MERCOLEDI della XXIV sett. del T.O S. GIUSEPPE DA COPERTINO, sacerdote I O. – MEMORIA (bianco)
mercoledì, 18 settembre 2019
Come viene affrontato il tema delle punizioni nel mondo francescano? 15 Dic 2017

P come pena e punizione

L’Autore della voce, Juliusz Pyrek (OFMCap), tratta il tema di pena e punizione in otto punti: 1. Pena come conseguenza del peccato; 2. Sermoni “su castigo e gloria”; 3. Penitenza come pena basilare; 4. Categorie di trasgressioni e di pene; 5. Pena nella Regola di santa Chiara; 6. Benedizione della disciplina; 7. Aiuto ai puniti; 8. Pena, punizione, disciplina.

Il primo testo di san Francesco sulla pena è l’Ammonizione 2, ove spiegò la necessità e il bisogno della pena nel contesto del peccato sia originale, sia quotidiano. Nella Regola bollata esortò affinché i frati predicassero «…ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso…», (Rb IX, 4). Questo tipo di predicazione deve far capire che la punizione è frutto del peccato, e la prima pena costituisce una penitenza salutare per i peccati. Ciò viene indicato per i frati nella Rb 7, e nella Lettera ai fedeli (1Lf II).

Nella Rnb san Francesco illustrò le categorie del peccato, tra cui spicca quello della fornicazione (Rnb XIII), che provoca l’espulsione dall’Ordine. Anche se dietro tale peccato sta «…istigazione del diavolo…», ciò non toglie la responsabilità del frate «…poiché noi per colpa nostra siamo fetidi, miserevoli e contrari al bene, pronti invece e volonterosi al male…» (Rnb XXII,6).

Un altro peccato che provocava la pena, era l’uso sbagliato dei beni e il cattivo modo di fare la questua (Rnb IX,1-9). L’infrangere la “legge dei poveri” è descritta nella Rnb VIII,7: «E se per caso, Dio non voglia, capitasse che un frate raccogliesse o avesse della pecunia o del denaro, eccettuata soltanto la predetta necessità degli infermi, tutti noi frati riteniamolo un falso frate e un ladro e un brigante, e un ricettatore di borse, a meno che non se ne penta sinceramente».

Invece un concetto legato all’inosservanza dello stile minoritico è espresso nella sua Lettera a tutto l’Ordine 44-45. La riparazione tramite la vita sacramentale è comune per tutti: «Dobbiamo anche confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo» (2Lf 22).

Questo permette di rinnovare la comunione e l’azione santificante dello Spirito che difende e salva l’uomo dalla dannazione eterna. Infatti san Francesco indica esplicitamente l’orizzonte della vita eterna, menzionando la pena eterna nei celebri versi del Cantico dedicati a sorella morte (Cant 27-30).

La Regola di santa Chiara limita il diritto d’imporre la penitenza solo a situazioni molto concrete, lasciando però un margine largo all’assennatezza della superiora. Il peccato mortale «contro la professione», deve essere ammonito, poi punito con il digiuno severo, secondo le modalità e il tempo decisi dalla badessa. Questa situazione irregolare non deve suscitare né l’ira né il turbamento della superiora, ed è occasione di preghiera per la sorella penitente da parte di tutta la comunità (RsC IX,1-6). Altre situazioni (concitazione, scandalo, chiacchiere, indiscrezione, vizio), devono essere punite sempre con ragionevolezza e misericordia dalla badessa, anche con l’aiuto delle consigliere (RsC IX, 7-19).

Alla penitenza è legato il concetto della disciplina cui san Francesco dedicò l’Ammonizione 25. La benedizione del servo «…che si mantiene sempre sotto la verga della correzione», esprime l’azione salutare della penitenza continua, interiore ed esteriore. Tale visione offre sia la cura e l’aiuto per chi è stato punito, sia l’indicazione della strada sicura per evitare la pena - la conseguenza del peccato. L’azione di Dio e la correctio Dei si realizzava nella vita di san Francesco non solo nella dimensione personale ma anche quando educava i frati. Questi, formati alla sua scuola e specchiando il suo esempio, perfezionavano le virtù (VbF 40), completandole con una penitenza continua (VbF 51), ma nello spirito della libertà (VbF 30). La disciplina intesa come una capacità dell’accogliere di propria volontà la pena per i peccati commessi, viene illuminata nel famoso brano del Memoriale, quando Francesco disse ai frati: «Abbiamo promesso grandi cose, maggiori sono promesse a noi; osserviamo quelle e aspiriamo a queste. Il piacere è breve, la pena eterna; piccola la sofferenza, infinita la gloria. Molti chiamati, pochi gli eletti, ma tutti avranno la retribuzione!» (Mem 191). La punizione e la pena non dipendono unicamente dalla legge, ma dall’assennatezza, lo esprime la preghiera composta da Tommaso da Celano, dedicata a san Francesco: «Ma ben diversamente tu, padre santo, preferivi emendare gli erranti e non perderli! Sappiamo tuttavia che i mali della propria volontà sono in alcuni radicati da richiedere il cauterio, non l’unguento. […] Ma l’olio e il vino, la verga e il bastone, lo zelo e l’indulgenza, la bruciatura e l’unzione, il carcere e il grembo materno, ogni cosa ha il suo tempo. Tutto ciò richiede il Dio delle vendette e il Padre delle misericordie: però preferisce la misericordia al sacrificio» (Mem 177).

di Emil Kumka OFMConv, docente di Francescanesimo
per “San Bonaventura informa“ (Ottobre 2017)



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