Articolo di fr. Marco Zenere 20 Lug 2021

Vita consacrata: pellegrinaggio attraverso il cuore di Dio e dell’uomo

Vita consacrata: nel cuore di Dio e della Chiesa
Il desiderio di seguire il Figlio di Dio, casto, povero ed obbediente, secondo la via dei consigli evangelici, da sempre, ha caratterizzato l’esperienza della comunità dei credenti, seppur con modalità e forme differenti (cfr. PC 1).  Le prospettive dottrinali emerse dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) hanno condotto la riflessione teologica a porre entro il mistero della Chiesa la natura della vita consacrata: essa, come suo elemento irrinunciabile e qualificante, non potrà mai mancare, in quanto realtà espressiva della natura stessa dell’Ecclesia Dei. La concezione di una Chiesa composta unicamente da ministri sacri e laici, dunque, secondo i dati della tradizione biblica, non corrisponde alla volontà del suo divino Fondatore (cfr. VC 29). All’interno di questo scenario si pone la riflessione del canonista francescano Andrea Boni (1927-2014), il quale evidenzia come negli anni del postconcilio, segnati da un forte sentimento di «desacralizzazione», la vita religiosa rischiava di non essere compresa ed amata per ciò che essa è veramente.  

Il primato assunto dall’aspetto economico nell’ambito delle scelte da compiere, l’esaltazione della soggettività come fenomeno che isola l’individuo nella propria autoreferenzialità e il progressivo processo di secolarizzazione, incentrato sul principio di autonomia e individualismo, appaiono le coordinate guida attuali, entro le quali si pone l’apporto dei consacrati. Tali elementi, sin dalla celebrazione del Vaticano II, hanno costituito per la vita consacrata una doverosa occasione di riflessione e di presa di coscienza: se da un lato, infatti, si è assistito ad una rilettura maggiormente evangelica ed ecclesiale della sua essenza, dall’altro lo stile di vita che abita molte comunità religiose risulta segnato da mediocrità, imborghesimento e mentalità consumistica, tratti tipici della cultura secolarizzata.

Consacrazione religiosa: nuovo paradigma interpretativo
Uno degli aspetti che ha trovato ampio spazio, sia nei documenti dei Romano Pontefici, che nella riflessione canonica postconciliare, è identificabile nel concetto di consacrazione religiosa. Tale ambito rappresenta per il canonista francescano una delle questioni cardine della sua analisi. Egli, infatti, ponendo in dialogo il dato biblico con quello storico e patristico, analizza il processo consacratorio che si sviluppa nella professione religiosa, nel quale chiamata divina e risposta umana si intrecciano. Egli adottando uno stile interdisciplinare pone in feconda correlazione la scienza canonica con quella teologica. Dal battesimo ricevuto ogni fedele gode di una medesima uguaglianza nella dignità e nell’azione. Tale condizione, non è sinonimo di uniformità: ogni soggetto, infatti, in base alla peculiare vocazione ricevuta è chiamato a cooperare all’edificazione della Chiesa, con modalità e forme differenti.

Tra le molteplici vocazioni che arricchiscono il panorama ecclesiale, pertanto, non sussiste una superiorità o una inferiorità in ordine alla dignità. La vita consacrata rappresenta uno di questi soggetti: essa appartenendo alla vita della Chiesa, accoglie da Cristo il dono dei consigli evangelici divenendo così segno per l’edificazione del Corpo di Cristo. Il Concilio ribadisce come la vita del corpo ecclesiale, oltre ogni contrapposizione, derivi direttamente dalla costante tensione dialettica tra la struttura «gerarchica» e quella «pneumatica», di cui i consacrati sono parte costitutiva ed irrinunciabile. La vita consacrata, infatti, lungo i secoli della storia non si è definita dalla funzionalità svolta all’interno della compagine ecclesiale, bensì dall’essere trasparenza della vita stessa di Gesù Cristo il primo consacrato. San Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica postsinodale del 1996 Vita consacrata ricorda la natura e la meta di questa forma di vita, essa è: «memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli. Essa è vivente tradizione della vita e del messaggio del Salvatore» (VC 22).

L’allora vescovo ausiliare di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, intervenendo alla XVI congregazione generale del Sinodo: La vita consacrata e la sua missione nella Chiesa, il 13 ottobre 1994, affermava: «quando il Concilio ci dice che la vita religiosa è un dono dello Spirito alla Chiesa, sottolinea non solo la natura del dono, ma anche la realtà a cui il dono è offerto: la Chiesa, il corpo ecclesiale». «La cornice è la Chiesa: la vita consacrata è dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, è tutta orientata alla Chiesa. Non si può riflettere sulla vita consacrata se non all’interno della Chiesa. Mi piace pensare queste relazioni in termini di tensione, per cui la cornice sarà cornice di tensioni. Così va inteso, perché una cornice di vita». Di fronte ai profondi cambiamenti socio-religiosi che hanno accompagnato la vita della Chiesa negli anni successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II e che ancora oggi rappresentano il terreno entro il quale i consacrati sono chiamati a giocare la partita della propria vocazione, le parole di A. Boni, sulla missione della vita consacrata appaiono illuminanti: «l’unico «privilegio» che la contraddistingue è un dono che abilita ad amare incondizionatamente, a dare tutto, a impegnare tutta la propria maturità e pienezza umana e cristiana a servizio di Dio, totalmente offerti con Cristo, per la Chiesa e per il mondo»

di Marco Zenere
dal n. 4/2020 della Rivista Porziuncola



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