; LsC 29; Fior 35).

Un colpo compositivo molto originale questa figura femminile (di Santa Chiara) che dalla sua parete ovest, ov’è sola, guarda rapita la scena accennata sulla parete nord! Così il santo Bambino starebbe al centro e degli affreschi e anche delle due sinopie incompiute: il “santissimo e diletto Bambino” (UffPass 15,7) nell’Eucaristia del Ciborium – in braccio alla Vergine Madre, “perfezione del santo Vangelo” (RsC 6,3) – sul trono del Giudizio – e nel Presepe di Natale.

E in ultimo: come mai questo abbandono di sinopie e la rinuncia a tradurle in affreschi e a completarne il ciclo all’oratorio di Santa Chiara?

Mi son fatta una convinzione fondata. Penso si debba probabilmente allo stile di vita umile e povera che vivevano a San Damiano i frati spirituali moderati (cfr. Lunghi, ivi), fedeli alla Intentio Regulae riferita da frate Leone. Con le esigue possibilità di economia da questua tra i contadini d’intorno, poveri come loro, non disposero più dei mezzi necessari. È anche questa una bella pagina di vita che parla ancora tra le povere mura di San Damiano.

in VECCHIE COSE NUOVE, di Giulio Mancini dal n. 4/2017 della Rivista Porziuncola



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