GIOVEDÌ della XIV sett. del T.O. Ss. NICOLA PICK, WILLALDO e COMPAGNI, martiri I O. – MEMORIA (rosso)
giovedì, 09 luglio 2020
Riflessione sul Vangelo della XIII Domenica del T.O. 28 Giu 2020

Un amore più grande

Gesù conclude il suo discorso missionario in Mt 10,37–42. Di fronte alle prove della missione, i discepoli sono chiamati a scegliere chi amano davvero, a unirsi a Gesù in maniera totale e radicale, e a portare tutti gli uomini all’incontro con Dio.

SCEGLI L’AMATO

Il conflitto all’interno della famiglia per accogliere il vangelo mette i discepoli di fronte alla necessità di fare una scelta per amore. Infatti, quando mette in guardia i suoi discepoli dalla possibilità della persecuzione, Gesù fa riferimento a una realtà incredibilmente tragica: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (Mt 10,21).

La violenza della persecuzione può nascere anche all’interno della famiglia, dove viviamo i legami più importanti e più intensi. Lasciando da parte il tema della violenza, Gesù sa bene che l’accoglienza del Vangelo può avere una conseguenza inaspettata e dolorosa: il conflitto con le persone più amate. Abbracciare il messaggio di Gesù, che pure è un messaggio di unità, può far sorgere divisioni laceranti: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10,34–35).

Gesù stesso aveva sperimentato cose del genere. All’udire dei primi passi del suo ministero, quelli della sua famiglia avevano pensato: “È fuori di sé” (Mc 3,21). Similmente, i suoi concittadini di Nazaret erano stati tra i primi a rifiutare il suo messaggio, e Gesù aveva constatato amaramente: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Mt 13,57). Possiamo solo immaginare il dolore sperimentato da Gesù a questo rifiuto.

Se è normale che non tutti siano disposti ad accogliere il messaggio evangelico, quando si tratta di quelli della propria casa, i discepoli si trovano di fronte a un dilemma infelice. Si trovano presi tra due amori: l’amore a Gesù e al vangelo, e l’amore ai propri cari e alla propria famiglia. Due amori apparentemente incompatibili tra i quali è impossibile scegliere. Ma fare una scelta è inevitabile.

Gesù è ben consapevole di quanto sia dura questa scelta, ma è franco con i discepoli quando gli presenta l’esigenza del Vangelo: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37). Qui non si tratta di fare graduatorie o, forse ingenuamente, di mettere Dio “al primo posto”. Non si tratta nemmeno di relativizzare i legami familiari rispetto alla relazione con Dio. Gesù sta prendendo di petto la situazione in cui si sono trovati tanti cristiani al suo tempo e fino ad oggi: quando la fede viene ostacolata dai propri cari.

Non è Gesù a porre una scelta radicale. Sono essi a farlo con il loro rifiuto del cammino evangelico del discepolo. In questa precisa situazione, una situazione forse estrema ma non così rara come si potrebbe pensare, il discepolo deve compiere una scelta, e Gesù la formula come una scelta d’amore: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me”. La scelta del Vangelo è sempre una scelta fatta per amore, per un amore più grande.

DIVENTA L’AMATO

Gesù invita i suoi discepoli a seguirlo sulla via della croce e trasformare la loro vita in una immagine della sua donazione. La seconda esigenza del Vangelo presentata da Gesù è forse una delle sue frasi più famose e che ha ispirato secoli di spiritualità cristiana:“Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38).

Non è chiaro se qui Gesù stia facendo riferimento alla sua morte per mano dei Romani o se menzioni la croce semplicemente come una comune forma di esecuzione capitale e dunque di persecuzione. Sicuramente, dopo la Pasqua i cristiani non possono fare a meno di collegare questo insegnamento con la crocifissione di Gesù. Gesù chiede loro imitarlo fino alla fine, fino all’ultimo respiro. Gesù chiede di prendere la croce come ha fatto lui per primo.

Qui è contenuta un’esperienza cardine dei cristiani di ogni tempo. Quando incontrano la sofferenza e la violenza, il rifiuto e l’esclusione, i cristiani possono pensare a Gesù, identificarsi con lui e sentirsi in qualche modo partecipi della sua croce. La persecuzione non è più soltanto una sciagura da maledire o un male inevitabile, ma l’occasione suprema per stringersi in maniera totale e definitiva al maestro amato. Persino di più: la sofferenza è un’opportunità per conformarsi a lui, per divenire lui.

In parte è questo il senso del detto di Gesù che esprime l’essenza del Vangelo: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).

La persecuzione e il martirio, che appaiono esteriormente come un perdere la vita, sono l’esaltazione della vita vera nella imitazione di Gesù, il martire fedele. Al contrario, tentare di salvarsi la vita rinnegando Gesù e la propria fede è una perdita ben maggiore, la perdita di sé. Il vero sapiente evangelico è chi sempre ricorda questo detto di Gesù e sa che non c’è vera vita, vera felicità, vera beatitudine se non nell’offerta di sé. La vita è un dono che si riceve e che si ridona, non è un tesoro da nascondere gelosamente per la paura di perderlo.

ACCOGLI L’AMATO

Chi accetta il messaggio evangelico sperimenta la gioia e la felicità dell’incontro con Dio. Il discorso missionario di Gesù si conclude con tre versetti che, finalmente, illustrano l’esito positivo della missione, quando il messaggio evangelico viene accolto. Il primo di questi versetti si potrebbe definire il fondamento della missione: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40).

Il discepolo missionario rappresenta Gesù, che a sua volta è l’inviato del Padre. Dunque, chi accoglie il messaggio del discepolo sta, in realtà, accogliendo chi è all’origine della missione: Dio. La missione è un’opera ecclesiale, senza dubbio, ma è anche molto più che l’azione di un’organizzazione umana. Il vero protagonista della missione è Dio, e il missionario non fa che rendere possibile ad altri l’incontro con Dio. Al centro non c’è il missionario. Non c’è nemmeno la comunità in missione, né il messaggio evangelico. Al centro c’è l’abbraccio amorevole e paterno di Dio rivolto a chiunque apra il cuore alla missione.

A chi accoglie i missionari, Gesù promette ricompense celesti: “la ricompensa del profeta”, e “la ricompensa del giusto” (Mt 10,41). La natura specifica di questa ricompensa non è specificata, ma possiamo identificarla con la benedizione divina e, più in generale, con le ricompense promesse nelle Beatitudini: il regno dei cieli, la consolazione, e la misericordia. Infatti, anche in quel contesto Gesù paragona i discepoli ai profeti e promette loro una ricompensa celeste.

Dietro a queste ricompense, però, è possibile vedere la vera beatitudine che è l’incontro stesso con Dio. In fondo, la vera ricompensa per chi accoglie il discepolo è la possibilità di accogliere Dio nella sua vita.

Non poteva esserci conclusione migliore per il discorso missionario di Gesù. Certamente, Gesù mette in guardia i discepoli dal pericolo della persecuzione e dalle divisioni che sperimenta chi abbraccia il Vangelo, ma molti hanno accolto il messaggio e sono diventati a loro volta discepoli e messaggeri di Gesù. È grazie a loro che il Vangelo si è diffuso in tutto il mondo. È tramite loro che noi l’abbiamo ricevuto.



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