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domenica, 21 aprile 2019
San Paolo e i giovani nella Bibbia 1/2 20 Mar 2019

Saulo, perché mi perseguiti?

Continua il nostro cammino di conoscenza dei “I giovani nella Bibbia” e lo facciamo adesso con la figura di Paolo, presentataci con un percorso in due tappe da fra Georges Massinelli, frate minore e Studioso esperto di Paolo. La prima tappa di questo percorso ci aveva portato a riflettere sulla figura di Geremia, la seconda invece,  

“Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4; 22,7; 26,14). Queste sono le parole intrise di dolore che Gesù rivolge a Paolo sulla via di Damasco. Sono parole con cui il Crocifisso si identifica con i suoi discepoli e inchioda il giovane e zelante fariseo alla paura, al male, e alla sofferenza che le sue azioni hanno riversato sulla Chiesa nascente. Sono parole che puntano il dito alla pazzia che lo ha preso.

Gli Atti degli Apostoli presentano Paolo come il grande eroe delle origini cristiane, ma per ben tre volte raccontano l’esperienza mistica di Paolo sulla via di Damasco e ogni volta le parole disperate di Gesù costituiscono il cuore del racconto. Paolo stesso, nelle sue lettere, ricorda spesso che era stato un persecutore. È il più piccolo tra gli apostoli e indegno di essere chiamato apostolo, perché ha perseguitato la Chiesa di Dio (1Cor 15,9). Le sue comunità sanno bene con che ferocia perseguitava e devastava la Chiesa (Gal 1,13). Fin dai primi momenti tutti avevano sentito dire: “Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere” (Gal 1,23).

Non è un caso che dopo tanti anni, Paolo ritorni continuamente con la mente ai suoi giorni da persecutore prima dell’incontro con Gesù. Guardandosi indietro, Paolo costruisce la sua identità attorno a un elemento preciso: il cambiamento operato in lui dalla grazia di Dio.

Paolo si pensa e si presenta agli altri come il persecutore trasformato in apostolo. In altre parole, Paolo legge il suo incontro con Dio come un’esperienza trasformativa. Non si tratta però semplicemente di un’esperienza di cambiamento. Certamente, tutti i discepoli di Gesù avevano cambiato aspetti anche significativi della loro vita. Paolo attraversa una trasformazione radicale e passa da un opposto all’altro nello spettro dei possibili atteggiamenti nei confronti della fede cristiana. Paolo ora annuncia la fede che prima voleva distruggere. Questa rivoluzione personale è uno dei motivi per cui l’incontro di Paolo con Gesù è stato letto dalla tradizione cristiana come una “conversione”. Paolo non usa mai questo termine e preferisce parlare di chiamata o rivelazione, ma la sua metamorfosi appare davvero un’inversione totale nel suo rapporto con Gesù. Paolo, nelle sue lettere, menziona varie volte il suo incontro con Gesù, anche se sempre in maniera indiretta e in supporto dei vari messaggi che di volta in volta voleva trasmettere alle comunità. Il passo che mette meglio in evidenza la trasformazione di Paolo si trova al capitolo terzo della Lettera ai Filippesi. Si tratta di una lunga digressione all’interno di una critica diretta a coloro che “hanno fiducia nella carne”, a coloro, cioè, che danno importanza a dati anagrafici come l’appartenenza al popolo d’Israele, alla circoncisione, e all’osservanza della legge giudaica. Per chiarire la sua posizione riguardo alla necessità di queste cose, Paolo si lancia in un discorso autobiografico (Fil 3,5–14). Paolo ha certamente motivo di aver fiducia nella carne, “circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebrei figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa”, ma dopo l’incontro con Cristo tutto per lui è cambiato.

Cambiamento radicale

Paolo lo dice chiaramente: “Queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo” (Fil 3,7). Il linguaggio di Paolo è forte. Non sta pronunciando giudizi su altre persone, né svalutando il suo passato. Tutte quelle cose erano guadagni, e probabilmente lo sarebbero ancora se non fosse per Cristo. Ciò che è cambiato è il suo sguardo sulla realtà, che valore egli dà alle cose. L’incontro con Cristo ha un potere immenso. Si tratta di un generale riordinamento dei significati che attribuiamo alle cose, alle persone, agli avvenimenti, e anche a noi stessi. A volte l’incontro con Dio coincide con cambiamenti repentini nelle condizioni di vita delle persone, ma molto più spesso l’esperienza religiosa offre nuovi punti di vista e nuove categorie interpretative che permettono di rileggere la vita (presente, passato, e futuro) in una nuova luce. L’incontro con Dio è percepito come un’illuminazione. Anche se niente intorno a noi è cambiato, il nostro sguardo sul mondo ha una nuova luce.

Le parole di Paolo rivelano anche un altro aspetto. Non vengono semplicemente attribuiti nuovi significati alle componenti della nostra esistenza, ma vengono anche ridistribuiti i valori che queste hanno. Ciò che era un guadagno diviene una perdita, mentre Cristo, che Paolo considerava un maledetto, diviene il valore supremo. Più in generale, l’incontro con Cristo mette in discussione il valore delle scelte personali, lavorative, o affettive, degli interessi, delle circostanze economiche, e così via. Non c’è ambito della vita che non ne sia toccato in qualche modo. Chi incontra Cristo sente l’esigenza di cambiare vari aspetti della sua vita che non ritiene più compatibili con la sua nuova identità. Questa certamente può essere un’esperienza molto destabilizzante. Nascono confusione e dubbi che rischiano di soffocare la nuova luce di Cristo. Il giovane ricco del vangelo, per esempio, se ne va triste all’udire le parole di Gesù (Mt 19,16–22). Nelle parole di Paolo, invece, sentiamo l’entusiasmo di chi ha il coraggio di seguire la luce, di seguire l’intuizione del vangelo dovunque lo porti.

La chiave per percepire la portata di ciò che sta succedendo nel cuore del giovane Paolo si trova nell’estremizzazione della sua esperienza: “Ritengo che tutto sia una perdita” a motivo di Cristo (Fil 3,8). L’esperienza di Cristo è così intensa che non lascia spazio a null’altro. Non solo quelle cose che erano per Paolo motivo di orgoglio nella sua identità giudaica sono superate, ma tutto è ormai una perdita ai suoi occhi. Paolo sta dicendo che per lui c’è un solo valore, una sola cosa che conta: “La sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore”. Tutto il resto può avere valore soltanto se e nella misura in cui conduce a Cristo.

 In questo brano, le parole di Paolo rivelano una visione della realtà straordinariamente povera di sfumature. Non c’è spazio per la complessità delle responsabilità, paure, speranze, progetti, indecisioni, limiti, e carismi che costituiscono il tessuto concreto della vita di ogni persona. C’è Cristo e nient’altro. Questo tipo di radicalità è espressione del cuore. Paolo non sta proponendo una pacata e meditata riflessione sull’esperienza umana, ma sta parlando con il cuore in mano. Ci rivela i suoi desideri più profondi. Paolo non è un filosofo o un saggio, ma è prima di tutto un innamorato. Questo tipo di radicalità è giovane, ed è ancor più impressionante per il fatto che quando scrive queste parole, Paolo non è più, almeno in senso anagrafico, il giovane che camminava verso Damasco. Certamente, Paolo ci sta raccontando l’esperienza interiore del suo primo incontro con Cristo, ma è altrettanto chiaro che sperimenta gli stessi sentimenti anni dopo, quando scrive ai Filippesi. Paolo ha affrontato mille difficoltà, ha visto la complessità della vita delle comunità, ha subito oltraggi e violenza, ha fatto i conti con i suoi limiti personali. Eppure, dopo tutto questo, ha ancora il desiderio ardente di una cosa sola: conoscere Cristo. Paolo è rimasto e sempre rimarrà giovane.

In DIRE CRISTO, a cura di Georges Massinelli
dal n. 3/2018 della Rivista Porziuncola



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