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mercoledì, 21 aprile 2021
Una storia di santità e dottrina 09 Dic 2017

Sant’Antonio a Roma

La basilica di Sant’Antonio da Padova all’Esquilino e la Pontificia Università Antonianum compiono 130 anni. Detta anche basilica di Sant’Antonio al Laterano, per la vicinanza alla basilica lateranense, fu consacrata il 4 dicembre 1887 dal cardinale Lucido Maria Parocchi, all’epoca vicario di Roma. Per celebrare l’anniversario della consacrazione della chiesa rettoria e l’istituzione dell’università, il vescovo ausiliare per il settore Centro Gianrico Ruzza ha presieduto la Santa Messa con il rettore della basilica, padre Alfredo Silvestri, e il vicerettore dell’Ateneo pontificio, padre Agustín Hernández. Presente alla celebrazione anche suor Mary Melone, magnifico rettore dell’Antonianum.

La chiesa fu realizzata tra il 1884 e il 1887 dall’architetto Luca Carimini per l’Ordine dei frati minori costretti a lasciare, dopo seicentotrentacinque anni, la storica sede di Santa Maria in Aracoeli sul Campidoglio, dove il Ministro generale dei frati minori con la sua curia aveva avuto la sede dal 1250, per permettere la costruzione del Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II, meglio conosciuto come Altare della Patria. Per l’edificazione della nuova chiesa fu scelta l’area nei pressi del Laterano in ricordo di Innocenzo III che approvò la Regola dei frati minori dopo aver sognato san Francesco d’Assisi sostenere con una spalla la basilica di San Giovanni in Laterano, madre di tutte le chiese, che stava crollando.

Il 21 agosto 1931 Pio XI in occasione del VII centenario della morte di Sant’Antonio elevò la chiesa alla dignità di Basilica Minore. Negli edifici annessi alla basilica hanno sede, oltre alla Pontificia università Antonianum, il collegio Internazionale Sant’Antonio, la Fraternità Gabriele Allegra e la Pontificia “Academia Mariana Internationalis”. La comunità di Sant’Antonio al Laterano è composta da 160 religiosi e studenti provenienti da ogni parte del mondo. Su questa «ricchezza di culture diverse» si è soffermato il vescovo Ruzza il quale ha confessato di essere rimasto «colpito nel vedere tanti confratelli provenienti da diversi paesi del mondo uniti e in armonia nel nome di Francesco d’Assisi. È davvero commovente. Il francescanesimo è un germe potentissimo ancora una volta di rinnovamento».

Meditando il brano del Vangelo di Marco previsto dalla liturgia odierna in cui si narra la guarigione del servo del centurione e della piena fiducia di quest’ultimo nelle parole e nell’autorità di Gesù, il vescovo si è chiesto quanto ancora oggi la Parola di Dio «fluisce nel cuore di coloro che partecipano alla vita della comunità», e quanto le persone comprendono nel quotidiano che la vita deve partire e si deve basare sul Vangelo che può dare «entusiasmo e vitalità». A tal proposito ha augurato alla comunità di Sant’Antonio al Laterano di essere una Chiesa capace di evangelizzare all’esterno con il Vangelo in mano e nel cuore.

«Siate una Chiesa capace di andare tra la gente che non ha paura di incontrare culture diverse – ha affermato Ruzza – una chiesa che non tema di trovarsi in un quartiere multietnico dove ci sono persone in prevalenza cinesi, bengalesi e africani ma, riconoscendo la loro ricchezza li inviti a camminare e viaggiare insieme. Siate capaci di mettere a frutto le grandi ricchezze che avete e che questo centro possa essere messo al servizio della comunità che deve beneficiare della vostra unione». Il ministro generale dell’ordine dei frati minori, fra Michael Anthony Perry, ha inviato a padre Alfredo Silvestri e a suor Mary Melone una pergamena con una speciale benedizione.

fin qui il testo di Roberta Pumpo pubblicato su romasette.it

L’origine di tale complesso francescano è nella sapiente intraprendenza del Ministro generale dei frati Minori del tempo. Infatti padre Bernardino da Portogruaro per risollevare l’ordine dei frati Minori da un grave momento di difficoltà - dovuto tra l’altro alle soppressioni - incentivò la formazione affidando al p. Fedele da Fanna l’edizione critica delle opere di san Bonaventura (cfr. B. Faes, Bonaventura da Bagnoregio, Milano 2017) e fondando il centro di studi dell’Antonianum con la relativa chiesa dedicata a sant’Antonio. Questa duplice iniziativa parve trovare sintesi domenica 4 dicembre 1887 allorquando il cardinale Lucido Maria Parocchi consacrò questa Basilica: infatti al medesimo prelato nel 1892 fu assegnata la presidenza onoraria del comitato incaricato di realizzare la statua di san Bonaventura a Bagnoreggio. Il monumento raffigura il Santo come sintesi di santità e sapienza, ossia di quelle virtù che san Giovanni XXIII - il papa che aprì il concilio Vaticano II - scrisse di ammirare proprio nel cardinale Parocchi che 150 anni fa consacrò questa Basilica.

Il giovane Angelo Giuseppe Roncalli, stava studiando a Roma, il 15 gennaio 1903 morì il cardinale Lucido Maria Parocchi, colui che il 6 novembre del 1884 consacrò vescovo Giuseppe Sarto, il futuro san Pio X, nella Basilica di S. Apollinare in Urbe. La vita del suddetto Cardinale – Vicario di Roma e fondatore delle Suore missionarie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria – fu colta dal ventenne giovane sacerdote bergamasco quale modello di scienza e virtù tanto da lasciarne una testimonianza nel Giornale dell’Anima: “Ho assistito ieri ai funerali del cardinale Parochi, celebrati in San Lorenzo in Damaso. Fu un fatto che mi tenne assorbita tutto il giorno la mente, né ho saputo liberarmene così presto. Nel tumulto dei sentimenti che mi occupano il cuore, non ho saputo trattenermi dal mandare un caldo saluto di ammirazione e d’affetto a quel grande, che solo bastava ad illustrare il Sacro Collegio e che, per un quarto di secolo, fece parlare di sé il mondo cristiano. Il Cardinale Parochi era tale una figura, quale molto raramente si può incontrare negli annali della Chiesa. Bastava pronunciare il suo nome per mettere in silenzio quelli che accusavano l’ignoranza della Chiesa; davanti a lui anche i profani s’inchinavano reverenti, e non vi era uomo di scienza che non titubasse dovendo parlare alla sua presenza. Non vi era parte dello scibile a cui non si estendesse il suo ingegno; non vi era persona dotta che non si fosse incontrato con lui. Pari all’amore per vero, per ogni cosa bella e buona, ardeva nel suo petto l’amore fervente, indomabile, alla Chiesa, al Papa. Il card. Parocchi potrà venire diversamente giudicato in fatto di vedute politiche: so che non mancano maligne insinuazioni a suo riguardo; ma niuna potrà mai intaccare la sua intemeratezza, il suo entusiasmo per la Chiesa e per il Pontefice, anche quando, come sempre avviene alle anime generose, la sua virtù fu messa a dura prova. Oh! Se io possedessi la scienza e la virtù sua, io potrei ben chiamarmi soddisfatto. La sua morte fu pianta universalmente e fu considerata come un vero lutto per la Santa Sede. Ieri, intorno alla sua salma, ho veduto tutto il mondo rappresentato a rendere un ultimo tributo di lode a lui, che tanta luce sparse intorno a sé. Cardinali, vescovi, prelati, generali d’ordini religiosi, scienziati illustri, nostrani e stranieri, e tutti in sì gran numero quali non vidi mai, più una moltitudine di popolo pregante, si erano dati convegno intorno alla sua tomba. Le parole solenni con cui la Chiesa implora da Dio la gloria del cielo ai suoi figli trapassati, e annunzia attraverso le tenebre del sepolcro la risurrezione e la vita, non mi commossero mai così fortemente, come in quel momento. Oh, venga! Sì, sia concessa a lui, all’anima dell’illustre Cardinale, quella luce eterna, piena, di cui egli fu un riverbero splendente; a lui, che credette, che amò, che sperò sempre, la risurrezione e la vita in Cristo Gesù, giusto estimatore dell’opera dei suoi servi fedeli”.



Gianrico Ruzza Giovanni XXIII Mary Melone PUA Vaticano II

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