Vivere il Vangelo da fratelli 21 Giu 2022

“Siano minori” - 2/2

Seconda parte (I parte) di un articolo di p. Simone Ceccobao pubblicato sulla Rivista Porziuncola

Fraternità come luogo di misericordia
Minorità e servizio trovano, poi, la loro verifica quando la fraternità mostra le sue fragilità, è ferita dal peccato, è colta in tutto il suo limite. La sfida che si presenta davanti a essa è quella di innescare una misura di misericordia, non di semplice giustizia riparativa: una sfida non tanto giuridica o penale, ma evangelica, capace di intervenire sul peccato senza perdere o umiliare il frate che lo ha commesso. In tale ambito, un ruolo di rilievo è quello dei ministri, nel cui nome - servi appunto - c’è già lo stile con cui va avvicinata la fragilità umana: «Si ricordino i ministri e servi che il Signore dice: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”; e che a loro è stata affidata la cura delle anime dei frati, perciò se qualcuno di essi si perdesse per loro colpa e cattivo esempio, nel giorno del giudizio dovranno rendere ragione davanti al Signore nostro Gesù Cristo» (Rnb V,6). Quello dei Superiori è essenzialmente un ministero di cura, sia nel senso della premura, della dedizione, dell’amorevolezza, che nel senso di medicina, di misericordia. Una fraternità ferita dal peccato può diventare luogo di risurrezione solo se nei solchi profondi lasciati dal male viene sparso il medicamento dell’amore: «E si guardino tutti i frati, sia i ministri e servi sia gli altri, dal turbarsi e dall’adirarsi per il peccato o il male di un altro, perché il diavolo per la colpa di uno vuole corrompere molti, ma spiritualmente, come meglio possono, aiutino chi ha peccato, perché non quelli che stanno bene hanno bisogno del medico, ma gli ammalati» (Rnb V,7-8). Ira e turbamento non possono essere la risposta fraterna al peccato, sebbene siano la più immediata, perché non hanno in sé la capacità di far rimarginare la ferita che si è aperta, la mantengono divaricata, infetta, contagiosa. Sono lo strumento che subdolamente usa il diavolo per travolgere la fraternità intera con il peccato di uno solo dei suoi membri. Il peccatore è un malato, la fraternità è l’ospedale da campo, la medicina è la misericordia.

Fraternità povera e itinerante che annuncia il Vangelo
La fraternità di servi e di minori non deve vivere chiusa in se stessa, muore se si chiude. Essa vive quando va per il mondo, per mundum, dice il testo latino della Regola. La fraternità è costitutivamente chiamata a essere per: ad andare verso tutti, a incontrare tutti, a vantaggio di tutti. Il mondo non le fa paura, per questo essa non si ritrae, non si nasconde; il mondo non è simbolo del male, è per essa uno spazio bisognoso di Vangelo. Lo stile che essa deve assumere non può non essere quello della prima comunità apostolica: «Quando i frati vanno per il mondo, non portino niente per il viaggio, né sacco, né bisaccia, né pane, né pecunia, né bastone. E in qualunque casa entreranno dicano prima: Pace a questa casa. E dimorando in quella casa mangino e bevano quello che ci sarà presso di loro» (Rnb XIV,1-3). Una fraternità di poveri che vanno incontro ad altri poveri; una fraternità che si mette sulle strade del mondo con l’unico tesoro del Vangelo; una fraternità che sceglie di entrare nelle “case”, nei luoghi in cui l’uomo è più semplice e vero; una fraternità che annuncia non tanto il Dio che ha “imparato”, ma il Dio che ha “incontrato”. Una fraternità che presenta questi lineamenti non può che essere necessariamente povera. Ma il nome proprio della povertà francescana è “restituzione”: parte dalla consapevolezza che ogni dono di Dio è ricevuto in prestito e che, per tornare a Lui, debba passare attraverso la condivisione con tutti i fratelli che si incontrano lungo il cammino: «E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamogli grazie, perché procedono tutti da Lui» (Rnb XVII,17).

La minorità e l’umiltà pervadono ancora lo stile missionario dei frati: «E non sia loro lecito andare a cavallo se non vi siano costretti da infermità o da grande necessità» (Rnb XV,2). È una questione di prospettiva: da cavallo gli altri si vedono dall’alto verso il basso, da una postazione di superiorità, da un angolo di visuale che schiaccia tutto e tutti a terra. A piedi, invece, gli altri vengono incontrati faccia a faccia, da fratelli che entrano in dialogo, che cercano gli occhi dell’altro.

Itineranza non vuol dire improvvisazione, annunciare il Vangelo è una chiamata a cui non si può rispondere con superficialità, soprattutto quando c’è da portare la Buona Notizia a chi non la conosce: «I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio a e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio» (Rnb XVI,5-7). Per una fraternità di minori la testimonianza di fede cristiana avviene prima di tutto con la vita semplice e umile: la preferenza deve andare al dialogo, non al conflitto, all’incontro, non alla competizione. L’annuncio esplicito del Dio Trino e Uno, l’esortazione alla conversione, l’invito al battesimo, sono successivi e sono efficaci nella misura in cui trovano coerenza con la testimonianza della vita.

Fraternità orante
L’esperienza della fraternità, scaturita dall’accoglienza della vita del Vangelo, non si esaurisce nella missione. La missione è sempre un evento penultimo, perché tutto va poi riportato a Dio attraverso la preghiera, con al consapevolezza gioiosa che Lui è l’unico assoluto, l’unico Signore: «Tutti amiamo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza, con tutta l’intelligenza, con tutte le forze, con tutto lo slancio, tutto l’affetto, tutti i sentimenti più profondi, tutti i desideri e la volontà il Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita; che ci ha creati, redenti, e ci salverà per sua sola misericordia» (Rnb XXIII,8). Ed ecco che quella vita da fratelli che nasce dall’ascolto delle parole di Gesù trova compimento in un gioioso rendimento di grazie; «E poiché tutti noi miseri e peccatori, non siamo degni di nominarti, supplici preghiamo che il Signore nostro Gesù Cristo Figlio tuo diletto, nel quale ti sei compiaciuto, insieme con lo Spirito Santo Paraclito ti renda grazie così come a te e a lui piace, per ogni cosa, Lui che ti basta sempre in tutto e per il quale a noi hai fatto cose tanto grandi. Alleluia» (Rnb XXIII,5).

In REGOLA E VITA, a cura di Simone Ceccobao
dal n. 4/2021 della Rivista Porziuncola



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